03/06/2014 - Nine Inch Nails + Cold Cave @ Unipol Arena - Casalecchio di Reno (BO)

Pubblicato il 05/06/2014 da

A cura di Davide Romagnoli

Non è facile resistere alle critiche. Anche per i profeti. E’ difficile continuare ad esaltare, rinnovandosi e plasmandosi. L’ex-Mr. Self Destruct e la sua combricola di musicisti tuttofare non può che destare attenzione e far tenere sempre le orecchie drizzate a tutti i fedelissimi e a tutti gli amanti della grande musica dal vivo. E il nome Nine Inch Nails riecheggia ancora nel territorio italiano, dieci mesi dopo l’ultima performance, questa volta però in territorio emiliano.

 

NINE INCH NAILS - unipol arena

 

COLD CAVE
Bisogna proprio essere amici di Reznor per permettersi di essere di spalla nel tour europeo dei Nine Inch Nails. Soprattutto se si è un duo. E soprattutto se si propone, con un dj e un cantante, quello che si potrebbe fare in sede live con un tranquillissimo trio di musicisti che suonino effettivamente quell’electro minimale offerta dal progetto Cold Cave. Depeche Mode e compagnia bella anni ’80 vengono riproposti in pompa magna nei loro beat essenziali e decadenti, arricchiti e impreziositi dalla voce ‘robertsmithiana’ di Cold Cave, che dona quel tocco maudit alla proposta. Visuals altrettanto minimali si offrono come contorno di una mezzora tutto sommato positiva, anche se probabilmente sdoganata da quello che avrebbe potuto/dovuto essere il suo habitat naturale. Non tanto per il retaggio – sicuramente appropriato – quanto per la dimensione di live act d’apertura, che nella data italiana di pochi mesi prima era toccato ai Tomahawk del tutto-fuorchè-prevedibile Mike Patton. Da apprezzare maggiormente, da qui a pochi mesi, in un locale più piccolo e davanti ad un bicchiere d’assenzio, ripensando a Verlaine.

NINE INCH NAILS
Ne è piovuta di critica addosso al buon vecchio Trent Reznor negli ultimi tempi. Essendo assurto a paladino della diffusione indipendente del sottobosco informatico, leader e patriarca indiscusso di innumerevoli proposte che han visto la luce grazie alle sue profezie – il tutto nei cari e vecchi anni ’90 – l’ex-Mr. Self Destruct negli ultimi tempi ha tirato un po’ la corda della fede spregiudicata di parecchi fan. Cedere al Grammy (nemico di una vita) e poi mandarlo al diavolo (per eufemismo) con una tweettata, non nasconde il fatto che anche Mr. Reznor si sia ormai tolto la vecchia corazza di cavaliere oscuro. Uscire dopo quasi una mezza decade dal presunto (e allora definitivo) scioglimento del monicker Nine Inch Nails con un album come “Hesitation Marks”, quantomeno controverso, seppur dotato della grazia compositiva che lo contraddistingue da sempre, non può comunque esimerlo dalle critiche cadutegli addosso. Ripresentarsi in Italia dieci mesi dopo l’ultimo concerto, quello del Forum d’Assago dello scorso agosto, coi Tomahawk, non poteva certo fare attendere il suo avvento come miracoloso e fideisticamente atteso a priori. Senza quell’armatura di idolo, il buon Trent non può magicamente aggiustare tutto. Non più almeno. Con queste premesse, non c’è da stupirsi se il popolo con baluardo maglietta targata NIN non affolla l’Unipol Arena di Casalecchio. Complice anche un audio ai minimi storici per volume, che permette di sentire la vicina esternare tutte le sue manie erotiche scritte nel corso degli anni per il vecchio Trent nel diario del liceo, e i battimani fuoritempo, e complici anche le prime tre canzoni sicuramente non particolarmente entusiasmanti, per contingenze varie, sembra che la fede indiscussa per i Nine Inch Nails post-duemiladieci abbia le basi per poter cadere. Altrettanto inevitabilmente, però, una compagnia formata da questo pioniere musicale, un talentuoso e geniale chitarrista come Robin Finck, un enfant prodige come Ilan Rubin e l’architetto dei synth Alessandro Cortini non può che offrire un lauto pasto per chiunque. La maestria e la classe non si comprano. E fortunatamente non si scalfiscono. Neanche dopo le critiche, i colpi e le fedi rinnegate. Una delle migliori live band sulla Terra non può che offrire sempre uno spettacolo meritevole di applausi e cenni di consenso. E nonostante sia uno di quei concerti di mestiere, è sempre un mestiere che ha tessuto sopra tre lettere fondamentali per molti. NIN. “Eraser” e “Reptile” sono magiche. “The Great Destroyer” e “Sanctified” schiaffeggiano da pater familias i Chemical Brothers e Fatboy Slim, ammonendoli sul loro patriarcato. “March Of The Pigs”, nonostante sia di rito forzato, non può che portare affisso il cartello “hic sunt leones” e liberare alla ricerca di pogo i fan del centro parterre con la maglietta Slayer. L’encore finale “The Day The World Went Away”/”Hurt” non può non emozionare. E come al solito, in questo pastiche di musiche ed effetti visuali (anche se in maniera ridotta rispetto a quanto ormai si è abituati a vedere sulla rete quando si cerca “Nine Inch Nails Live” e in maniera ridotta di quanto visto a Milano pochi mesi fa), altrettanto alternati sono i commenti dei fedeli alla fine dell’evento. “Miglior concerto della mia vita” e “Mi aspettavo di meglio, tutto sommato” aleggiano nell’aria fresca bolognese delle 22,45, unendosi comunque alla soddisfazione (completa o parziale) per aver assaporato ancora una volta l’effigie a tre lettere che dipinge le bancarelle dei venditori ambulanti, stendardo di un gruppo storico e del buon vecchio e caro lupo di mare Trent Reznor. Pioniere e patriarca di mestiere.

 

 

Setlist:
Me, I’m Not
Copy Of A
The Beginning Of The End
March Of The Pigs
Piggy
Reptile
Survivalism
Gave Up
Sanctified
Closer
Find My Way
Disappointed
The Warning
The Great Destroyer
Eraser
Wish
The Hand That Feeds
Head Like A Hole
The Day The World Went Away
Hurt

 

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