12/12/2005 - Opeth + Burst @ Rolling Stone - Milano

Pubblicato il 17/12/2005 da

A cura di Marco Gallarati

Recentemente, solo in due occasioni chi scrive ha avuto modo di vedere il Rolling Stone sì gremito in ogni ordine di posto e forse più: Kreator (con Dark Tranquillity al seguito) e la reunion-live dei Testament avevano saputo far accorrere più o meno la stessa mole di gente. Evidente segnale che ormai anche gli svedesi Opeth sono entrati a far parte dell’Olimpo assoluto dell’heavy metal. E, diciamocela tutta, dopo otto album senza clamorose cadute di qualità, anzi, ricchi di fascino ed emozione, ci sembra più che lecito per Mikael Akerfeldt e compagni ambire ad un pezzo di storia. Quasi tutto esaurito, quindi, per il tour di supporto al magnifico, ultimo nato in casa Opeth, quel “Ghost Reveries” che, anche grazie all’imponente lavoro della Roadrunner, sta facendo proseliti un po’ ovunque. Assieme al quintetto di Stoccolma, si è avuto modo di visionare piacevolmente anche i connazionali Burst, ensemble decisamente emergente in ambito post-core progressivo, se proprio li si vuole etichettare con una definizione perlomeno calzante. Dal freddo non esageratamente polare di una serata di metà dicembre, ci si proietta all’interno della venue, proprio mentre il support-act ha iniziato la sua performance…

BURST

Con tre full-length album all’attivo, “Conquest: Writhe”, “Prey On Life” ed il recente, splendido “Origo”, i Burst sono davvero in rapida ascesa qualitativa e di successo in un ambito compositivo che, almeno sembra, inizia a riscuotere i meritati successi. Tra post-core, metal-core, progressive rock crepuscolare, ibridi misti vari, il quintetto scandinavo è capace di offrire una proposta sì non semplicissima da comprendere, ma, allo stesso tempo, abbastanza diretta ed energica, ideale apertura di concerto per un pubblico comunque – lo si spera! – aperto di mente, come il medio fan degli Opeth dovrebbe essere. Lo spettacolo è durato giusto mezzora, forse un po’ pochino per apprezzare al meglio la musica dei Burst, ma i ragazzi hanno saputo coinvolgere sufficientemente la montante audience accorsa. Tra brani diretti e solamente urlati e composizioni più strutturate e complicate, con mutevoli cambi d’atmosfera, Linus Jagerskog (autore di accenni di headbanging clamorosamente fuoritempo) e degni compari hanno tenuto il palco in maniera discreta, contenendo, con un freddo aplomb svedese, le esplosioni sonore della loro musica. A parte le voci, soprattutto quelle non pulite, calibrate un po’ male e troppo confuse nel suono degli altri strumenti, il livello tecnico dell’esibizione è stato piacevole ed il pubblico ha gradito non poco. Peccato per il breve tempo a disposizione.

OPETH

L’attesa monta spasmodica e, come purtroppo (per le band di supporto) succede in ogni concerto-evento che si rispetti, l’attenzione si focalizza in maniera viscerale su ciò che proporranno gli headliner, chiedendosi con quale pezzo apriranno, se faranno canzoni vecchie, se eseguiranno quel brano oppure quell’altro… Essendo headliner gli Opeth, ed immaginando quindi, data la proverbiale lunghezza delle loro canzoni, l’esiguo numero di composizioni da ascoltare, la curiosità è davvero estrema. Ed è una vera esplosione di gioia e tripudio quando Mikael Akerfeldt, Peter Lindgren, Martin Mendez, Per Wiberg ed il session-drummer Martin Axenrot (Bloodbath, Nifelheim) si presentano sulle assi del palco, inaugurando le magnifiche gesta con “Ghost Of Perdition”, superba opener di “Ghost Reveries”. I suoni sono da subito molto buoni e nitidi, così come la voce di Mikael, che non perde un’oncia di potenza (il growl) ed intensità (il pulito) rispetto a quanto udibile su disco. Passata la buriana iniziale, abbiamo il piacere di scoprire un frontman semplicemente strepitoso, non solo per le sue capacità tecniche, ma anche per la sua bravura nell’intrattenere l’audience, condendo gli interventi tra un’esecuzione e l’altra con battutine e frasi divertenti, spiccanti per il leggiadro non-sense e il tipico humour svedese (molto vicino a quello inglese, a quanto pare). Si passa quindi a “When”, tratta dal deboluccio (per chi scrive) “My Arms, Your Hearse”, e di seguito a “White Cluster”, da “Still Life” (il “rosso album”, come dice lo stesso Akerfeldt). Dopo lunghe suite come quelle proposte dagli Opeth, gli intervallini a cui Mikael ci abitua pian piano trovano sempre più riscontro…tralasciando quello in cui si mette in discussione la superiorità della pizza italiana sulla pizza svedese (al che, è partito un coro “pizza, pizza” che manco da Costanzo si sente…). “A Fair Judgement” è semplicemente ipnotizzante, mettente in mostra un bravissimo Per Wiberg, così come la stupenda “Bleak”. Non poteva mancare poi la proposizione del singolo dell’ultimo disco, ovvero “The Grand Conjuration”, un pezzo-monstre a tutti gli effetti, eseguito alla grande e ricco di fascino moderno. Solo una grande band, infatti, poteva realizzare una canzone che rispecchiasse in maniera iper-fedele sia lo stile della band stessa, sia l’appartenenza ad un’etichetta rivolta al futuro e “modaiola” come la Roadrunner. A questo punto, ci si chiede quali album manchino all’appello…e la parentesi introduttiva ad “Orchid” è tanto esilarante quanto stupida. Tocca quindi ad “Under The Weeping Moon”, per il sottoscritto il brano più debole dell’album, ma eseguito in modo tale da far venire i brividi, segno tangibile di come i primissimi dischi degli Opeth siano i migliori. Con poche discussioni. Spazio alla conclusiva “The Baying Of The Hounds”, prima di procedere al classico siparietto “ecco, me ne sono andato/aspettate un attimo/fatemi un coretto che ritorno/rieccomi qua”: per avere accesso all’unico bis, però, Mikael si trasforma in novello e flemmatico Mike Bongiorno, proponendo tre domandoni a tema da indovinare…sui Rainbow. Su ogni questione – per la cronaca, l’ultima era atta a sapere se gli stivali bianchi che Ritchie Blackmore portava in tour erano belli o brutti – il pubblico risponde unanime e si guadagna il merito di ascoltare il gran finale di “Deliverance”, con la sua strepitosa conclusione nervosissima. Si giunge così al commiato, rapido ed indolore, speranzosi di poterli rivedere al più presto, ma anche vagamente provati per l’attenzione che seguire un concerto degli Opeth richiede. Senza ombra di dubbio, attualmente sono uno dei migliori gruppi metallici al mondo e la loro performance non lascia adito a perplessità. A proposito, ne avremmo solo una: ma un estratto da “Morningrise” era brutto farlo?

Nota: una domanda ai ragazzi tra le prime file: ma Martin Mendez era in una buca a suonare o è proprio minuscolo di suo?

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