14/04/2003 - No Mercy Festival 2003 @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 25/04/2003 da

Intro a cura di Lorenzo Mirani

Report a cura di Lorenzo Mirani e Luca Pessina

No mercy 2003: il trionfo del più puro ed incontaminato thrash metal della bay area. E’ stato un vero piacere per il sottoscritto, da sempre estremo adoratore del più nobile genere del metallo pesante old school, partecipare a quello che si è rivelato uno dei più interessanti No Mercy mai organizzati, che ha visto il trionfo degli headliner Testament, rinati completamente dopo la totale guarigione di un grandissimo Chuck Billy, in forma come non mai, e di due dei gruppi ‘leader’ della scena americana anni 80: mi riferisco agli immensi Death Angel, da poco riuniti in formazione originali (e già pronti a sfornare un nuovo disco, speriamo in bene!!!) e protagonisti di una prova a dir poco immensa, e dei non meno rilevanti Nuclear Assault, anch’essi protagonisti di una rinascita di cui, ne sono certo, vedremo i frutti a breve. C’è stato spazio anche per i consueti gruppi da No Mercy, che si rivelano comunque interessanti da vedere: mi riferisco a Marduk e Malevolent Creation che, accanto a Darkane e Pro-Pain, hanno saputo dare ulteriore peso ad un concerto già ottimo… e che dire poi di quei pazzoidi assoluti dei Die Apokalyptischen Reiter, anch’essi partecipanti di un festival che questa volta ha visto veramente il meglio sul palco (peccato per l’acustica…)? Non resta altro dunque che andare nello specifico, raccontando per filo e per segno la prova di ogni singolo gruppo. Signori e signore, buona lettura!

DARKANE

Ad aprire il concerto e a dare il benvenuto alle già parecchie persone presenti ci hanno pensato gli svedesi Darkane, che in (purtroppo) soli venticinque minuti hanno presentato sei brani estratti da tutti i lavori della loro ancora limitata discografia. Protagonisti del breve show sono stati, come era prevedibile, i brani dell’ultimo “Expanding Senses”, con “Innocence Gone” che ha raccolto particolari consensi essendo forse il brano più conosciuto dei nostri grazie al suo videoclip. Fantastica è stata la prestazione del drummer Peter Wildoer – che ha riproposto in modo fedelissimo gli articolati passaggi udibili su cd – ma anche il resto del gruppo si è mosso più che bene sul palco e, se si tiene ben presente che questo è stato il primo vero tour a cui la band abbia mai partecipato, credo che quest’oggi non ci sia stato proprio nulla di cui lamentarsi. Una buona prova, con l’augurio di poter rivedere la band con più tempo a propria disposizione.

MALEVOLENT CREATION

Ecco presentarsi sul palco Fasciana e soci, protagonisti di un posizionamento infelice in scaletta (è una vera vergogna a mio avviso averli fatti suonare così presto!) ma di uno show veramente ottimo, grazie all’efficace e preciso riffing di Phil ed all’ottimo growl di Kyle Simons che, insieme ai restanti membri della band (e nonostante il pessimo suono, che accompagnerà anche la gran parte dei gruppi successivi), hanno saputo entusiasmare a dovere il pubblico, tra pezzi dal nuovo disco (le ottime “Rebirth Of Terror” e “Superior Firepower”) e vecchi classici, tra cui spiccano la stupenda “To Die Is At Hand” (forse il pezzo migliore del non eccezionale “Fine Art Of Murder”) e la giurassica “Multiple Stab Wounds”, risalente alla prima prova del gruppo americano in studio ed autentico pezzo-cardine delle loro esibizioni dal vivo.

PRO-PAIN

La band statunitense, quest’oggi ridotta a trio per l’assenza di un chitarrista, ha proposto ad un pubblico per lo più distratto e disinteressato il suo hardcore ‘metallizzato’, non ricevendo purtroppo più di tanti apprezzamenti. Gary Meskil e compagni ce l’hanno messa tutta, ma le loro sonorità erano forse un po’ fuori luogo quest’oggi e il pubblico, composto in grandissima parte da thrasher e black metaller, ha stentato davvero a farsi coinvolgere dalle composizioni della band, complice il fatto che, per chi non le conosceva, alla lunga sembravano assomigliarsi un po’ tutte. Purtroppo è parso che i nostri abbiano accusato il colpo e perciò si sono un poco intimoriti, non riuscendo a sprigionare la tipica carica riscontrabile solitamente ad ogni loro show. Ineccepibile comunque l’esecuzione tecnica: i Pro Pain sono dei musicisti rodati da tantissimi tour in giro per il mondo e ormai veterani della scena, e solo per questo meritano un grosso rispetto.

NUCLEAR ASSAULT

Un repentino quanto inaspettato cambio di scaletta (insomma, quando si decidono a fare le cose per bene in quanto ad organizzazione, qui in Italia?) introduce sul palco i Nuclear Assault, alfieri del più immediato e fruibile thrash metal della vecchia scuola (per intenderci: quello venato da influenze hardcore) che così tante vittime ha mietuto in passato, ed è ritornato più in forma che mai per compiere altre efferatezze. C’è da dire che la prova del quartetto americano, complici una non perfetta esecuzione tecnica e l’acustica peggiore della giornata, non è stata certo senza pecche, ma in quanto a carica e violenza i Nuclear Assault non hanno da invidiare nessuno, forse neanche i loro ben più blasonati parenti Testament: giuro che l’energia che sanno trasmettere il frontman John Connelly e compagni è qualcosa di incredibile, e che veramente di rado avevo visto un pogo micidiale come quello che si è scatenato su “Sin” (autentico cavallo di battaglia dei Nuclear Assault) ed anche su altri classici come “Game Over”, “New Song”, “Trail Of Tears” e “F#”; insomma, uno show veramente da sottolineare in quanto a coinvolgimento, per confermare come in casi come questi il cuore trionfi sulla fredda perizia tecnica.

DIE APOKALYPTISCHEN REITER

Totalmente fuori contesto ed inspiegabilmente posizionati in scaletta dopo i Nuclear Assault, i Die Apokalyptischen Reiter hanno fatto più fatica del solito ad entrare in sintonia con l’incuriosito pubblico presente, il quale è rimasto contrariato per la loro posizione nel bill e notevolmente spiazzato dalla proposta dei nostri, del tutto fuori da ogni canone e di difficile assimilazione per gente abituata a ben altre sonorità. Il black-death-epic-classic-metal-folk (!!!) dei nostri è riuscito inizialmente a coinvolgere solo chi effettivamente conosceva già la band e, a causa anche di suoni non certo superlativi, l’esibizione è decollata solo in concomitanza con il lancio di un buon numero di lattine di birra al pubblico che, alla fine, si è lasciato trasportare da quell’accozzaglia di stili assemblata apparentemente senza senso da questi cinque folli tedeschi e dalla loro attitudine positiva e spensierata. L’esibizione di oggi alla fine è stata solo sufficiente, ma i Reiter sono riusciti comunque a suscitare un buon numero di risate… e di certo questo era uno dei loro obiettivi.

DEATH ANGEL

Eccoli, i veri protagonisti della giornata: riuniti in formazione originale e pronti per un nuovo disco in studio, a ben tredici anni dal loro scioglimento, i Death Angel hanno ancora voglia di spaccare e dimostrare che la loro reunion non è una questione di ritorno in voga di un genere o altro, ma solo di sana passione. Già, perchè i cinque musicisti di origini filippine sono stati protagonisti di uno show davvero impeccabile, pressoché perfetto: favoriti anche da un’ottima acustica, cosa che in tutto il festival sarà concessa solo ed esclusivamente a loro (complimenti vivissimi ai tecnici del suono!), i Death Angel (che si riveleranno anche disponibilissimi con i fan nel dopo-concerto) sparano su un pubblico assolutamente in visibilio le loro cartucce migliori, tratte per la maggiore dal capolavoro assoluto “The Ultra Violence” (mi riferisco alle varie “Mistress Of Pain”, “Kill As One” e “Evil Priest”), dimostrando così di avere ancora energia e voglia di suonare da vendere, e di non essersi arrugginiti in fatto di tecnica in questi anni passati a suonare musica punk in altri gruppi o addirittura nell’inattività. Unico neo in questo concerto eccezionale: la mancanza di “Thrashers”, autentico inno che rappresenta un genere intero, sostituito nel finale dalla comunque degna “Kill As One”.

MARDUK

Qui c’è poco da dire, visto che questa volta il festival più famoso d’Italia per la grande rappresentanza di gruppi death e black è stato dedicato al thrash più oltranzista e di vecchia data, e un gruppo come i Marduk, elemento fisso di una kermesse musicale come il No Mercy, non è certo la band più in vista per un pubblico sul quale si è appena riversata tutta la violenza dei thrash gods Death Angel; comunque c’è da dire che, come al solito, la band svedese si è resa protagonista di un show tutto sommato buono, sparando sul pubblico il consueto repertorio, eseguito in maniera impeccabile, insieme alla solita manciata di pezzi per presentare il nuovo “World Funeral” (nello specifico “With Satan And Victorious Weapons” e “To The Death’s Head True”), anche questi eseguiti con precisione e buona perizia tecnica. Legion si rivela il solito screamer di razza (anche se si sente che in fine di concerto comincia a vacillare fisicamente) ed il nuovo acquisto dietro le pelli non sbaglia un colpo; nel complesso un buon show, che nulla aggiunge e nulla toglie alle loro prestazioni passate.

TESTAMENT

Eccoli! Sicuramente il gruppo più atteso di tutto il festival! Complici anche i recenti problemi di salute che hanno colpito il grandissimo frontman Chuck Billy, i Testament hanno saputo ancora una volta rendere gloria all’importanza del loro nome: poco meno di un’ora e un quarto di concerto (eh sì, tutti avremmo voluto di più, ma c’è stato di che accontentarsi!) in cui si scatena l’inferno sonoro, sia sul palco che – soprattutto – sotto di esso, con un pogo assolutamente micidiale unito a molti episodi di stage-diving, a confermare ancora una volta l’immensa energia che i Testament sono in grado di far scaturire. Pochi secondi dall’entrata dei cinque, ed è già il terrore sotto il palcoscenico… già, perché se in apertura di concerto i pezzi scelti sono “D.N.R.” e “Down For Life”, non può essere altrimenti; e se subito dopo aggiungiamo “Low”, title-track di uno dei lavori più sottovalutati dei Testament, e la storica “Into The Pit”, la frittata è fatta: l’esecuzione strumentale è perfetta e, nonostante un impianto sonoro non all’altezza, l’esaltazione del pubblico dell’Alcatraz è ai massimi livelli, e raggiunge il limite con la successiva “Trail By Fire”, pezzo-cardine dello storico “The New Order”. Unica pecca: come già detto, i Testament suonano davvero troppo poco (solamente undici pezzi in totale), e così c’è ancora tempo per qualche classico (su cui spiccano la divina “Burnt Offerings” e la potentissima “Over The Wall”), intervallato dalle più recenti “Dog Faced Gods” e “True Believer”, prima della fine di uno show veramente ottimo in quanto ad esecuzione e coinvolgimento, affidata ad una sempre trascinantissima “Disciples Of The Watch”. Niente da dire, in definitiva: trionfatori come sempre sia sopra un palco che sotto, con un Chuck Billy che a fine concerto ringrazia tutti i fan italiani per l’apprezzamento ed il loro calore e disponibilissimo, solo pochi minuti dopo, al colloquio coi fan ed al classico rito della concessione di autografi.

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