Report di Andrea Intacchi
Non è bastato aver suonato per oltre trent’anni (trentuno, per la precisione) nei Motörhead per smuovere le masse. Come non è bastato celebrare i cinquant’anni della band inglese, trasformando l’intera setlist in un autentico greatest hits delle ‘teste di motore’, per chiamare a sé un numero significativo di persone – ad ulteriore testimonianza che i Motörhead erano Lemmy e viceversa.
Questo, in estrema sintesi, quanto avvenuto giovedì sera presso il Live Club di Trezzo sull’Adda, nel corso della data italiana dei Phil Campbell and the Bastard Sons, alle prese con il loro “Celebrate 50 years of Motörhead” tour: così, dopo l’appuntamento della scorsa estate in quel di Ferrara, quando affiancarono i Judas Priest, la band formato famiglia di Phil Campbell, chitarrista gallese, compagno di mille avventure di Ian Fraser Kilmister, è tornata a farci visita per festeggiare l’importante traguardo di una band semplicemente storica, che ha lasciato, in primis il suo leggendario frontman, un vuoto incolmabile.
Sono le 19.00 quando varchiamo le porte del Live Club: ad attenderci una sessantina di persone. Nel corso della serata ne arriveranno un altro paio di centinaia: con qualche ruga, diversi capelli grigi, alcuni senza nemmeno quelli, ma tutti, o quasi, con la maglietta d’ordinanza ed il warpig in bella vista: un’adunata dal sapore malinconico e celebrativo, con il motto ‘born to lose, live to win’ a tirare le fila.
Mezz’ora di attesa prima che sul palco salgano i Crossing Belt i quali, insieme agli Airstrike, andranno ad aprire lo show di Phil Campbell e dei suoi figli bastardi.
Ci hanno pensato quindi i CROSSING BELT a dare un po’ di calore ad una serata fredda, di fine novembre, dalle gradazioni quasi nevose (come poi è effettivamente successo). Questione climatiche a parte, nella mezz’ora a sua disposizione, il quintetto di Ivrea, attivo dal 2010, ha portato una buona dose di southern rock dalla tinte moderne, con rimandi a band quali Nickelback e Black Stone Cherry, conditi dalla propria personalità.
Guidati dal cantante Fabio Deandrea, i cinque di Ivrea hanno diviso il proprio concerto in due parti: la prima dettata da brani dove anche diversi inserti blues hanno fatto da contorno alla matrice rock preponderante; la seconda, forse meno diretta ed orecchiabile, volta ad esaminare il lato più alternative della band con il pezzo “Rise Again”, di ultima produzione, ad ergersi come manifesto di questa loro doppia veste sonora. C
on Daniele Speciale e Alessio Barberis alle chitarre, Stefano Borin al basso e Alessandro Balducci alla batteria, i Crossing Belt sono stati in grado di dare il via ad uno show che, soprattutto per l’esigua presenza di metallari in sala, non era semplice (ma non lo è mai) da gestire.
Rimanendo in tema, la pausa ha portato sicuramente punti a favore della causa numero di biglietti venduti, facendo così registrare un sostanziale aumento dei presenti; tra gli altri una compagine di una ventina di fan dei Motorhead non di primo pelo, riunitasi per l’occasione per ricordare le vecchie scorribande ad inseguire la band inglese nei vari tour del passato.
Nel frattempo il nome degli AIRSTRIKE è apparso sul fondale dello stage, dando così il benvenuto alla band tedesca: riff energici hanno incontrato melodie altisonanti, mentre il frontman Julio di origini peruviane ha tenuto egregiamente la scena, cercando più di una volta (e riuscendoci) di dialogare col pubblico. Chiaramente ispirati alle leggende dell’hard rock, gli Airstrike hanno comunque offerto una proposta singolare, fondendo anche in questo caso tonalità più classiche con influenze moderne: da qui arrivano brani sfrenati e grezzi, altri ricchi di sentimento, ma sempre accattivanti.
Come sottolineato poco sopra, sorretto dagli amici Michi (chitarra), Flo (basso) e Johnny (batteria), è stato il biondo crinito Julio (per l’occasione acconciato con due treccine) il vero protagonista dell’esibizione, chiedendo alla platea di partecipare ai vari cori, fiondandosi poi, al termine dello show, in zona merch per un selfie come da programma.
Si è scritto in sede di presentazione: sono poche le band in grado di proseguire senza il loro leader.
Così, su due piedi, prendendo ad esempio due band britanniche, più o meno contemporanee dei Motörhead, sia i Maiden sia i Judas Priest ebbero a che fare con il cambio di frontman e in qualche modo riuscirono a continuare il loro percorso artistico, pur tornando poi sui propri passi. Bene, questo discorso con i Motörhead era – ed è stato – praticamente impossibile: troppo carismatica la figura di Lemmy, il suo modo di cantare, di suonare il basso, il suo modo di essere. Troppo.
E non si tratta di sminuire coloro che l’hanno accompagnato nella sua formidabile carriera musicale. Da Phil Taylor a Fast Eddie Clarke, da Brian Robertson a Wurzel, da Pete Gill a Mikkey Dee sino al nostro Phil Campbell: ognuno di loro è stato il perfetto ingranaggio per fare esplodere l’ordigno chiamato Lemmy.
Questo per dire che non vi era alcuna pretesa nell’assistere al concerto dei BASTARD SONS: ciò che è stato è stato, certe atmosfere non torneranno più; lo show di giovedì ha voluto semplicemente onorare il nome Motörhead.
E alla fine, al netto della poca partecipazione numerica, il riconoscimento ha colto nel segno. Un plauso innanzitutto va a alla setlist proposta dal chitarrista gallese e dai suoi tre figli Todd, Tyla e Dana: oltre alle immancabili “Ace of Spades”, “Bomber”, “Overkill” e “Born To Raise Hell”, è stato un vero piacere riascoltare per la “millesima volta” (parole di Phil Campbell in sede di presentazione) “Metropolis”, “Damage Done”, la marziale “Orgasmatron”, “Lost Woman Blues”, suonata l’unica volta in Italia nel 2014 in occasione dell’ultimo show dei Motörhead nella nostra penisola e “Stay Clean”.
Rivedibile la versione rock di “Whorehouse Blues”, perdendo così quel tasso di lussurioso ed oscuro blues presente in quella originale, come altrettanto non così d’impatto quella di “Heroes”, un po’ troppo piattina. Ma, come detto, quella del Live Club è stata un’autentica festa, con il cantante Julian Jenkins (già vocalist e chitarrista dei Fury) ad aizzare continuamente la folla, ora più a suo agio e vogliosa di scatenarsi nel pogo durante le canzoni più vibranti (“Bomber”, “R.A.M.O.N.E.S.” e “Overkill” su tutte), e con il vecchio Phil (sessantacinque anni il prossimo maggio) a deliziarla con i suoi puntuali e ficcanti assoli.
E dopo il terzo-finale-terzo del brano manifesto della band inglese, è stato lo stesso Campbell senior, pur nel suo classico atteggiamento schivo e riservato, a salutare e ringraziare i presenti, spegnendo così anche l’ultima delle cinquanta candele firmate Motörhead.
Solo una cover band? Può essere, ma la passione e la sincerità trasmessa da uno degli amici più vicini a Ian Kilmister ha superato qualsiasi tentativo di imitazione. Over The Top!
Setlist Phil Campbell:
Iron Fist
Damage Case
Going to Brazil
Stay Clean
Orgasmatron
Rock Out
Metropolis
Born to Raise Hell
(We Are) The Road Crew
Lost Woman Blues
R.A.M.O.N.E.S.
The Chase Is Better Than the Catch
Ace of Spades
Killed by Death
Heroes
Whorehouse Blues
Bomber
Motorhead
Overkill

