25/06/2012 - Napalm Death + The Orange Man Theory + Bologna Violenta + Galera @ Traffic Live Club - Roma

Pubblicato il 02/07/2012 da

Sono ovviamente i Napalm Death, i pionieri del grindcore, a concludere la tre giorni di metallo estremo programmata dalla No Sun Music a Roma, per una kermesse denominata “Gods Of Grind”. Quando a Roma la canicola morde senza pietà anche quando il tramonto è passato da diverse ore, al  Traffic di via Prenestina, Mecca dei metallari negli ultimi mesi, si radunano i fan di Shane Embury e soci, tranquillamente disponibili prima e dopo il loro infuocato concerto.  C’è un nuovo album, “Utilitarian”, da presentare per chi non lo conoscesse. Sul cartellone trovano inoltre spazio i The Orange Man Theory, band che manca sui palchi di Roma da un po’, i controversi Bologna Violenta e i Galera, altro combo dedito alla caciara nuda e cruda. Tutto è pronto quindi per la serata conclusiva della manifestazione, evento monstre che ha visto esibirsi in pochissimi giorni Nasum, Hideous Divinity, Dr. Gore, Antropofagus, Wormrot, Buffalo Grillz, Tsubo e In Case Of Carnage. Insomma, un bel menu per i patiti del grindcore, il genere per eccellenza del metal estremo. 

GALERA

“Ci siamo riuniti per suonare fra amici”. Dice grosso modo così il cantante dei Galera, combo locale che apre la serata. Fuori la temperatura è ampiamente sopra i trenta gradi, figuriamoci quindi dentro il Traffic, dove solamente una porta consente il ricambio d’aria necessario per la sopravvivenza di musicisti e fan. I Nostri intanto iniziano la loro esibizione con suoni che non sono un granché e sciorinando una serie di canzoni (fra cui una dedicata ai lupi mannari in conclusione) che hanno come unico scopo quello di generare un po’ di casino. Musicalmente, ci si muove su coordinate death/thrash con il cantante che grugnisce (poco) e urla (parecchio), quasi al limite del black metal per quanto riguarda lo stile. Se questo era il loro scopo allora missione compiuta. Venti minuti circa di show per i Galera, combo dal nome simpatico ma musicalmente agli esordi.

BOLOGNA VIOLENTA

La band più strana del cartellone sono sicuramente i  Bologna Violenta, one-man-band del filone elettronico del genere che si esibisce dal vivo solamente per mano del suo creatore, Nicola Manzan. Questi, con l’ausilio di campionamenti e sintetizzatori crea un grindcore che assume a tratti le caratteristiche di un black metal sinfonico, dalle partiture velocissime e che crea spesso ambientazioni apocalittiche, cupe e oppressive non avvalendosi di nessun tipo di cantato. Gli arrangiamenti ci sono, alcune partiture di tastiera sono di spessore e vanno a segno secondo l’input della proposta musicale. Che alcuni avventori rimangano però alquanto interdetti è dire poco. Mentre la temperatura è altissima dentro il locale, un buon numero di fan è presente e gli applausi quantomeno all’attitudine del coraggioso musicista ci sono e anche numerosi.

THE ORANGE MAN THEORY

Con l’avvento sulle assi del Traffic della band in questione, la serata comincia a volgere sul serio. I The Orange Man Theory sono infatti gruppo rodato, ben conosciuto, e dalla solida esperienza dal vivo, cosa che fa di loro gruppo apripista di rispetto anche per artisti del calibro dei Napalm Death. Si parte con il loro show e il cantante, orfano dei dreadlock, dimostra subito di avere la voce in palla, dispensando urli sempre carichi di odio e rabbia e senza un minimo accenno di flessione. Ricordano a tratti, vista la pedissequa ricerca del cambio di direzione, della variazione di stile, della rabbia espressa soprattutto con le corde vocali del singer, i The Dillinger Escape Plan. C’è un nuovo album alle porte, se non abbiamo capito male, dal quale viene proposta un’anteprima, e intanto  nei quaranta minuti abbondanti a loro disposizione sono tante le tracce estratte da “Satan Told Me I’m Right”, lavoro uscito nel 2008.

NAPALM DEATH

Viviamo nell’era dello spread, dell’incertezza monetaria e del calcio che traballa sotto l’onda del “calcio scommesse”, ma quando c’è bisogno di conferme allora non troverete niente di meglio che un bel concerto dei Napalm Death. “Siamo in giro da trentuno anni” esclama Mark “Barney” Greenway, storico cantante degli inglesi, come a dire che siamo ancora qui, con l’entusiasmo e il vigore di un tempo e senza nessuna intenzione di farci da parte. In precedenza, un’interminabile soundcheck con la batteria di Danny Herrera montata pezzo per pezzo e i suoni che in generale non vanno tanto bene, tanto è vero che, quando si inizia, con la prima parte dello show interamente incentrata sulle tracce del più recente “Utilitarian”, si fanno fatica a riconoscere i pezzi anche se si sono imparate a memoria tutte le nuove, martellanti composizioni dei quattro di Birmingham. Le cose miglioreranno, ma intanto su trittico “Circumspect-Error In The Signal-Everyday Pox” c’è tanta confusione. Il pubblico  comunquesembra fregarsene: nel pit ci si muove e pure parecchio. Quanti concerti abbiamo visto dei Napalm Death? C’è ancora qualcuno “vergine” sotto questo punto di vista? Qualcuno che non abbia subito la deflorazione musicale di Barney e compagni? L’impatto sonoro di un loro show è così violento che tantissimi altri gruppi di spessore della scena metal estrema vengono ricatalogati ad educande quando sul palco ci sono Greenway-Herrera-Harris-Embury. Chissà che alienazione deve subire il cantante dalla miscela della sezione ritmica per far sì che il suo muoversi senza meta, disordinatamente sul palco, tradisca la perdita del controllo di parecchi dei suoi sensi, ricordandosi per incanto le parti in cui tocca urlare di rabbia. Quando gli strumentisti tirano il fiato – cosa necessaria per chi passa i quaranta e ancora gioca a fare il grindcore –  c’è il buon Greenway con i suoi sermoni politici che incontrano sempre il favore del pubblico. Basta che si parli male della religione e di ogni altra gabbia di costrizione morale. Gli echi di Italia-Inghilterra si fanno ancora sentire dalla platea (“Ao’ v’amo fatto er cucchiaio”) ma questa volta non c’è la perfida Albione di fronte ai fan: c’è solo una sequela infinita di pezzi tritaossa. “Can’t Pay, Won’t Play”, “Protection Racket”, “Silence Is Defeaning”, “The Wolf I Feed”, “The Fatalist”, una dopo l’altra ecco queste canzoni della recente produzione del combo, pezzi classici della scaletta che non sorprendono i più. Ma il 2012 è anche l’anno dei 25 anni da “Scum”, una sorta di tavola dei comandamenti del genere musicale che si va a celebrare. Ecco quindi che le canzoni più rozze e debordanti mai scritte come “Dead”, “Deceiver” e via dicendo, fanno breccia. Intanto, in caso servisse ricordare per l’ennesima volta cosa succede fra la folla durante uno show dei Napalm Death, il Traffic è pieno di sudore, di oggetti smarriti durante le colluttazioni musicali, di gente che fa il surf su teste, spalle e braccia altrui, e di una poderosa novità: una sorta di surf a mo’ di ariete fra la folla, una pratica tanto pericolosa quanto idiota che di fatto produce una mini rissa fra il pubblico per uno scontro non tanto fortuito. La colonnina di mercurio, intanto, tocca vette proprie dei tropici. L’aria è poca e molto viziata. I più grandi venditori di magliette (perché a fine show se non ne avete una di ricambio tocca comprarla) continuano imperterriti alternando agelvomentente brani così variegati come “Next To Kin To Chaos”, “Suffer The Children”, “When All Is Said And Done”, “Nom De Guerre” e “Unchallenged Hate”, caposaldo assoluto del grindcore. Vanno via, e lo dicono apertamente: per rifiatare e respirare un po’ d’aria in vista del rush finale. Dopo cinque minuti è tempo della sfuriata conclusiva, condotta in piena apnea: “Scum”, “Human Garbage”, “You Suffer” e “Instinct Of Survival”, canzone-manifesto della sopravvivenza ad uno show del gruppo vissuto nelle prime fila.

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