20/02/2020 - PAPA ROACH + HOLLYWOOD UNDEAD + ICE NINE KILLS @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 27/02/2020 da

Report e fotografie a cura di Riccardo Plata

Dopo un inizio d’anno relativamente tranquillo, febbraio resterà un mese da ricordare nei calendari (e nei portafogli) degli appassionati di modern metal, che in meno di due settimane hanno visto passare nel capoluogo meneghino il carrozzone degli Slipknot, i Five Finger Death Punch e i Papa Roach (questi ultimi due con ospiti di rilievo, se pur agli antipodi), senza dimenticare nel mezzo Dream Theater e Tenacious D. Con ancora negli occhi il sold-out di pochi giorni fa dei 5FDP, complice la presenza degli storici Megadeth, temevamo un calo di affluenza per i Papa Roach; fortunatamente, a fine serata, l’Alcatraz, nonostante i teloni a coprire le ultime file vicino all’ingresso, offriva un bel colpo d’occhio, a conferma dell’affetto del pubblico tricolore verso la band di Vacaville (oltretutto con un ultimo album non proprio all’altezza), anche se scommettiamo che parte dell’audience era anche curiosa di vedere in azione gli Hollywood Undead, decisamente più rari da avvistare a queste latitudini. Ma andiamo con ordine e partiamo dagli Ice Nine Kills, prima e piacevole sorpresa della serata…


ICE NINE KILLS

Premessa: se, come chi scrive, pur amando il metalcore, vi siete lasciati sfuggire “The Silver Scream”, correte a recuperarlo (magari partendo dall’edizione ‘final cut’ uscita pochi mesi fa), dato che si tratta di uno dei lavori più divertenti emersi di recente nel genere. Dal disco al palco, nella mezz’ora a sua disposizione, il quintetto di Boston porta in scena l’ultimo lavoro, un concept sui film horror, come una sorta di musical horror metal, con costumi di scena che ad uno spettatore distratto potrebbero sembrare una carnevalata, ma che invece calzano a pennello con il mood dell’album. Sul palco quindi, con il frotman Spencer Charnas intento ai cambi d’abito come a Sanremo, sfilano i principali protagonisti dei film anni ’80-90 – Pennywise di “IT”, Jason di “Venerdì 13”, Freddie Kruger di “Nightmare”, la maschera di “Scream”, l’Enigmista di “Saw”… – ad accompagnare le varie “SAVAGES”, “The American Nightmare”, “Thank God It’s Friday” e “IT Is The End”, eseguite in maniera impeccabile e accompagnate da gustosi siparietti, come ad esempio quello con protagonista la svampita bionda di “Scream” accoltellata. Non stiamo evidentemente parlando dei nuovi Rob Zombie o Alice Cooper, ma per uno show in orario aperitivo non possiamo chiedere di meglio.

HOLLYWOOD UNDEAD
Dopo l’infuocato show dell’estate scorsa ai Magazzini Generali, c’era grande curiosità intorno a questo ritorno del sestetto mascherato – all’Alcatraz in realtà in abiti civili, con le maschere sostituite da più tradizionali cappellini ed occhiali da sole -, fresco di stampa del nuovo “New Empire, Vol. 1”. E’ proprio l’ultimo arrivato ad aprire le danze con il primo singolo “Time Bomb”, botta di energia bissata da vecchi e nuovi classici quali “Undead” e “California Dreaming”, raggiungendo il climax adrenalinico con “Heart Of Champion” e “Whatever It Takes”. Il palco più grande permette di apprezzare meglio le dinamiche dei sei musicisti e, anche se come d’abitudine chitarra e basso vengono gestiti a rotazione dai vari membri (senza dimenticare la presenza di qualche base registrata sulle parti elettroniche), emerge chiaramente come i frontman, oltre al mastermind Charlie Scene, siano il palestratissimo rapper Johnny 3 Tears e ‘faccia d’angelo’ Danny Murillo; mentre J-Dog e Funny Man stanno un po’ più nelle retrovie. Dopo un avvio al fulmicotone, il momento clou della serata arriva quando, come nella precedente occasione, la band chiama sul palco un chitarrista, pescando tale Matteo che, dopo aver improvvisato qualche riff metal, accompagna la band nell’esecuzione di “Comin’ Hot” tra le acclamazioni del pubblico, cui viene lanciato anche il microfono per accompagnare il coro finale del pezzo. Il momento di festa prosegue con la danzereccia “War Child” e la più rilassata “Bullet”, preludio al gran finale in cui spiccano la nuova “Empire” e la linkinparkiana “Hear Me Now”, per poi chiudere con il vecchio classico “Everywhere I Go”. Peccato per l’assenza in scaletta di “Notes From The Underground”, ma per il resto possiamo dire di aver assistito ad un concerto perfetto sotto ogni punto di vista, salutato da un pubblico visibilmente soddisfatto.

PAPA ROACH
Dopo un breve cambio palco, alle 21 in punto è il turno del quartetto californiano, orfano in quest’occasione del chitarrrista Jerry Horton (operato poco tempo fa per la rottura di due dita), sostituito per l’occasione dal turnista Anthony Esperance. A livello scenografico, troneggia un grosso telo con il simbolo dello scarafaggio di “Infest”, di cui, come ricorderà Jacoby Shaddix, ricorre quest’anno il ventesimo anniversario: in attesa di un vero e proprio tour celebrativo (?), per l’occasione dunque la scaletta è monopolizzata dal leggendario debutto (praticamente tutto il lato A, ad eccezione della title-track) insieme all’ultimo “Who Do You Trust?”, lasciando al resto della discografia poco spazio. Da fan della prima ora non possiamo che dirci soddisfatti della scelta e, anche se l’immagine odierna, con tanto di stivaletti di pelle, contrasta un po’ con il ricordo dell’indemoniato Coby visto in azione nel lontano 2001, dobbiamo riconoscere che l’energia di pezzi come “Dead Cell”, “Blood Brothers”, “Between Angels And Insects” o “Broken Home” è rimasta intatta, sebbene in questi anni tante cose sono cambiate e tanto alcol è passato sotto i ponti. L’altro aspetto da sottolineare è la distanza tra i vecchi pezzi e le nuove composizioni, decisamente più leggere da un punto di vista ritmico e lirico, coerentemente con il percorso di disintossicazione dall’alcol, di cui lo stesso cantante dichiara di aver festeggiato l’ottavo anniversario il giorno prima a Bologna, città entrata nel suo cuore dopo la penultima calata in Italia. Su questo fronte, l’entusiasmo del pubblico più giovane accoglie le nuove hit quali “Elevate”, “Feel Like Home” (accompagnata ottimamente da una ragazza del pubblico) e “The Ending”, inframezzate da vecchi classici come “Scars” e “Getting Away With Murder”, prima della chiusura affidata a “Born From Greatness”. Preso atto di quanto, fatta salva la botta di energia iniziale, la band sia ormai più a suo agio con questo tipo di sonorità, tra i momenti meno ispirati della serata segnaliamo la cover di “Firestarter” dei Prodigy – commovente nella dedica al compianto Keith Flint, ma resa in modo un po’ impersonale – e l’immancabile “Last Resort”, sempre energica ma meno incazzata di come la ricordavamo, anche se in questo caso probabilmente pesano il confronto di chi scrive con le versioni di quindici-vent’anni fa e la pletora di cellulari a oscurare la visuale. Comunque sia, nonostante la durata piuttosto contenuta di settantacinque minuti, al riaccendersi delle luci il pubblico in sala era visibilmente soddisfatto, e considerando il pacchetto completo anche noi possiamo dire di aver vissuto una serata piuttosto ricca di emozioni, in perfetto equilibrio tra nostalgia, energia e divertimento.

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.