02/11/2015 - Paradise Lost + Lucifer @ Live Music Club - Trezzo Sull'Adda (MI)

Pubblicato il 07/11/2015 da

Report a cura di Marco Gallarati
Fotografie di Francesco Castaldo

Il 2 novembre è il giorno della Commemorazione dei Defunti; o, per definirlo in termini più popolari, il Giorno dei Morti. E quale modo migliore di trascorrere una tale profonda e sentita ricorrenza, che trascende del tutto la striminzita denotazione cristiano-cattolica per abbracciare più un sentimento universale e univoco di memoria, se non quello di gustarsi il ritorno sui palchi italiani dei gotici Paradise Lost, storica e immortale compagine britannica dedita alla malinconia, al raccoglimento, alla decadenza spirituale e al declino delle carni in modo sublime e variegato da ben venticinque e passa anni, ormai? L’ammassarsi di concerti di medio-elevata importanza di questo affollatissimo periodo autunnale non ha però aiutato i papà del gothic metal nel richiamare folle oltre le aspettative, per cui ci troviamo un lunedì sera, all’interno del Live di Trezzo, assieme ‘solo’ a qualche centinaio di altri metallari per vedere alla prova il quintetto di Halifax, fuori quest’anno con il magistrale “The Plague Within”, album riuscitissimo che ha riportato la band e i suoi fan a riguardare al passato primordiale con svariati, violenti ammiccamenti. Ad accompagnare Mackintosh e compagni, ecco gli anglo-germanici Lucifer, ennesimo combo female-fronted che cerca di far rivivere le gloriose gesta esoteriche di sabbathiana memoria. Un po’ poco, a dir la verità, ma tanto offre il pacchetto di questo tour e tanto vi andiamo a raccontare di questo concerto…

Paradise Lost - locandina - 2015

LUCIFER
Ahinoi…nonostante i Lucifer siano stati accolti bene su queste pagine in sede di recensione – “Lucifer I” è uscito quest’anno per la Rise Above di Lee Dorrian – dal vivo la band guidata dalla sacerdotessa tedesca Johanna Sadonis non ci pare esattamente formidabile e si guadagna solamente una risicata sufficienza. L’hard rock/metal di chiaro stampo sabbathiano, pregno di umori occulti e oscuri e ritualizzato attraverso partiture fumose e cantilene ammorbanti, non riesce a fare troppa breccia fra i presenti, che tributano alla band applausi solo in parte convinti. Se da una parte l’ex-riffmaker dei Cathedral, Garry ‘Gaz’ Jennings, è una sicurezza nel creare wall-of-sound grassi e mefistofelici quanto basta, d’altra parte è proprio la bionda streghessa a rappresentare il punto debole del combo: presenza scenica come da copione, compreso tamburello d’ordinanza, ma non abbastanza carismatica da mettere in secondo piano le fortissime lacune di una voce non all’altezza, nè nei toni, nè in una mancata argutezza di linee vocali quantomeno suadenti e stimolanti. La sezione ritmica scolastica non ha contribuito a risollevare una prestazione dubbiosa, che ha avuto in Jennings – fra l’altro quasi irriconoscibile completamente rasato e con un barbone à la Kirk Windstein – la migliore freccia al proprio arco. Una quarantina di minuti che davvero hanno dato poco al totale della serata e che ci costringono a concedere ai Lucifer una seconda chance una prossima volta.

PARADISE LOST
Dei Paradise Lost così veementi e rumorosi era davvero da anni che non si avvistavano più in Italia. Chi scrive li vide per la prima volta nell’autunno del 1995, quando suonarono con i Misery Loves Co. nell’allora Propaganda di Milano. Supportanti l’immenso “Draconian Times”, i cinque d’Albione avevano già perso molta della loro verve death metal dei primordi e, pur piacendoci tantissimo, ci lasciarono un po’ d’amaro in bocca. Tiriamo fuori questo antico aneddoto in quanto l’approccio aggressivo dei ‘nuovi’ Paradise Lost del nuovo “The Plague Within” ci è parso al limite dell’inedito, per cui riconducibile ad una sorta di prima volta, proprio come vent’anni fa. Le esperienze di Mackintosh con i suoi marcissimi Vallenfyre e di Holmes alla voce degli altrettanto rozzi Bloodbath pare abbiano causato rigurgiti di aggressività nella coppia-principe alla guida del Paradiso Perduto. E il loro show ne risente di conseguenza: i suoni vengono sparati a volumi insolitamente alti per la band, quasi atti a voler ineducare il proprio pubblico, mentre il mixing stesso pare più grezzo e meno curato del solito, con un rullante di batteria fastidiosamente ‘pentolato’ per buona parte del set. C’era tantissima curiosità, anche, per la prestazione al microfono di Nick Holmes: ebbene, l’ex biondo e ora barbuto vocalist, pur aiutato in parecchi frangenti da basi, non ha per nulla deluso, anzi! Ormai più a suo agio nel growl che sul pulito, ha sfoderato un paio di tracce davvero encomiabili, soprattutto una “Beneath Broken Earth” interpretata dal gruppo nel suo insieme veramente in modo impeccabile, da brividi. Partiti con una scontata e ben riuscita “No Hope In Sight”, opener dell’ultimo platter, i Paradise Lost sono finiti subito in ambito Nineties sparando fuori una rapida “Widow” e la tanto attesa “The Painless” (“Gothic”-era), che a dire il vero non ci è parsa esaltante. E poi i Nostri hanno preso a giocare alternando brani completamente diversi fra loro, vuoi per far riposare l’ugola del buon Nick, vuoi per giostrare in qualche modo lungo una discografia ormai sconfinata: ecco accostate, quindi, una roboante “Terminal” e la danzereccia “Erased”, sempre coinvolgente con il suo incedere electro-rock; oppure, più avanti, i due estremi stilistici di “The Plague Within”, la corrosiva “Flesh From Bone” e il già citato manifesto tombarolo “Beneath Broken Earth”. All’appello sono mancate tantissime canzoni che potevano starci, ma giustamente i Paradise Lost hanno basato la loro setlist sulla promozione del nuovo materiale, lasciando le briciole al resto. Briciole che però si sono illuminate di luce propria all’altezza, ad esempio, di “Enchantment” – forse la più apprezzata e cantata dall’audience – e di “As I Die”. Discutibile la scelta dei bis, purtroppo: a parte la solita chiosa affidata a “Say Just Words”, si è sentita la mancanza di un brano storico nel finale, ad esempio “Embers Fire” (fra l’altro annunciata per scherzo e poi ritrattata!), “The Last Time” o “Pity The Sadness”. Ma tant’è, i Nostri non hanno certo risparmiato le forze e, con il disco uscito quest’anno, erano chiare fin da principio alcune scelte. Le ultime considerazioni le riserviamo alla solidità di questa formazione, che nel corso di ventisette anni di storia ha avuto problemi di line-up solo dietro le pelli, tanto che anche oggi dal vivo troviamo il session finlandese Waltteri Vayrynen a sostituire Adrian Erlandsson; il nucleo britannico, invece, è più forte che mai, con la coppia ritmica Aedy/Edmondson colonna portante e silenziosa che lascia tutto lo spazio necessario ai mastermind Mackintosh e Holmes per gestire al meglio la loro decadente creatura. Di questo passo, la parabola discendente (in termini anagrafici) del combo inglese sarà pressochè infinita e riserverà ancora grosse sorprese. Grandi Paradise Lost!

Setlist:
No Hope In Sight
Widow
The Painless
Terminal
Erased
Praise Lamented Shade
Victim Of The Past
Enchantment
Flesh From Bone
Beneath Broken Earth
As I Die
Requiem
Encore:
Return To The Sun
Faith Divides Us – Death Unites Us
An Eternity Of Lies
Say Just Words

 

 

4 commenti
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