16/09/2015 - Philm + Bombardo + Signs Preyer + Nineleven @ Cycle Sound - Calenzano (FI)

Pubblicato il 01/10/2015 da

A cura di Edoardo De Nardi

Un mercoledì sera settembrino accoglie i Philm di mister Dave Lombardo al Cycle Club di Calenzano, per una delle numerose date che il gruppo ha tenuto nel nostro Paese in questo tour promozionale. Accompagnati per l’occasione da tre guest tutti italiani, il power-trio americano ha dimostrato una dedizione ed un attaccamento al palco davvero suggestiva, mettendo in scena uno spettacolo ora evocativo, ora violento, goduto in ogni suo momento dai presenti alla serata, non eccessivamente numerosi ma attaccatissimi alle gesta del terzetto, come dimostra il vero e proprio assalto al banchetto del merchandise al termine dell’esibizione! Ecco come sono andate le cose, partendo dall’inizio…

Philm - Flyer - 2015


NINELEVEN

Il palco viene inaugurato dai romani Nineleven, che nel giro di poco tempo, rispetto alla loro prima incarnazione, hanno già dato vita per mezzo delle loro canzoni ad uno scenario cupo ed opprimente. Il suono, basato sulla chitarra satura dal chiaro timbro ‘Orange-sound’, viene ulteriormente stratificato per mezzo di synth ed effettistica varia, donando al mood dell’esibizione una piega stralunata ed ipnotica, mentre il basso e la batteria scandiscono con impeto tempi rigorosamente rallentati. Lo stile della band si aggira con discreta agilità tra le varie correnti approssimativamente riconducibili al doom, citando nel corso dei brani tanto la scuola death/sludge americana, quanto l’immancabile richiamo alle icone nord-europee come My Dying Bride e Paradise Lost, evocate soprattutto nell’utilizzo di melodie lancinanti e sofferenti, protratte a lungo nel corso della canzone. La mancanza di voce, inoltre, rende l’esibizione particolarmente caustica, privando di punti di riferimento e concentrandosi solamente sulla potenza sprigionata dagli strumenti. Un’ottima anteprima rispetto al proseguio della serata, per il gruppo artisticamente forse più vicino ad alcune cose viste in seguito con gli headliner.

SIGNS PREYER

I giochi cambiano decisamente con i Signs Preyer, che alzano decisamente il ritmo della serata con il loro maleducato hard/heavy metal pompato e potente come patron Zakk Wylde insegna da sempre. Il gruppo non sembra avere grandi pretese, se non quella di macinare con assidua dovizia il proprio metal quadrato e carico di groove, accompagnando il tutto con linee vocali dai testi demenziali, sempre in bilico tra il pulito ed il distorto ed inserite senza particolari sussulti nelle trame delle canzoni. Apprezzabile il continuo richiamo alla scuola blues americana, che consente ai ragazzi di ricorrere talvolta a soluzioni meno prevedibili ed aggiungere colore alla loro esibizione, che si protrae rapidamente nel consenso generale dei presenti, finalmente inizianti a guadagnare le prime file sotto il palco del locale. Non inventeranno probabilmente niente di nuovo, non presentano velleità sperimentali di alcun genere, ma i Signs Preyer riescono in quello che è il compito richiesto ad ogni buona live band: intrattenere e divertire le persone con uno spettacolo calibrato e ben eseguito.

BOMBARDO

Quello dei Bombardo è un vero e proprio salto indietro nel tempo, lungo quasi trenta anni e diretto senza soste verso i lidi californiani dei primi anni ’80. Inutile girarci intorno, i ragazzi toscani stravedono per i primi infernali lavori degli Slayer di Hanneman, Araya, King e Lombardo, cercando di ricreare on-stage la stessa primigenia furia, con esiti però abbastanza differenti. La preparazione tecnica dei ragazzi non è delle migliori e finisce spesso per inficiare delle idee vincenti, seppur derivative: il ricorso a momenti di quiete, dinamiche in crescendo ed addirittura voci narranti inserite all’improvviso nel bel mezzo delle canzoni sottolineano uno sforzo ed una ricerca comunque ammirabili da parte del gruppo, che deficita però di un modus operandi deciso e sicuro per quanto riguarda arrangiamenti e strutture. Le cartucce migliori sono quelle sparate a velocità sostenute, il più possibile, dove si guarda al risultato senza tanti fronzoli e dove si esalta dietro le pelli Beppe ‘Junior Lombardo’, motore trainante insieme alle quattro corde della macchina Bombardo. Nel complesso il tempo a loro disposizione scorre con qualche affanno, fino ad arrivare al momento tanto atteso dei Philm.

PHILM

Suonare nel bel mezzo di una settimana lavorativa e ad un orario piuttosto tardo non deve aver giovato positivamente sull’affluenza della serata, ma non appena calano le luci ed inizia la performance degli americani, tutti i presenti si riversano incuriositi sotto al palco, creando un’atmosfera intensa e palpabile di cui sembrano nutrirsi con fervore i tre musicisti. Nel corso di ben due studio album, i Philm hanno ormai superato da tempo lo status di ‘nuova band di Lombardo’, raggiungendo un affiatamento comune davvero istintivo e vibrante in ogni momento musicale creato. Il substrato noise della chitarra e quello punk della voce, gli innesti funkeggianti e la mostruosa creatività ritmica e dinamica della batteria convivono con impeto e violenza soprattutto nei brani estratti dall’ultimo “Fire From The Evening Sun”, prima di lasciare spazio alla sperimentazione vera e propria nelle lunghe jam session strutturate di “Harmonic” e alle sue derive improbabili verso tutti i generi musicali, fino al nulla più assoluto, rappresentato dalle pause dense di riverberi che inframezzano nevroticamente il flusso musicale. Le possibili illazioni circa una predominanza, quantomeno ‘mediatica’, del batterista di origini cubane rispetto ai compagni vengono ridicolizzate al cospetto di un Gerry Nestler dalle intenzioni umorali, mai perfettamente inquadrabile eppure capace di colpire nel segno con melodie misteriose e ficcanti, ed un “Pancho” Tomaselli alle quattro corde che semplicemente stravolge nelle fondamenta il modo di intendere il basso nella musica rock contemporanea. Fa riflettere, nel vederli suonare, l’entusiasmo e l’emozione che vengono messi in mostra da musicisti non certo alle prime armi, ma ancora sinceramente colpiti dalle vibrazioni da loro stessi emesse e trasmesse verso il pubblico. Una performance di altissimo livello che viene coadiuvata da una resa ipersonica a cui ormai ci ha abituato il Cycle Club, che riesce davvero a valorizzare i chiaroscuri emotivi di una band terremotante ed inquieta, che non vediamo l’ora di poter nuovamente vivere sulla nostra pelle alla prossima calata in Italia.

 

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