C’è grande attesa tra la folla presente in serata davanti al Transilvania Live per la prima calata italica degli Opeth di questo 2003 (prima perché, se tutto va come deve andare, “Damnation” sarà rilasciato presto e avremo occasione di rivederli prima di quanto si possa immaginare); d’altra parte, un gruppo come gli Opeth non può concedere all’audience metallica vie di mezzo: o li si ama, ritenendo la loro musica un incredibile fluire di note che mischia al meglio varietà, tecnica, bellezza ed emozionalità, o non li si prende nemmeno in considerazione, accusandoli di essere troppo prolissi, noiosi e freddi. Ad ogni modo, il gruppo scandinavo può contare uno stuolo di fan affezionatissimi, che giungono in quel di Milano da ogni dove per poterli vedere e godere dello spettacolo che hanno da offrire.
MADDER MORTEM
Lo spettacolo si tinge di vivo interesse, visto che gli Opeth possono contare sull’appoggio dei Madder Mortem, che li supportano a dovere in un Transilvania gremito (sinceramente non mi aspettavo così tanta gente!) sparando sul pubblico le loro cartucce migliori, in gran parte tratte dall’ottimo “Deadlands”, ultimo disco della band; ecco così in rapida successione, alternate da due pezzi del precedente “All Flesh Is Grass”, “Rust Cleansing”, “Jigsaw” e “Distance Will Save Us”, tutti pezzi accolti molto bene da tutti i presenti, nonostante i Madder Mortem, per la loro eccessiva modernità, avrebbero potuto far storcere più di un naso. Unitamente ai responsi positivi, comunque, si è trattato di un concerto veramente buono per i Madder Mortem, che hanno suonato alla grande e con grande energia, supportati a dovere da un ottimo impianto acustico.
OPETH
Veniamo al pezzo forte della serata: poco meno di mezz’ora per il cambio palco ed ecco presentarsi alla folla gli Opeth, che cominciano il concerto alla grande, tra l’esaltazione del pubblico, con pezzi vecchi e nuovi quali “The Drapery Falls”, la recente “Deliverance” e la quotatissima “Bleach”, tratta dall’immenso “Blackwater Park” e tra le canzoni più applaudite della serata. Akerfeldt e compagni sono in serata, e suonano in modo praticamente perfetto nonostante un impianto sonoro che si rivela stranamente inferiore rispetto a quello dei Madder Mortem (certo che non è compito facile sopportare tutta quella potenza!). Il concerto continua, e raggiunge il suo apice con l’esecuzione di “Godhead’s Lament” (dal mai dimenticato “Still Life”) e della ballad “Fair Judgement”, tratto dall’ultima produzione dei quattro, che trascina tutto il pubblico in un immenso coro che sostiene la voce del poliedrico singer svedese prima che esca, accompagnato dal resto della band, tra gli applausi e le urla che lo incitano ad un bis. Eccolo allora tornare sul palco ed annunciare la magnifica “Harvest”, a mio parere forse la più bella ballad mai scritta dal gruppo, che non manca di emozionare al massimo i presenti, per poi chiudere con l’acclamata “Demon Of The Fall”, questa volta una delle canzoni più tirate dell’intera produzione degli Opeth, che rappresenta la classica mazzata finale in chiusura. Come ho già detto, gli Opeth sono stati fautori di un’esecuzione strumentale pressoché perfetta (ma d’altra parte era lecito aspettarselo da un gruppo del loro calibro), regalandoci veramente un ottimo concerto, da ricordare per parecchio tempo, sicuramente più della loro prossima calata italica in vista del prossimo “Damnation” (speriamo vivamente in un altro capolavoro!). Avanti così: le emozioni che questo gruppo sa dare non si possono descrivere a parole, e restano per sempre…
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