30/10/2015 - Mono + Solstafir + The Ocean @ Bloom - Mezzago (MB)

Pubblicato il 06/11/2015 da

Introduzione a cura di Giovanni Mascherpa
Report a cura di Marco Gallarati e Davide Romagnoli

C’erano una volta tre band molto diverse. I Mono, all’epoca di “Under The Pipal Tree” (2001), erano alle prese con gli albori di quel post-rock che li avrebbe consacrati tra i suoi alfieri prediletti, lungo un percorso che nel 2014 li ha visti pubblicare addirittura due dischi, “Rays Of Darkness” e “The Last Dawn”. I Sòlstafir, quando rilasciavano “Í Blóði Og Anda” (2002), erano un esagitato ensemble viking metal; i The Ocean, all’epoca di “Aeolian” (2005), un involucro post-core ancora grezzo e in via di formazione. C’erano una volta, quindi, tre assemblati musicali con ben poco in comune. Anno 2015: quattro ragazzi giapponesi, quattro islandesi e un settebello tedesco, ovvero i tre act sopra nominati, si imbarcano per un tour assieme. Date le premesse, ciò non dovrebbe avere alcun senso. Invece, alla luce delle impreviste evoluzioni di almeno due di loro, arrivati nella fase di maturità, Mono, Sòlstafir e The Ocean hanno più punti in comune che di divergenza. I primi, pur frequentando ambiti variegati nella loro corposa discografia, non hanno rinnegato o trasformato bruscamente gli input di partenza; i secondi e i terzi, al contrario, hanno inserito con modi e in tempi diversi sfumature atmosferiche nei loro album, secondo un processo di trasformazione in principio netto, poi di semplice aggiustamento e limatura. Per tutti quanti, il suffisso ‘post’ è oramai un’etichetta ineludibile, sia il post-rock del complesso con gli occhi a mandorla, sia il melanconico metallo soffuso dei barbuti nordici, o il progressive estremo dei berlinesi. Un connubio, quello di questo tour europeo, che vede le tre entità in campo esibirsi a seconda dei luoghi in un ordine diverso, consentendo in ogni caso a tutti quanti di avere un congruo minutaggio disponibile. Al Bloom, i The Ocean avranno uno slot di circa quaranticinque minuti, contro l’ora secca dei Solstafir e l’ora e un quarto degli headliner. Affrancatasi dal ruolo di mere stelle dell’underground, tutti e tre gli ensemble in campo possono contare su un nugolo di fan niente male e ce ne accorgeremo fin dall’apertura ‘oceanica’, che vedrà gli astanti prodursi in una partecipazione totale e già degna del clou della serata. Detto che sarà il quartetto di Reykjavik ad aggiudicarsi la palma di gruppo più seguito, e che complessivamente l’affluenza sarà superiore alla consueta media per sonorità tanto eclettiche, passiamo ad esaminare caso per caso cos’è accaduto nella magnifica serata di Mezzago.

solstafir mono the ocean - tour 2015
THE OCEAN
Il primo vertice del superlativo triangolo sonoro della serata è messo su palco dal collettivo berlinese The Ocean, un po’ sacrificato come opener della serata italiana a dire il vero, soprattutto quando, proprio assieme ai Mono, c’è da promuovere l’uscita dello split-EP “Transcendental”. Ci approcciamo alla sala-live del Bloom quando i tedeschi sono on stage da pochi minuti, stupendoci non poco di trovarli in formazione a sette elementi, con un tastierista-synther alla destra di Robin Staps e con una grintosa violoncellista dal lato opposto. La band non ha un’ora a disposizione, ma la sua quarantina di minuti la sfrutta in maniera splendida, utilizzando lo spettacolare impianto audio del locale alla perfezione, proponendo quindi una manciata di pezzi recenti con suoni pazzeschi e profondissimi. Un po’ sottotono solo le tastiere, perse nel wall of sound globale, al contrario del violoncello, capace di ritagliarsi soavi momenti solistici. E’ sorprendente come questa formazione, unica al mondo probabilmente, giostri con abilità sopraffina il costante viavai di musicisti. Bisogna dire che, escludendo il deus-ex-machina Staps, costante sempreverde della compagine, il vocalist Loic Rossetti pare ormai elemento insostituibile del combo: vocalmente è ideale per i saliscendi atmosferici della musica dei Nostri e in quanto a presenza scenica, con i suoi due-tre stage-diving a serata, è altresì perfetto per scaldare a dovere l’audience, composta anche da molti ragazzi di estrazione hardcore. La lunga chiusura di show è affidata proprio a “The Quiet Observer”, il nuovo brano presente sul citato “Transcendental”, dimostratosi l’ennesima composizione matura, originale e scevra di difetti dei post-corer. Promossissimi un’altra volta!
(Marco Gallarati)

SOLSTAFIR
Tempo di fare quattro chiacchiere nella sala bar dello storico locale di Mezzago e scambiare opinioni sulla performance dei The Ocean, che ecco gli islandesi Solstafir fanno la loro comparsa on stage, a distanza di ben due anni e mezzo, escludendo ovviamente la data del giorno prima tenuta a Bologna, dalla loro ultima calata italica. Vi ricorderete sicuramente la mezza diatriba in cui la band isolana si trovò coinvolta tempo addietro, quando dichiarò che per essa suonare in posti non ricettivi – come ad esempio le nazioni sud-europee – era controproducente e che non avrebbe più suonato in stati quali, appunto, Italia, Spagna e Portogallo senza la garanzia di avere un ritorno di pubblico positivo. Ebbene, considerazioni personali a parte e che volutamente evitiamo, i Solstafir possono solo essere contenti di essere tornati nell’Africa europea viste le ottime risposte ricevute da una platea calda, fortemente applaudente e ansiosa di rivederli – per molti, a dire il vero, si trattava della prima volta. La dipartita polemica del drummer ‘Gummi’ Oli Palmason non sembra aver scalfito la verve live del restante terzetto ufficiale, che completa la sua line-up con il session Ari Þorgeir Steinarsson dietro le pelli. Proprio la rottura della grancassa di Steinarsson causerà una breve pausa nel bel mezzo della performance dei quattro cowboys from ice, che però non inficierà per nulla il giudizio globale sul loro operato. I Solstafir stanno diventando un gruppo di quelli in grado di dividere nettamente i giudizi: si voglia per uno stile ormai decisamente indefinito, si voglia per la voce peculiare di Aðalbjörn Tryggvason, tanto suadente ed emozionale quanto poco educata, la band raccoglie sia pieni consensi sia gentile indifferenza, con un’ampia preponderanza, però, dei primi. “Köld”, “Svartir Sandar” e l’ultimo “Ótta” si giostrano fra loro l’intera, piuttosto stringata, setlist. Le atmosfere sognanti e le lunghe cavalcate al confine tra rock e metal dei pezzi degli ultimi due riuscitissimi lavori hanno ben delineato anche dal vivo la crescita maturata dai Nostri su disco (che poi piaccia o no…a voi!), soprattutto quando poste a paragone di brani estenuanti, più ‘violenti’ e intensissimi quali “Pale Rider” e “Goddess Of The Ages”, tratti entrambi dal terzultimo “Köld”. L’impianto luci viene usato sapientemente e il solito look western dei quattro islandesi dà quel tocco in più ideale alla personalissima musica dei Solstafir, sicuramente riappacificati con la nostra penisola dopo questa bella esibizione. E dopo gli applausi alla attesissima “Fjara”, è ora la volta dei giapponesi Mono…
(Marco Gallarati)

MONO
Ancora una volta presenti in territorio italico durante questo 2015, i Mono regalano un’altra prestazione determinante per il loro status di band di culto. Difficile superare l’impasse nell’errore durante il primo pezzo “Recoil, Ignite” dall’ultimo “The Last Dawn”, ma alcuni nel pubblico sembrano nemmeno accorgersi degli sguardi preoccupati dei quattro giapponesi, in particolare della candida figura di Tamaki, unica ad ergersi sopra le teste della prima fila, essendo gli altri tre componenti seduti, visibilmente spaesata prima dell’ultimo cambio del pezzo. Inconvenienti del mestiere, anche per impavidi paladini del post-rock come i Mono; cose che capitano e che possono venire superate solo con la pacatezza, la forza e la determinazione di una band di livello ed esperienza altissimi; ed infatti la scaletta procede sempre più dentro a questi territori da colonna sonora spirituale, sempre più evocativi e sempre più profondi, che la formazione di Tokyo ha saputo offire ai propri fan come emblema della loro musica. La nuova “Death In Reverse”, specchio di “The Quiet Observer” dei The Ocean in “Transcendental”, si offre in tutta la sua magnificenza in questa sua struttura capovolta, ma sempre funzionale ad un percorso musicale volto unicamente alla creazione di territori onirici e fumosi, fatti di delay, distorsioni, marcette battagliere, occhi chiusi e increspature emotive. Poco si può dire di negativo in situazioni come queste, poco si può criticare ad una band volta alla causa del post-rock puro come i Mono, nati per la musica, per il tour, per l’incontro coi fan. Vedere una formazione di questo calibro che alla fine del concerto mette via ad uno ad uno i propri cavi, i propri strumenti, e smonta tutto dal palco da se stessa fa ancora credere nei buoni propositi della vera musica. E contrappunto a tutto ciò troviamo situazioni come “Ashes In The Snow”, primo tassello del magnificente “Hymn To The Immortal Wind”, e soprattutto “Halcyon (Beautiful Days)” da “Walking Cloud and Deep Red Sky, Flag Fluttered and the Sun Shined“ del 2004, con quella sua dinamica quasi sussurrata nella parte centrale e quella sua ripresa tanto canonica quanto fiera ed orgogliosa, onesta e veritiera, che non può che far chiudere gli occhi e muovere la testa ai partecipanti di questa epopea musicale che riprende dentro di sé tanto di spirito wagneriano quanto di lirica nipponica. Partecipanti sicuramente diradatisi anche al di fuori del locale, dopo il precedente show dei Sòlstafir, ma che fanno rendere ancora più orgogliosi coloro che nelle prime file muovono la testa in estasi mistica. Naturale, per la serata, che il main act Mono destasse qualche considerazione in meno da parte di un pubblico orientato più verso la parte islandese della line-up dell’evento, ma altrettanto naturale che i Mono non potessero fare altro che offrire quelle sensazioni che in pochi oggi sono ancora capaci di rilasciare su di una platea. Forse non la loro performance migliore, ma in grado – ancora una volta – di suggellare il loro status fondamentale nel panorama della musica alternativa degli ultimi quindici anni.
(Davide Romagnoli)

 

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