07/12/2009 - Paradise Lost + Samael @ Magazzini Generali - Milano

Pubblicato il 14/12/2009 da

A cura di Marco Gallarati
Foto di Maria Luisa Spagnuolo

Nuova calata italica per i Paradise Lost, pionieri del gothic metal ed ormai definitivamente tornati alle sonorità che li hanno resi famosi nel mondo con l’ultimo, recentissimo nato “Faith Divides Us – Death Unites Us”. Accompagnata dai soli Samael, la band britannica si è esibita ai Magazzini Generali, location che non garantisce mai ottime condizioni d’acustica e che purtroppo ha rese sonore a dir poco altalenanti, a seconda di chi mette mano al soundcheck. Nonostante l’annunciata assenza di Greg Mackintosh, chitarrista e principale compositore del Paradiso Perduto, rimasto in Inghilterra al capezzale del padre gravemente malato, l’affluenza di pubblico è stata discreta/buona, sebbene il passaggio dall’Alcatraz (due anni fa) ai Magazzini Generali vorrà pur dire qualcosa… Ma eccovi il nostro resoconto!

SAMAEL

I Samael sono stati certamente i più penalizzati dalla cacofonica struttura dei Magazzini: come al solito, i primi brani sono andati persi nel marasma caotico di inizio concerto e per tutta la durata della setlist l’ascolto dell’electro-black del combo svizzero è stato alquanto difficile. Peccato ancora una volta, perché nonostante avessero solo tre quarti d’ora a disposizione, Vorphalack e compari hanno presentato una produzione mica male, con un buon gioco luci/ghiaccio secco e belle immagini ad alternarsi sul fondale del palco. “Rain” sarebbe stata l’apertura perfetta, se solo si fosse capito di più; poca considerazione hanno mostrato i ragazzi di Sion per l’ultimo lavoro, quell’”Above” che li ha visti fare marcia indietro verso sonorità black, e che però, evidentemente, dal vivo non ha lo stesso appeal di brani ultra-catchy come “Reign Of Light”, “Slavocracy” e “Solar Soul”. La nuova “Black Hole” e la vecchissima “Into The Pentagram” hanno dissetato la voglia di velocità dei fan più oltranzisti, ma è chiaro come Vorph, Xytras, Masmiseim e Makro si divertano di più a far ballare l’audience. Discutibile la scelta di chiudere con “The Ones Who Came Before”, pezzo disturbante ma poco adatto per un finale di concerto. Bravi, ma da rivedere da altre parti.

PARADISE LOST

I Paradise Lost – diciamolo subito – a prescindere dai problemi della venue ce li aspettavamo un po’ più vivi, coinvolgenti e volenterosi: d’accordo che l’assenza di Mackintosh è un bell’intoppo, ma non ci è parso che il sostituto Milly Evans sia stato così penalizzante per la band. Quindi, cos’è stato che non è andato per il verso giusto? In realtà non tanto, solo che avremmo voluto ascoltare un paio di pezzi in più, qualche estratto da “Icon” e almeno un paio di varianti in una setlist che comincia a diventare un po’ ripetitiva. “Pity The Sadness”, “As I Die”, “Enchantment”, “One Second”, “Erased”, i bis affidati a “The Last Time” e “Say Just Words” sono episodi che già avevamo avuto modo di sentire due anni fa nel corso del tour di supporto a “In Requiem”. Certo, ci sono stati tanti pezzi nuovi, com’è giusto che sia – e fra questi citiamo “The Rise Of Denial”, “I Remain”, “First Light” e “Frailty” – ma un po’ di amaro in bocca è comunque rimasto. Per il resto, la performance del quartetto+1 è andata giù liscia nella consueta maniera, con un Aaron Aedy sempre più grosso e sempre più agitato, uno Steve Edmondson compassato e pulito, un Adrian Erlandsson preciso ma impalpabile ed un Nick Holmes non al massimo della forma. In chiaroscuro, quindi, lo show dei Paradise Lost, terminato dopo un’ora e un quarto di buon ma non esaltante intrattenimento.

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