Report di Alessandro Elli
Foto di Francesco Prandoni, Claudia Nappi e Alex Altieri
L’Anfiteatro degli Scavi, situato nel Parco Archeologico di Pompei, per gli appassionati di musica è strettamente connesso con l’esibizione dei Pink Floyd del 1971 che ha prodotto il film “Pink Floyd: Live at Pompeii”, pubblicato l’anno successivo: una performance storica, fatta di sequenze che hanno segnato un’epoca, con un immenso valore artistico messo in risalto da un contorno che lascia letteralmente senza fiato.
Un palcoscenico che negli ultimi tempi è stato riaperto al pubblico per concerti di artisti selezionati e per il festival Beats of Pompei, giunto alla sua terza edizione, che, venerdì 10 luglio, vede come ospiti due tra le band di punta del progressive death metal, Opeth e Blood Incantation.
Il gruppo di Mikael Åkerfeldt può vantare trentasei anni di storia e, in una discografia ormai lunghissima, è riuscito a coniugare la veemenza del death metal con le intricate partiture del rock progressivo, dando luogo ad una proposta unica che si è evoluta nel corso del tempo senza mai perdere profondità ed efficacia.
L’ultima uscita degli svedesi, “The Last Will And Testament”, risale al 2024 e può essere inquadrata come un ritorno alle sonorità più aggressive degli esordi, grazie anche alla reintroduzione del cantato in growl abbandonato dopo “Watershed”, ma in un’occasione speciale come questa è lecito aspettarsi una setlist che spazi su tutte le diverse epoche che la band ha attraversato.
Lo show di Pompei è la data di partenza di un breve tour europeo che gli Opeth terranno in alcune location suggestive, tra le quali spicca sicuramente la tappa di Halifax con Paradise Lost e Katatonia.
I Blood Incantation hanno una carriera meno lunga, anche se ormai sono sulle scene da quindici anni, ma si sono affermati grazie alla capacità di fondere prog rock, psichedelia e ambient nel loro tessuto musicale costituito da death metal tipicamente novantiano.
L’ultimo disco “Absolute Elsewhere” (escludendo “All Gates Open”, pubblicato quest’anno ma dedito ad un ambient strumentale che gli conferisce il carattere di uscita slegata dal loro percorso principale) ha sancito la consacrazione definitiva del quartetto come una delle realtà più importanti dell’ultimo decennio. e anche dal vivo la formazione americana ha acquisito quella sicurezza che in pochi possono vantare.
Due gruppi che rappresentano il meglio del genere pur interpretandolo in modi completamente differenti, ed una cornice spettacolare: vediamo come è andata.
L’apertura dei cancelli è prevista per le 19,30 e, una volta varcato l’ingresso principale, ci si può trattenere al banchetto del merchandising, dove si forma immediatamente una lunga coda, oppure si può scegliere di visitare un piccolo allestimento dedicato ai calchi delle vittime dell’eruzione del Vesuvio, opportunità inclusa nel biglietto dell’evento.
L’accesso all’Anfiteatro degli Scavi, circondati da pietre romane e rovine millenarie, avviene con ordine, favorito da una buona organizzazione e, una volta entrati nella struttura, è impossibile non rimanere impressionati dal fascino e dalla storia di questa costruzione: non è consuetudine assistere ad un concerto metal da seduti, ma in un’ambientazione di questo tipo non sarà un problema troppo grande da affrontare.
Alle 20,15, rispettando pienamente la tabella di marcia, i BLOOD INCANTATION fanno il loro ingresso sul palco: la scenografia è decisamente imponente, con visual incentrati sul loro immaginario costituito da viaggi spaziali ed invasioni aliene e due totem intarsiati con geroglifici a completare il quadro visivo.
Il quintetto (per l’occasione la formazione è completata da un tastierista) ripropone per interno “The Stargate” e “The Message”, le due suite che compongono l’ultimo disco “Absolute Elsewhere”, fondendo alla perfezione anche nella versione live le anime che costituiscono la loro musica, quella death metal e quella pinkfloydiana.
I lunghi tour degli ultimi due anni hanno apportato compattezza alla band del Colorado che sforna una prestazione ulteriormente superiore a quella osservata lo scorso anno alla Santeria di Milano, complici anche dei suoni pressoché perfetti.
La complesse trame dei pezzi sono riproposte con precisione, nei riff, nella sezione ritmica, nei tappeti di synth e nella voce di Paul Riedle, che si dimostra un leader carismatico; la perizia dell’esecuzione è pareggiata da un’energia contagiosa, con il pubblico che abbandona le proprie postazioni per avvicinarsi al palco. Non è mancato il rito del gong, a riprendere l’immagine di Roger Waters che, proprio qui, ha costruito uno dei simboli più iconici della storia del rock.
L’impressione è che i Blood Incantation abbiano già compiuto il salto di livello ma ci sono dei margini di potenziale ed ambizione per un’ulteriore crescita.
Sono le 21,30 quando, annunciati dai fruscii e dai clangori che introducono “§1”, gli OPETH fanno il loro ingresso nell’Anfiteatro: le trame complesse del primo capitolo di “The Last Will And Testament” danno l’avvio al concerto più atteso, mentre i ledwall alle spalle del gruppo proiettano immagini connesse con la narrazione del disco, tra lingue di fuoco e antichi ritratti che improvvisamente si animano.
Åkerfeldt, per una volta, pare intimorito da un contesto fuori dal comune anche per chi ha passato una vita sul palco, tanto da non parlare per un paio di pezzi e da sbagliare le note iniziali, invero unico errore in tutta la serata; anche dal punto di vista vocale, il cantante non dà il meglio nelle prime fasi, come se si stesse risparmiando, ma il suo growl tornerà potente e profondo come sempre nello spazio di due o tre pezzi.
Ovviamente una delle curiosità più grandi riguarda la scaletta, sempre un punto dolente per chi ha a disposizione una discografia così vasta ed eterogenea: gli svedesi annunciano di voler pescare materiale da tutte le epoche della loro storia e qualche sorpresa, come vedremo, la concedono. La sensazione, però, è che la preferenza del gruppo sia indirizzata verso la produzione più recente e, chissà quanto pesa l’ironia in questa affermazione, Mikael ammette di essere infastidito per gli “Evviva!” rivolti all’annuncio dei brani più datati.
“Hjärtat Vet Vad Handen Gör”, da “In Cauda Venenum”, suona convincente in una veste irrobustita che gioca sugli intrecci tra le chitarre e il tappeto di synth plasmato da Joakim Svalberg. E’ però con “Godhead’s Lament” che si arriva al primo vero boato: tratto da “Still Life”, questo brano non compariva nella setlist degli svedesi dal 2016 ed è scontato l’entusiasmo per questi dieci minuti di riff nervosi e melodie suadenti; non si può rimanere indifferenti alla pulizia dei passaggi tra le parti più furiose e i momenti semi-acustici, il marchio di fabbrica di questi musicisti che come pochi sanno accostare una tecnica esecutiva mostruosa alle emozioni più profonde.
Con “§7” si torna al presente, anche se Åkerfeldt afferma con sarcasmo di non poter definire nuovi brani pubblicati ormai due anni fa e ci tiene a sottolineare come la voce di Ian Anderson campionata sia l’unico inserto non suonato di tutto lo show.
“The Devil’s Orchard” va a ripescare la fase più prog degli scandinavi e, anche in questo caso, conferma come anche quel periodo, che non tutti i fan apprrezzano, abbia prodotto musica di qualità, mentre è indiscutibile il valore delle note eleganti di “Windowpane”, da “Damnation”, un brano in cui rallentano i ritmi, eseguito con la solita classe, perfettamente in equilibrio tra disperazione e raffinatezza.
Al termine un lungo siparietto, durante il quale Åkerfeldt racconta divertito come abbia imparato ad utilizzare il barré dai dischi di Joni Mitchell e David Crosby, prima di omaggiare i Blood Incantation facendo notare che in questo luogo il metal era già arrivato con i Dream Theater ma il growl ha fatto la sua comparsa proprio oggi con gli americani.
L’estratto selezionato da “Ghost Reveries” è “The Grand Conjuration”, ed anche in questo caso la scelta non era scontata: un vortice di violenza nel quale emergono tutte le qualità del silenzioso Fredrik Åkesson, musicista con un curriculum di tutto rispetto, spesso sottovalutato eppure dotato di un tocco personale, capace di esaltarsi nei frangenti più irruenti e di adattarsi con misura alle parti prog.
Il tuffo nel passato più remoto avviene con “Demon Of The Fall”, da “My Arms, Yuor Hearse”, il ritornello più propriamente metal e più riconoscibile mai scritto dalla band: introdotto da un breve frammento di “Moonlapse Vertigo”, il brano viene accolto con un’ovazione e per molti rappresenterà l’apice dell’esibizione.
Si torna a “The Last Will And Testament” con “§3”, canzone intricata nella quale la sezione ritmica si esprima al meglio, con il bassista Martín Méndez al meglio della forma ed il batterista Waltteri Väyrynen, il più giovane in formazione, che gestisce con facilità partiture articolate, confermando come il suo arrivo sia stato linfa vitale per la band.
A seguire una nuova pausa che serve a risolvere qualche piccolo problema sulla chitarra di Åkesson e permette di assistere alla cover di “You Suffer”, brano di due secondi dei Napalm Death, durante la quale il pubblico è invitato ad urlare il celebre testo: “You suffer, but why?“.
Ci si avvia verso l’epilogo con gli ultimi due pezzi perché, dice Mikael, “Non siamo Springsteen che suona tre ore e domani abbiamo pure un treno da prendere per andare a Bologna“, scatenando una serie di battute sulla puntualità delle nostre ferrovie.
“Blackwater Park”, il primo grande successo commerciale degli scandinavi, è rappresentato da “The Drapery Falls”, un collage di psichedelia alla Pink Floyd ed esplosioni death metal nel quale è evidente la mano di Steven Wilson; “Hex Omega”, da “Watershed”, assente dai live degli svedesi da più di un decennio, è un altro brano che non ci saremmo aspettati di sentire e colpisce per le suggestioni settantiane ed i chiaroscuri acustici.
Non è però davvero finita e, dopo un breve ristoro, i cinque nordici tornano in scena per i “Quattordici minuti di dolore” della monumentale “Deliverance”, title-track dell’omonimo disco utilizzata da anni come chiusura: è durante le note di quest’ultimo brano che tutti abbandonano le proprie sedie per riversarsi sotto il palco ed assistere da vicino all’atteso trionfo finale con le classiche presentazioni dei componenti della band ed i ringraziamenti alla crew.
Arrivati a questo punto della loro carriera gli Opeth non hanno più niente da dimostrare ma, ogni volta, stupiscono per la capacità di gestire con naturalezza tecnica strumentale, capacità di emozionare e tenuta del palco, dimostrando estrema professionalità senza cedere ad autocelebrazioni. L’evento di questa sera, grazie anche all’altrettanto stupefacente performance dei Blood Incantation e ad un’acustica ottima, è l’ennesimo tassello di un cammino eccezionale
Dal modo in cui i cinque artisti si sono congedati da questo meraviglioso scenario si sono percepiti orgoglio e commozione: potersi esibire in questo anfiteatro è un traguardo per pochi e con la prova intensa, precisa e coinvolgente di questa sera gli Opeth hanno dimostrato di meritarlo pienamente.
Setlist Opeth:
§1
Hjärtat Vet Vad Handen Gör
Godhead’s Lament
§7
The Devil’s Orchard
Windowpane
The Grand Conjuration
Demon of the Fall
§3
You Suffer (Napalm Death cover)
The Drapery Falls
Hex Omega
Deliverance
BLOOD INCANTATION
OPETH































































































































































