Unire la potenza dirompente del metal con istanze progressive più raffinate ed evolute è un vezzo che viene inseguito da tempo immemore ormai nella storia della musica, e che ha trovato in alcune realtà in particolare la sua sintesi più piena e compiuta: col senno di poi, possiamo sicuramente affermare che gli Opeth ne abbiano rappresentato una sfaccettatura fondamentale, un po’ in tutte le fasi artistiche che ne hanno conformato la carriera.
Partendo dagli esordi crepuscolari della prima ora, fino alle evoluzioni in pieno stile seventies più recenti, arrivando alla mirabile fusione di entrambi gli aspetti raggiunta nell’ultimo lavoro in studio “The Last Will And Testament”, la band svedese ha sempre incorporato nella sua musica un insieme di emozioni e suggestioni differenti, stratificate, persino opposte tra di loro, mirando ad un’idea dinamica e progressiva appunto con cui unirle sotto un unico, coerente disegno generale estremamente variopinto.
A loro modo poi, anche i Blood Incantation, ospiti di onore posti in apertura della serata, hanno saputo unire nel loro sound un’attitudine severa direttamente mutuata dal death metal della vecchia scuola ad una sensibilità trascendentale, cosmica per molti versi, che ha permesso loro di inglobare partiture prog, technical e persino ambient al loro sostrato metal, giungendo con “Absolute Elsewhere” a citare da vicino una band enorme come i Pink Floyd.
Non è certo un caso infatti, se sono proprio queste due band ad aver incantato il giorno precedente al concerto di Bologna la prestigiosa platea di Pompei per un concerto dalla portata storica e dall’importanza miliare dopo il leggendario show di Gilmour e soci degli anni Settanta, inaugurando per la prima volta questa location magnifica alla musica estrema e sdoganando un confine che sembrava fino ad oggi invalicabile.
Superata l’emozione dovuta all’esibizione in terra campana, c’è però molta curiosità nel vedere entrambe le band in una cornice più informale e canonica, rendendo il concerto al Sequoie Music Park un banco di prova importante in cui testare questo particolare pacchetto artistico, in un contesto certamente meno suggestivo ma abbastanza intimo da mantenere sempre palpabile lo stretto rapporto d’unione tra musicisti sul palco e pubblico nel giardino e sugli spalti.
Pur con qualche incertezza di troppo a livello logistico, Bologna ha accolto con calore la prestazione di entrambe le compagini, segnalando un costante interesse verso il progressive metal inteso stasera nella sua accezione più ampia e variegata.
Il primo ostacolo in cui ci imbatte all’arrivo del Sequoie Music Park è una fila chilometrica – ed anche piuttosto inutile – che inizia molto prima dell’ingresso all’area concerto e che costringe ad una lenta processione per poter finalmente guadagnare il proprio posto all’interno di una zona palco invero piuttosto ridotta e particolarmente schiacciata, soprattutto negli angusti ambienti riservati all’area pit.
Un dettaglio non trascurabile, se si considera le temperature tropicali della giornata, rese ancora più infernali dallo stretto contatto con le persone attigue per tutta la durata delle esibizioni.
Il lento incedere verso l’ingresso inoltre, unito alla scelta deprecabile di far iniziare i concerti mentre gran parte del pubblico è ancora in fila, impedisce a molti di assistere all’entrata in scena e alle prime battute dei BLOOD INCANTATION, i quali, per niente intimiditi da questo fatto, iniziano con energia il loro show bolognese.
Mentre il prato inizia finalmente a riempirsi a dovere, la band di Paul Riedl prende confidenza col palco, allestito per l’occasione con un enorme backdrop che riprende l’artwork dell’ultimo lavoro in studio e con dei minacciosi obelischi alieni incisi da incomprensibili diciture extraterrestri.
Chi segue da tempo i quattro di Denver, conosce naturalmente la loro ossessione per tematiche cosmiche e lovecraftiane, elevate oggi alla massima potenza grazie a queste trovate sceniche semplici in realtà, ma decisamente efficaci.
Lungi però dal nascondersi dietro a delle vane coreografie da palco, i Blood Incantation sfoderano una prestazione maiuscola, capace di incantare i presenti grazie alle loro partiture contorte, i repentini cambi di umore e le complesse trame chitarristiche che compongono “Absolute Elsewhere”, disco della definitiva consacrazione eseguito per intero nelle due date italiane di Pompei e Bologna.
Momenti frenetici e dalla pura matrice death metal si alternano con vigore ad altri più cadenzati, misteriosi o trasognanti, lambendo territori di gilmouriana memoria negli assoli di “The Stargate”, o negli interventi in voce pulita di “The Message”, verso un finale convulso, quasi un ingresso in un wormhole spaziale, in grado di lasciare esterrefatti sia chi già conosceva questo eccentrico gruppo americano, sia chi si è scontrato per la prima volta con la loro proposta sui generis.
Nonostante la loro esibizione sia stata accompagnata da una persistente pochezza nei suoni e da una nitidezza impastata dall’impianto audio, i Blood Incantation lasciano il palco da vincitori, pienamente meritevoli delle attenzioni che stanno riscuotendo negli ultimi anni e determinati a conquistare sul palco il consenso ed il rispetto anche dei più scettici.
Chi non ha ormai più niente da dimostrare è invece Mikael Åkerfeldt, il quale in oltre trentacinque anni di attività ha reso i suoi OPETH una creatura autorevole e prestigiosa, capace di entrare nel cuore e nella testa di moltissime persone e crearsi una particolare nicchia di fedelissimi accorsi anche oggi per dimostrare la loro fedeltà verso la sua musica originale e fantasiosa.
Forti di un rinnovato interesse verso la loro proposta dovuto agli ottimi responsi ricevuti dall’ultimo “The Last Will And Testament”, gli svedesi però non sono certo in vena di autoindulgenza e pressapochismo, preparandosi ad una prestazione che farà di precisione, trasporto ed empatia i suoi tratti distintivi.
Si parte subito forte con “§1”, scoppiettante opener dell’album che mischia sapientemente le istanze prog del presente e quelle più pesanti del passato, secondo una fusione capace di esaltare da subito le folle accorse alla serata.
Senza spostarsi troppo nel tempo, si passa rapidamente alle trame sbilenche di “Hjärtat Vet Vad Handen Gör” dal penultimo disco in studio, cantata curiosamente nella sua versione in lingua madre ed episodio interlocutorio che permette ai musicisti di prendere confidenza con il palco e con i suoni delle loro spie.
In questo senso, proprio come per i Blood Incantation, uno scarso volume delle chitarre ed una esagerata presenza delle casse della batteria rimarranno una costante della serata, lievemente in miglioramento nella seconda parte del concerto ma comunque fastidiosamente fuori setting soprattutto nelle parti più aggressive, dove tutti gli strumenti sul palco finiranno per scomparire sotto i fitti sedicesimi alla batteria del valente Waltteri Väyrynen.
Soffre, sfortunatamente, di questo handicap “Godhead’s Lament” perla estratta dal capolavoro “Still Life”, che manda comunque in visibilio i presenti e primo dei numerosi passaggi a ritroso nel percorrere con equità molti momenti della corposa discografia degli Opeth.
Mikael sul palco inizia ad interagire col pubblico sfoggiando la sua proverbiale comicità da stand-up comedian, un modo compassato ma velenoso di prendere e prendersi in giro che crea un contrasto piacevole con la musica melanconica ed emotiva della sua band: introduce ad una nuova doppietta rappresentata da “§7”, duettata su disco col mitico Ian Anderson dei Jethro Tull, e “The Devil’s Orchard”, singolo particolarmente amato dai fan estratto dall’ormai attempato disco dell’epoca prog “Heritage”.
I toni poi si fanno più dimessi ed intimi con “Windowpane”, carezza acustica dotata di alcuni interventi solistici eccellenti da parte di Åkerfeldt, prima di tornare a pestare duro con “The Grand Conjuration” e “Demon Of The Fall”, alcuni dei brani più longevi presenti in scaletta che mostrano il grande affiatamento tra i fantastici musicisti che compongono l’attuale line-up della band.
Martin Mendez, fido compagno di Mikael da tempo immemore, mischia linee di basso ardite e ficcanti con groove estremamente coinvolgenti, fungendo da tappeto ritmico efficace alle svisionate solistiche di Fredrik Åkesson mostrate nella successiva “§3”, ultimo capitolo del nuovo album prima di tuffarsi nell’amarcord crepuscolare di “The Drapery Falls”, dal fondamentale “Blackwater Park”.
Prima però, c’è tempo per il piccolo siparietto dedicato a “You Suffer”, fulminea cover dei Napalm Death cantata da tutti i presenti ed espediente divertente per spezzare il ritmo della serata.
Considerata la durata sostenuta dei brani in scaletta, si inizia ad avvicinarsi al termine del concerto, pericolosamente minacciato da un’incombente tempesta che inizia ad affacciarsi sul cielo ormai livido del Sequoie Music Park, destinato fortunatamente a scatenarsi in delle forti raffiche di vento e niente più.
Prima di salutarsi però, c’è ancora tempo per qualche chicca: la prima è rappresentata da “Hex Omega”, brano estratto dal controverso “Watershed” e non eseguito dal vivo da quasi dieci anni. Mikael non nasconde una certa emozione nella sua proposizione nella setlist della serata, indicandola come uno dei suoi brani preferiti e sul quale ha modo di esaltarsi Joakim Svalberg e le sue tastiere, spesso lasciate in secondo piano ma fondamentali in realtà nel rendere più profondo e corposo il sound live degli Opeth.
Su questo brano frastagliato e dall’incedere nervoso, è proprio Joakim a mantenere coeso e coerente il filo del discorso, mostrando la sua grande abilità ed un senso narrativo lodevole.
Il tempo ufficiale è quindi giunto al termine, ma proprio come le grandi rockstar, gli Opeth tornano sul palco richiamati dal loro pubblico per un’ultima fiammata che porta il nome di “Deliverance”. Da sempre particolarmente cara ai fan degli svedesi, questa canzone sembra racchiudere molti dei paradigmi della loro musica, proponendo una fusione di calma, rabbia, complessità e semplicità semplicemente da manuale.
Il celebre breakdown finale del brano si abbatte come un martello sui presenti, che salutano i loro eroi con acclamazioni ed applausi che si prolungano di molto quando la musica è ormai finita.
A conti fatti, abbiamo assistito questa sera a degli spettacoli a suo modo straordinari in quanto a genere ed esibizione: non capita tutti i giorni di assistere a delle proposte così difficili ed articolate che riescano a colpire e coinvolgere il pubblico, e possiamo dire che sia Blood Incantation che Opeth sono riusciti nell’intento, grazie soprattutto a delle capacità tecniche ed empatiche di primo livello.
Se i primi mostrano certamente ancora dei margini di miglioramento e di espansione del loro stile, poco può essere detto ai secondi, detentori di una classe impareggiabile e forti di una scaletta che può ormai formarsi intorno a dei capolavori che ne esaltino di volta in volta aspetti differenti.
Fa piacere tornare a sentire sul palco il growl potente di Åkerfeldt, così come le sue delicate incursioni in voce pulita e piace allo stesso modo poter apprezzare tanto i momenti più aggressivi, complicati ed oscuri degli Opeth quanto quelli più intimi, tristi e diretti al cuore di una band capace di evolversi e mutare nel tempo senza mai venir meno ad uno spirito letteralmente romantico che ne pervade dolcemente la musica e conquista ogni volta i suoi fedelissimi fan.
Setlist Opeth:
§1
Hjärtat Vet Vad Handen Gör
Godhead’s Lament
§7
The Devil’s Orchard
Windowpane
The Grand Conjuration
Demon of the Fall
§3
You Suffer (Napalm Death cover)
The Drapery Falls
Hex Omega
Deliverance

