04/02/2016 - Parkway Drive + Architects + Thy Art Is Murder @ Fabrique - Milano

Pubblicato il 07/02/2016 da

Report e foto a cura di Riccardo Plata

In attesa del ritorno, discografico e dal vivo, dei Killswitch Engage, c’era grande attesa da parte del popolo metalcore per questa nuova calata italiana dei Parkway Drive, sempre più lanciati nel ruolo di leader del genere con l’ottimo “Ire”, e per l’occasione accompagnati dagli Architects e dai Thy Art Is Murder. Arrivati al Fabrique poco prima delle 21, in un orario in cui di solito sono prossimi a salire sul palco gli headliner, entriamo subito (nessuna perquisizione, anche per i fotografi con lo zaino…), in tempo per cogliere le battute finali del primo gruppo d’apertura – assurto agli onori delle cronache per l’uscita di scena con annesso sfogo social del singer CJ, stanco di girare il mondo in tour per portare a casa a fine anno un tozzo di pane -, che peraltro non ci ha particolarmente impressionato. Apprezzando da subito il colpo d’occhio offerto dal locale meneghino, gremito in ogni ordine di posto e con un’audience piuttosto eterogenea per genere / età / gusti musicali, aspettiamo dunque fiduciosi l’ingresso in scena degli Architects…

parkway drive - locandina milano - 2016


ARCHITECTS

Sono le 21.30 quando, acclamati dalle prime file dopo gli occhiolini dal backstage durante il cambio palco, Sam Carter e soci salgono sul palco del Fabrique. Nonostante l’allestimento scarno e la presenza di una sola chitarra, l’impatto sonoro della formazione di Birmingham colpisce da subito gli astanti, coinvolgendo nel pogo anche chi prima d’ora non li aveva mai seguiti. Facendo leva soprattutto sull’ultimo “Lost Forever / Lost Together”, da cui vengono estratti la maggior parte dei pezzi in scaletta, il quartetto inglese sfrutta bene i tre quarti d’ora a sua disposizione, in un crescendo emotivo che vede l’apice con le conclusive “C.A.N.C.E.R” e “These Colours Don’t Run”. Qualche siparietto tra un pezzo e l’altro e l’utilizzo in alcuni frangenti di basi registrate sono gli unici appunti che si possono muovere alla formazione inglese, ma nel complesso l’esibizione è stata apprezzata dal folto pubblico milanese. Bene così dunque, in attesa di rivederli tra qualche mese di spalla ai KSE nell’ancora più prestigiosa cornice di quello che si annuncia come un autentico ‘Gods Of Metal(core)’.

 

PARKWAY DRIVE

Salutata la buona esibizione degli Architects, l’attesa cresce per il piatto forte della serata: e che la musica sia destinata a cambiare lo si capisce, letteralmente, dalla colonna sonora che accompagna il cambio palco. Là dove prima c’erano i più ‘classici’ Killswitch Engage o System Of A Down (cantati a squarciagola dalle prime file, come d’abitudine), l’attesa dei Parkway Drive è scandita dalle note di “Down Under”, “The Final Countdown” e “Bohemian Rhapsody”, scelta azzeccata a giudicare dalla reazione delle prime file. La voce immortale di Freddie Mercury ha appena scandito le ultime parole – Anyway the wind blows… -, quando finalmente si spengono le luci, si alzano i cannoni, cala il sipario, e si inizia – boom! – col botto, bombardando il pubblico a colpi di coriandoli e stelle filanti. Certo, una trovata del genere è più adatta agli A Day To Remember di turno, ma la resa scenica, con il palco illuminato a giorno da un impianto luci degno della Lucasfilm, è di quelle che non passano inosservate, confermando il salto di qualità del quintetto australiano anche sotto questo punto di vista. Dall’occhio all’orecchio, la partenza è di quelle che lasciano mezzo pneumatico sull’asfalto, grazie alla resa live di “Destroyer”, devastante opener dell’ultimo “Ire”. Visibilmente caricati da un Fabrique ai loro piedi, un instancabile Winston McCall e i suoi più stanziali compari marciano compatti come un cingolato con gli adesivi ‘peace & love’, pescando a piene mani dall’intera discografia. Come prevedibile, il repertorio più recente e ‘melodico’ (“Dying To Believe”, “Dark Days”, “Vice Grip”, “Wild Eyes”, “Dedicated”) gioca la parte del leone, alzando il muro di decibel grazie ai cori cantati a squarciagola da tutto il locale; d’altro canto, il materiale più datato e più classicamente ‘core’ (“Carrion”, “Karma”, “Idols and Anchors”, “Romance Is Dead”) fa oscillare il sismografo sotto il mulinare di arti superiori ed inferiori nel pit, incitati a gran voce dal biondo singer, divertito quanto noi dal notare nel crowd-surfing ragazzi vestiti da pulcini e pokemon (!). La setlist piuttosto compatta e quasi ineccepibile – peccato solo per l’assenza di “Sleepwalker” o “Writings On The Wall”, che avremmo sentito volentieri al posto della meno coinvolgente “Bottom Feeder” – si ferma all’ora esatta. Negli encore, la chiusura in bellezza è affidata alla potentissima “Crushed” – l’inno dei nu-metal ai tempi del metalcore – e ai sing-along di “Home Is for the Heartless”, cantati a gran voce da tutto il pubblico con le ultime gocce di sudore rimaste. Al rintocco della mezzanotte, con i genitori parcheggiati in doppia fila al posto della zucca-carrozza, è ora di chiudere per quelli che dieci anni fa erano le cenerentole del metalcore (spinti dalla fatina MySpace), e ora sono i principi di quella stessa scena. Giù il sipario e il cappellino, sperando di rivederli presto su un palco ancora più importante.

 

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