06/02/2009 - Napalm Death + Cripple Bastards @ Estragon - Bologna

Pubblicato il 10/02/2009 da
A cura di Claudio Giuliani
Collaborazione di Fabiana Rocchi 
 
“Time Waits For No Slave”, nuovo album dei Napalm Death, è uscito da poche settimane, la band ovviamente si è già lanciata in tour e si fermerà solamente quando dovrà registrare il successore. Tocca all’Estragon di Bologna, locale fin troppo grande per la formazione, ospitare l’ora e passa di grindcore moderno dalle tante sfumature caro ai quattro inglesi di Birmingham; ad aprire lo show sono stati i Cripple Bastards, anch’essi tornati da poco alla ribalta con l’ottimo “Variante Alla Morte”, uscito per la F.E.T.O. Records, l’etichetta di proprietà di Shane Embury, bassista storico dei Napalm. L’accoppiamento è di quelli riusciti, il pubblico infatti ha risposto alla grande, assiepando il locale e gettandosi nel pit sotto le note velocissime dei due act grindcore.

CRIPPLE BASTARDS

Troppo poco il tempo a disposizione dei nostrani che, sistematisi in pochi metri quadrati di palco (specie il batterista, messo a livello con i suoi compagni), hanno comunque pestato duro come al solito sul pedale dell’acceleratore, deliziando i numerosi presenti con molte tracce estratte dal loro sconfinato repertorio. Tanti i pezzi proposti dalla loro ultima fatica “Variante Alla Morte”: fra i più riusciti segnaliamo proprio la title-track, “Lo Sfregio e le sue Ombre” e l’ultima “Insofferenza”, eseguita nella parte finale dello show. I suoni molto potenti dell’Estragon (ma non proprio chiari) hanno amplificato ancora di più la potenza che la band esprime su disco. La setlist ha offerto poi i classici della band, dai testi che tutti conosciamo, molto crudi e altri politicamente condivisibili o meno. Comunque violenti.

NAPALM DEATH

Rapidissimo cambio di palco (più che altro smontaggio di quello dei Cripple) e semaforo verde ai quattro di Birmingham, che per un’ora e passa hanno come al solito scatenato la gazzarra sotto al palco. C’era molta curiosità da parte di chi scrive per vedere con quale song avrebbero aperto i Napalm, e la curiosità è stata soddisfatta da “Passive Tense”, traccia granitica del nuovo album “Time Waits For No Slave”, eseguita a velocità controllata per permettere agli inglesi di scaldarsi per la tempesta sonora che sarebbe arrivata poco dopo sotto forma di “Strongarm” e “Diktat”, che hanno fatto partire il pogo più sfrenato. Giusto il tempo per ascoltare le scuse di Barney per il gap fra il palco e la transenna del pubblico, che di fatto ha impedito i consueti tuffi dal palco, e via alla sequela di composizioni estratte dal nuovo CD. Sono arrivate quindi una fantastica “On The Brink Of Extinction” e la titletrack, dove l’influenza degli Swans è tangibilissima e durante la quale Barney ha variato la voce come su disco. Si è passati poi al materiale “vecchio”, per così dire: è stata eseguita “The Code Is Red…Long Live The Code” dall’omonimo album, una “Continuing The War On Stupidity” da “Order Of The Leech” e tre canzoni dal penultimo lavoro “Smear Campaign”, ovvero una fantastica “When All Is Said And Done” e l’accoppiata finale “Persona Non Grata”/”Smear Campaign”. Prima di ciò, c’è stato ovviamente il momento dedicato alla storia della band: immancabile la splendida “Suffer The Children”, che ha veramente scatenato l’iraddiddio nel pit, ma poi “Scum” e addirittura una “It’s a M.A.N.S World!”; e ancora “From Enslavement to Obliteration”, “Life”, “The Kill” e ovviamente una “You Suffer” che non si nega mai a nessuno, vista l’inesistente durata. Pausa e ritorno della band, infine, che ha eseguito i classicissimi “Mass Appeal Madness”, la cover dei Dead Kennedys “Nazi Punk Fuck Off” e l’ultima, quella che dovrebbe essere inserita in mp3 su un virtuale dizionario alla voce “potenza”: “Siege Of Power”. Dispiace che la band abbia ignorato “Enemy Of The Music Business”, il loro top nell’era moderna, ma considerata la loro discografia, fare una scaletta che accontenti tutti è impossibile. I quattro sono apparsi in forma splendida, da consegnare al Museo delle Cere di Londra. Lunga vita alla Regina e anche a loro!
 

LA DANZA TRIBALE
Sette. Sono sette le note musicali attraverso le quali è possibile creare e plasmare il suono. Quello che fanno i Napalm Death è questo: plasmare un suono e ridefinirne il perimetro come i contenuti. La manipolazione musicale è alla base della loro vena artistica: si prende una batteria e la si fa muovere attraverso vibrazioni vicine alla stonatura; si prende un vocalist e gli si esaspera l’ugola fino all’inverosimile, rendendola stridente e, paradossalmente, poetica. Nell’insieme coeso degli elementi di effettivamente poetico c’è ben poco, il volume e il ritmo diventano disturbanti e disallineati a una qualsiasi ritmica, sfondando i limiti consentiti di velocità e offrendo al pubblico la possibilità di vivere in maniera catartica una danza tribale e orgiastica dove la vicinanza del corpo al corpo diventa un duello, una sfida, un combattimento purificatore. Non c’è legge né diplomazia. Dai corpi in movimento alla nota fracassona c’è un unico filo, un cordone ombelicale che lega e sancisce l’unione di chi strepita sul palco fino a giungere a chi freme nell’arena. Un genere, quello dei Napalm Death, strabordante e roboante, incapace di tralasciare alcunché, bulimico di note. Non c’è il non luogo della pausa tipica della musica melodica, non esiste la parentesi cognitiva del “sto ascoltando e in questa pausa assimilo”. Non c’è tempo, perché il buco nero del team sul palco fagocita ogni virgola, ogni singola nota, rendendole parte di un immenso insieme unito di microtasselli resi inseparabili, imprescindibili gli uni dagli altri. La sensazione è che non ci sia tempo da perdere, o tempo per pensare. C’è il tempo per lottare, scontrarsi, emanciparsi, costruendo una sorta di ring all’interno del quale è vietato pensare ma assolutamente lecito toccarsi, preferibilmente, violentemente. Nel buio di una sala dove gli odori si confondono e si mischiano, quattro attempati signori si elevano dettando le regole per questo momento iniziatico, dove il suono/frastuono contorce e sovverte le regole della musica, trasformando il pubblico in un unico corpo che vibra contorcendosi.

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