Dalla zona industriale di San Donà di Piave, in provincia di Venezia, tra nuovi sensi unici e un bel tramonto di fine aprile, inizia la prima delle tre date italiane del tour europeo dei Myrath, supportati dagli ungheresi Roses Of Thieves.
La formazione tunisina, forte dei suoi venticinque anni di esperienza e sperimentazione, passa anche dall’Italia per promuovere il settimo disco appena uscito, “Wilderness Of Mirrors”, disco che non ha convinto in prima battuta gli ascoltatori di lunga data, visto il loro allontanarsi dalle sonorità progressive.
Di contro, per chi ama un suono più diretto, questo ultimo lavoro ha fatto apprezzare o perfino conoscere il quintetto, grazie alla loro capacità di mescolare melodie arabeggianti al cantato in lingua madre e, soprattutto, grazie alla presenza in formazione di ottimi interpreti di un solido power metal. Ma andiamo a capire come è andata la prima data in Italia di questo tour.
Dentro alla discoteca Revolver ci sono circa cinquanta persone quando sul palco, alle ore venti e trenta, salgono sul palco i ROSES OF THIEVES, gruppo ungherese con due album all’attivo (“Gateway To Utopia” del 2024 e l’ultimo, “Demons Ascend”, uscito l’anno scorso), forti del loro folk balcanico mescolato ad un classic power.
Tra la fisarmonica di Dominik Hristov-Todorov e il violino di Tamás Bárdos, il gruppo consta di sei membri e, durante il loro tempo a disposizione, si incastrano alla perfezione tra balli, gighe e siparietti come un’allegra combriccola rurale. La parte principale è sicuramente nella figura della cantante Ivett Dudás, tra piroette e balli irlandesi, la quale cerca di coinvolgere il pubblico a battere le mani. Dotata di un buon timbro, cristallino e pulito, presenta molte tracce tratte dalle loro due pubblicazioni e, forse per omaggiare una cantante del territorio, forse per la popolarità stessa della canzone, anticipata da una base elettronica, salta a più non posso su una versione pop-folk di “Boys (Summertime Love)” di Sabrina Salerno, suscitando qualche sorriso tra il pubblico più maturo; un momento sicuramente inaspettato, ma decisamente divertente.
Sempre su motivi balcanici e che rimandano anche ai primi Korpiklaani, accompagnati dal ritmo del batterista Imre Togyeriska, tra balli in cui su poco spazio si intrecciano prima il bassista Patrik Sütöri con il chitarrista Miklós Kovács e poi il violinista con il fisarmonicista, i Roses Of Thieves utilizzano al massimo i loro quaranta minuti inserendo più di dieci canzoni senza interruzione alcuna, se non per qualche saluto al pubblico o per presentare i brani.
Sulle note di “Bye Bye Bye” degli NSYNC e dopo una foto di rito con il pubblico alle spalle, che ora vede un centinaio di presenti, il sestetto ungherese comincia a smontare rapidamente gli strumenti e si precipita verso il merchandise, dato che con la prova data sul palco hanno aumentato i loro estimatori, almeno vedendo la decina di persone che sosta davanti ai cd e alle magliette.
Mentre il locale vede l’ingresso di un’altra trentina di appassionati, la musica in sottofondo si spegne alle 21.50 e uno a uno i membri dei MYRATH scendono la scaletta che dai camerini porta al palco, tutti tranne il cantante Zaher Zorgati che, mentre i suoi sodali iniziano a suonare, comincia a cantare dal camerino e durante tutto l’avvicinamento al palcoscenico.
L’apertura dello spettacolo è affidata a “The Funeral”, presente sull’ultimo disco, e capiamo subito che lo stato di forma del gruppo tunisino è su ottimi livelli: tra Kevin Codfert, che tra cori e basi melodiche si diverte a far roteare la sua tastiera grazie a un supporto mobile, e lo stesso Zaher, impeccabile nei vocalizzi arabeggianti e nelle estensioni vocali, scopriamo che un elemento molto caratterizzante del concerto sarà non solo la musica bensì anche la parte visiva, qui affidata a una ballerina (tra simil danza del ventre e performance con ventagli e stoffe).
Nel momento del singolo “Until The End”, dove nella versione registrata la parte femminile viene cantata da Elize Ryd degli Amaranthe, viene invitata a duettare Ivett, appena vista con i suoi Roses Of Thieves, e che non sfigura sia come grinta che come presenza scenica.
Mattatore è sopra ogni dubbio Zaher, che in italiano saluta e ringrazia il pubblico e poi scherza raccontando di quando hanno visto, nell’elenco delle date del tour, la località di San Donà di Piave: “Uno pensa Milano, Torino, che so Vicenza…San Donà? Ma che cazzo? E invece, sapete che vi dico? Grazie a ognuno di voi, che è venuto per lo spettacolo e per darci il vostro supporto! Viva San Donà!”. Un discorso semplice ma molto sentito, che ha visto la risposta del pubblico sempre più trasportato dal mix di pezzi nuovi e (pochi) dei primi album (proprio esclusi i primi due lavori dalla scaletta).
Dopo essersi liberato da un abbraccio di un fan molto coinvolto, si torna indietro a riscoprire l’impatto dal vivo della title track di “Tales Of The Sands” con il bassista Anis Jouini (di basso profilo come presenza scenica ma di grande impatto ritmico) e il chitarrista Malek Ben Arbia che, partendo dai due lati del palco, arrivano a intrecciarsi con le due tastiere dei rispettivi strumenti.
Non c’è dubbio che ormai i Myrath siano professionisti navigati: riescono a tenere alto il livello per un’ora e mezza senza mai fermarsi, divertendosi sia tra di loro sia nel rapporto con il pubblico, come per esempio nella conclusione di “No Holding Back” quando il cantante rivolge il microfono al pubblico per partecipare al coro.
Dopo un’ultima performance della danzatrice, stavolta alle prese con un ingresso in scena con una scimitarra adagiata sulla testa e poi un’accennata danza delle spade, Zaher si prende la scena per introdurre “Les Enfants Du Soleil”, rivolgendo una richiesta di pace per il mondo intero e un pensiero per tutte le vittime di Gaza, del Libano, dell’Ucraina e di tutto il mondo.
Stiamo ormai giungendo alla conclusione di questa serata: con l’assolo di batteria di Morgan Berthet (che ha suonato l’intero concerto con la maschera a coprirgli il volto), parte “Believer”, apprezzatissima dal pubblico, che tiene il ritmo con le mani e poi, orchestrato da Zaher, si divide in due gruppi, uno per ripetere il ritornello e l’altro per tenere un vocalizzo.
E mentre il frontman accenna “Caruso” di Lucio Dalla, con la strofa “Te vojo bene assai”, parte un lungo applauso finale, più che meritato per un gruppo che, pur avendo cambiato membri e sonorità, riesce a esprimersi su altissimi livelli, con musicisti affiatati e bravi tecnicamente.
Pur davanti a un pubblico ridotto (alla fine dentro al Revolver si sono contate circa centocinquanta persone) il quintetto non ha mai dimostrato sufficienza e ha interagito con trasporto. E proprio questo approccio ha fatto che sia uscita fuori una serata di buona musica e che dal vivo non si sia percepita così marcatamente quella virata verso suoni più tranquilli, che invece su disco, per chi segue i Myrath ormai dall’inizio, sono ormai il loro nuovo marchio di fabbrica.
Setlist Myrath:
The Funeral
Born To Survive
Dance
Until The End
Into The Light
The Clown
Through The Seasons
Tales Of The Sands
Still The Dawn Will Come
Breathing Near The Roar
Endure The Silence
Beyond The Stars
No Holding Back
Soul Of My Soul
Les Enfants Du soleil
Believer

