16/03/2014 - Oranssi Pazuzu + Eremite + Garaliya @ Magnolia - Segrate (MI)

Pubblicato il 26/03/2014 da

“Valonielu”, uscito ad ottobre 2013, ha fatto girare abbastanza il nome degli Oranssi Pazuzu, mosca bianca del panorama black finlandese, che grazie al matrimonio di intenti con la casa discografica conterranea Svart Records ha finalmente raggiunto un numero di ascoltatori più nutrito, dopo che “Muukalainen Puhuu” e “Kosmonument” avevano già fatto drizzare le antenne a un manipolo di estremisti dagli ascolti di ampie vedute. Sulla scia dei consensi alla terza opera sulla lunga distanza, i Nostri si propongono in un tour da headliner piuttosto esteso, che tocca il nostro paese per tre date. Noi vi andiamo a raccontare quella al Magnolia di Segrate, acclarato tempio della musica underground, heavy e non, andata in scena con il supporto di un duo elettro-ambient, i Garaliya, seguito solo come mero sottofondo all’aperitivo offerto, e con la partecipazione degli Eremite, visionario trio sludge ligure al quale mostriamo spiccata attenzione, alla luce degli ottimi riscontri ottenuti dal primo disco “Dragonarius”. Stasera non si tira tardi e qualche minuto dopo le 20, davanti a un pubblico nutrito in rapporto all’osticità della proposta (chi scrive non ha grande occhio, ma già contare i presenti in qualche decina di unità lo si può ritenere un risultato apprezzabile), i ragazzi genovesi possono iniziare a sbranarci.

EREMITE
Quanto saranno meritati questi elogi all’operato degli Eremite, sparsi a piene mani per la rete e le riviste di settore, praticamente unanimi nel consacrare le doti di un gruppo sbucato praticamente dal nulla nel 2013? Bastano cinque minuti o giù di lì per dare una risposta positiva, quelli iniziali, che ci lanciano come una trottola in lungo e in largo per il Magnolia, investiti dalla cascata di note modello shredding applicato allo stoner, e aggrovigliato allo sludge visionario, dispensate dal funambolico axeman, che si pone on stage in pose alla Zakk Wilde, smarcandosi in questo modo dalla concentrazione claustrale di molti musicisti del medesimo settore di competenza. Suo contraltare è la posata bassista, il cui strumento pulsa rugginoso e ricompone una certa linearità e consequenzialità là dove la chitarra schizza multiforme verso l’ignoto. Il drum kit è sottoposto al signoraggio di Fabio Cuomo, impegnato anche alla voce, propulsore ritmico dalla potenza di una fuoriserie e proteiforme senza sentire il bisogno di deumanizzarsi e sembrare una drum machine. La voce si sente poco, va piuttosto intuita, e per quel che si ode ricalca il rauco declamare di Johannes Persson dei Cult Of Luna. Passata la sfuriata di apertura, si viene trasportati su schemi meglio conosciuti, includenti i Neurosis di “Souls At Zero”-“Enemy Of The Sun”, i Cult Of Luna dei primi due output, i The Ocean meno intellettuali della prima fase di carriera, “Aeolian” su tutti. La mano degli Eremite pennella colori e prospettive che non avrebbero stonato nemmeno nei Mastodon di “Remission” e “Leviathan” o nei Baroness di “Blue Record”, ma al di là di tutto quello che i Nostri riescono a far confluire e aderire in un assemblato denso e in perenne mutazione, emerge un’attitudine più terra terra, rimembrante un metal di antichi costumi e concezioni, estremo in accezione ampia e novantiana, il che li fa sgusciare fuori dal mero contesto sludge/post-metal e li colloca in una nicchia a se stante. Vi sono pochissimi interludi esulanti dall’articolata struttura cardine, e quelli proposti rientrano immediatamente in seno e si prostrano alla montagnosa tortuosità progressiva sguinzagliata in forma di canzone. Proponendo una musica in camaleontico divenire e dai minutaggi considerevoli non abbiamo pause, è un tour de force ad andare in scena, ma tutto si vede sulle facce degli uditori fuorché stanchezza e noia. L’applauso sui saluti di congedo dura oltre il consueto e ci manca poco di assistere a una scena da fine spettacolo a teatro, quando il pubblico non smette di battere le mani e gli attori fanno avanti-indietro dal camerino per ringraziare. Parrebbe che questo trio stasera sia andato a genio a qualcuno…

ORANSSI PAZUZU
Potremmo dedicarci ininterrottamente a elencare una serie di aggettivi uno più immaginifico e trionfale dell’altro per descrivere quanto andato in scena al Magnolia. Chi scrive potrebbe proporre un ventaglio infinito di metafore per dissertare su quanto espresso dagli Oranssi Pazuzu dal vivo, eppure si finirebbe sempre per sfiorare soltanto le sensazioni gelide e cosmiche indotte da questi cinque geniacci, rimasti celati come perle gigantesche e purissime in fondo a una ideale Fossa Delle Marianne, e giustamente regalati a un pubblico più vasto dal fiuto degno di un cane da tartufo della Svart Records. Se “Valonielu” ha aperto a un nuovo mondo, l’apprezzamento di un concerto dei finnici rischia di mettere in discussione le gerarchie di merito che ognuno di noi si è formato nell’animo in tanti anni di conoscenza dell’arte metallica. Si sta esagerando? Dipende dai punti di vista. Quando si arriva a collocare perfettamente nella propria mente l’attimo in cui le sinapsi hanno svalvolato in corrispondenza di un determinato stacco, di un impulso elettronico preciso, di una screpolatura chitarristica avvenuta proprio in quel punto e non più ripetuta, be’, il discorso si fa maledettamente serio. Sicuri del valore dell’ultima fatica in studio, sapevamo di poterci aspettare una performance non esattamente ordinaria, ma non immaginavamo tanto. Quell’allineamento planetario così perfetto e prezioso udibile su disco, dal vivo rimane intatto e viene evidenziato e immensamente potenziato da una maggiore fisicità, le eccentricità industriali e ambient sono amplificate da suoni più digrignanti e metallici in dotazione agli strumenti “umani” (chitarra, basso, batteria), come se questi dovessero colpire duro anche senza il fondamentale apporto dell’armamentario “alieno” fatto di tastiere e soprattutto manopole azionanti Dio o Satana sa cosa. L’intrico di cavi che vediamo potrebbe condurre benissimo a una fonte magica della musica, talmente pregiate e forbite sono le risultanze degli atti del tastierista-terrorista-alchimista EviL. Il mixaggio operato dal fonico meriterebbe di suo un trattato a parte, ci limitiamo a dire che è stato decisivo nel farci godere una delle ore (e oltre) meglio spese dall’inizio del 2014. Tornando a quanto svolto sul palco, è evidente che il metal più nero e la sperimentazione più sfuggente hanno trovato con gli Oranssi Pazuzu un modo di fondersi unico e accattivante, dove la volontà di saltare steccati e buttarsi nell’inconoscibile è riuscita a mantenere quel minimo di contatto con il mondo reale da non inserire i Nostri nel limbo degli avanguardisti incompiuti, ma di trasportarli nell’empireo degli eletti con cui avremo piacere di convivere a lungo. Ci siamo trovati a essere schiantati dall’effetto ondulato in apertura di “Tyhjä Temppeli”, per il sottoscritto uno dei più magnetici ed esaltanti attacchi scritti negli ultimi anni, a perdere completamente la cognizione, e a farci sorprendere, da ogni cambio di rotta inciso nelle debordanti sezioni componenti “Uraanisula”, a muoverci a tempo, nel ruolo di robot senza doti cognitive, sui movimenti marziali impestati di psichedelia di “Olen Aukaissut Uuden Silmän”. Moit, diviso tra il preponderante ruolo di secondo chitarrista e quello di tastierista di complemento, è quello che si lascia più andare a ondeggiamenti riflettenti il marasma di umori infusi nella musica, ma anche gli altri musicisti, pur non scatenandosi più di tanto, si mostrano maggiormente a loro agio sul palco di quando li avevamo ammirati per la prima volta all’Hellfest del 2012. All’epoca erano apparsi un po’ intimiditi, o solo distaccati, nel ruolo di semplici cattedratici che impartiscono la lezione agli allievi; oggi ce li ritroviamo egualmente poco comunicativi ma dal carisma palesemente accresciuto e più invasati. Essendo il musicista che dà la maggiore impronta al suono, EviL è anche quello che meglio introietta nelle pose tutti i sentimenti generati dalla musica, la sua figura non trasuda la drammaticità di un Aaron Stainthorpe o di un Alan Nemtheanga, qua c’è più freddezza e timidezza nell’esprimere se stessi, ma il raccoglimento, la genuflessione in mezzo al suo armamentario da inventore ottocentesco durante l’apoteosi finale è un’altra delle immagini indelebili della serata. Trascorre così un’ora e rotti in apnea di godimento, al termine della quale giunge una breve pausa, passata a osservare Jun-His, il cantante/chitarrista, che tenta di forzare la serranda della porta vicino al palco per uscire all’esterno, prima di accorgersi dell’inutilità dei suoi sforzi e sgattaiolare dall’apertura sul retro come i compagni. Dopodiché gli Oranssi Pazuzu si accomiatano con uno splendido bis, senza neanche annunciare il titolo del brano, un’altra sciccheria suprema che pone termine a un concerto dimenticabile solo con uno shock a tutta la memoria a lungo termine e che i presenti metteranno sicuramente tra gli highlight del loro 2014 metallico.

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