21/06/2012 - Nasum + Wormrot + Buffalo Grillz + Tsubo @ Traffic Live Club - Roma

Pubblicato il 26/06/2012 da

Una volta evocare il Gods Of Grind significava accostare in un unico tour band del calibro di Bolt Thrower, Confessor, Entombed e Carcass. I tempi cambiano e ora tocca “accontentarsi”. La No Sun Music ha organizzato la versione romana del “Gods Of Grind” che nelle vesti di headliner, suddivisi in tre serate tematiche, ha visto alternarsi sul palco del Traffic artisti del calibro di Nasum, Antropofagus (release party del loro nuovo album) e Napalm Death, i quali mancavano a Roma da un paio d’anni. Nella prima giornata del mini-festival a fare compagnia ai Nasum, tornati in attività in formazione rimaneggiata giusto per salutare i fan dopo la morte del loro cantante storico, c’erano i Wormrot, terzetto di Singapore ben noto a tutti gli amanti del grindcore nella sua forma più iconoclasta, i classici e oramai di casa Buffalo Grillz e gli Tsubo, altro combo che non tradisce mai le aspettative quando l’umore della serata è sull’estremo.

 

 

TSUBO
Entriamo che il gruppo ha iniziato già la sua performance. Se abbiano o meno raccolto quanto di buono hanno seminato in questi anni, suonando in lungo e in largo ovunque sia loro stato richiesto, i pontini di Latina Tsubo hanno scaldato la platea con il loro grindcore di buona fattura. Dentro il locale, ancora vuoto, fa caldo. L’ora poi è ancora quella del caffè dopo cena e quindi non sono in tantissimi a tributare il giusto riconoscimento al gruppo.

BUFFALO GRILLZ
Vuoi perché sono la novità italiana degli ultimi tempi in ambito grindcore, vuoi perché con Enrico Giannone dietro il microfono una risata ci scappa sempre, i Buffalo richiamano gran parte del pubblico dentro le quattro mura di via Prenestina. Solamente negli ultimi due mesi si saranno esibiti almeno tre volte al Traffic, sempre in apertura a band più importanti e quindi il minutaggio, e di conseguenza la scaletta, sono rimasti grossomodo invariati. L’apertura è al solito affidata a “Graind Raccordo Anulare”, scalda pista senza eguali in zona. E poi via a sciorinare i propri classici. Fra le più gettonate, e sempre dall’impatto devastante, i classici “Gux & Gabbana”, la velocissima “Linkin Pork”, l’immancabile “Forrest Grind” (apprezzatissima dalla platea) e “Sacro E Scrofano” (dove il lavoro di “Cinghio” alla chitarra è deflagrante). Il commiato è competenza della “Canzone Del Sale”, solita alternanza fra la melodia ironica della famosa canzone cui il brano è parodia e le ultime sfuriate di Mastino, Tombinor, Cinghio e Gux. Tanti saluti e alla prossima, sicuramente prestissimo.

WORMROT
Chi ama il grindcore conosce i tre singaporiani. Per i profani, infatti, i Nostri sono famosi solo per l’inusitata provenienza mentre, alla prova del nove, i tre dimostrano di conoscere le coordinate del grindcore molto bene non mancando di aggiungervi del loro, per una personalizzazione che si staglia nelle orecchie a futura memoria. I tre, infatti, sistemata la batteria che più minimalista non si potrebbe, sprovvisti di chitarra basso, e armati solo della voglia di farsi conoscere, impiegano pochi secondi per capire che il polverone alzato dalla loro miscela sonora perdurerà fino a fine show. Il batterista sembra incastonato dietro le pelli, visto che la velocità con cui picchia non consente distinguo visivo fra bacchette, braccia, tom e via dicendo. Il cantante invece urla e si dimena emulando Barney dei Napalm Death, nella sua isterica danza sul palco durante i brani e corre come un ossesso attorno al chitarrista, moto perpetuo sulla scia dei suoi accordi. Canzoni come “Exterminate” esplorano tutti i sentieri del grindcore all’interno dello stesso brano alternando cambi di ritmo, proponendo soluzioni talmente inaspettate a più riprese che veramente si fa fatica a capire come gli stessi Wormrot ricordino i brani durante le esibizioni. Che improvvisino come i jazzisti? Chissà. Il pubblico però è conquistato da questi simpatici musicisti, disponibili prima e dopo il loro show. A fine esibizione infatti si cambiano frettolosamente la t-shirt e vanno subito a presidiare il loro banco. I cd venduti a fine serata saranno diversi, segno che sono piaciuti, no?

NASUM
“Questo è il primo e nostro ultimo concerto a Roma”, esclama Keijo Niinimaa, voce dei Rotten Sound prestata a questo tour d’addio dei Nasum. Di qui in poi, sarà solo blast beat a folle velocità in ricordo di una fra le più osannate band grindcore di sempre. I Nasum sono scomparsi con la rivolta della Terra perpetrata tramite l’onda anomala, quella che ha fagocitato Mieszko Talarczyk. Quest’anno avrebbero compiuto vent’anni di attività e allora ecco qualche data d’addio con il solo batterista della formazione originaria. Non sono i veri Nasum, quindi, ma a volte basta poco per commuoversi e gioire. E così è per il pubblico, suddiviso fra chi quasi versa lacrime e chi non ha tempo per queste smancerie delicate e preferisce tuffarsi nel pit. Brano dopo brano quindi, tutti sulla brevissima durata manco a dirlo, il crescendo si fa imponente e di massa. Sotto il palco, dove i corpi si aggrovigliano, si fondono e si scontrano, spargono sudore sul pavimento del Traffic che implode ed esplode sulle note dei cinque. L’impronta vocale del leader dei Rotten Sound ben  si confà a quel che è l’impianto sonoro degli svedesi, ma certo non è la timbrica nota a tutti. I Nasum senza pause assaltano la platea con il batterista a pestare giù duro praticamente bandendo pause e tecnica mentre il chitarrista dedica una fragorosa e possente “The Professional League”, canzone originariamente scritta per Bush (vai a capire se padre o figlio), al nostro “Mr. Berlusconi”, nome declinato con ironia assolutamente non velata. Ma di ben altro spessore, e importanza, è stata la dedica per il compianto cantante, permeata sulle note di “Shadows”. Fra gli altri brani in scaletta, “Corrosion”, “Multinational Murderers Network”,  “Parting Is Such Sweet Sorrow”, “I See Lies” e “Inhale/Exhale”. Quarantacinque minuti di show tutto d’un fiato per una toccata e fuga d’obbligo, per una storia che ha commosso il metal estremo. Ci sarà una pena per la rievocazione del fantasma di Mieszko per questa rappresentazione? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

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