A cura di Davide Romagnoli
Usciti nel 2009 con il profondo LP “Old Pride” e continuando le derive emotive ed emozionali del loro post-hardcore di influenza post-rock con “The Lack Long After” del 2011, i Pianos Become The Teeth sono stati identificati come uno dei più promettenti nomi della ‘The Wave’, quel filone di band post-hardcore tra cui Defeater e Touché Amoré. Merito forse del timbro straziante e decadente del frontman Kyle Durfey, le cui liriche intime e il suo gridato rabbioso e sgraziato erano stati portati ad emblema del sound Pianos Become The Teeth e avevano attratto il cuore e l’anima di una sempre più numerosa schiera di fan. Il terzo disco della formazione di Baltimora, però, dimentica questa parte del cantato di Durfey – probabilmente a causa della difficoltà di protrarlo data dopo data e album dopo album con costanza – concentrandosi su nuove tonalità, più sommesse e più rarefatte, e virando verso un sound ispirato, più minimale, ma dimentico della peculiarità iniziale che aveva entusiasmato i primi adepti della band. Naturale che nella prima data italiana nella carriera dei Nostri molte fossero le aspettative per la serata.
SHINEBOX
Aprono le danze gli Shinebox di Foligno, band giovane ma con già all’attivo numerosi concerti e un’esperienza significativa. Già di spalla a Linea 77 e già presente al Groezrock di quest’anno, il post-hardcore degli Shinebox si sta facendo strada nel panorama di genere in maniera sempre maggiore. La performance dei Nostri è di quelle in grado di compiacere i presenti (seppur non numerosi) ed essere ritenuta assolutamente pregevole, pur senza notevoli scossoni o alti entusiasmi, in grado comunque di essere funzionale al contesto e al mood della serata. Il loro nuovo album “A Quiet End” è uscito quest’anno per This Is Core Records e segue le orme del precedente lavoro, oscillando tra il post-hardcore più canonico ed evocativo e una strizzata d’occhio a quell’impianto post-rock ormai presente nell’intero humus del territorio di genere in cui gli Shinebox si stanno introducendo. I pezzi scorrono via leggeri nella setlist della serata e fanno guadagnare qualche applauso al quintetto nostrano.
MILK TEETH
Quattro giovincelli classe ’93 dei dintorni di Bristol all’Honky Tonky. Quattro giovincelli che sono cresciuti con il rumore sferragliante dei Sonic Youth, le movenze folli dei capelli di Kurt Cobain, le melodie tristi e melodiose dei Dinosaur Jr, la malinconia anni Novanta degli Slowdive. Tutto questo viene portato sul palco prima del main act con cui stanno girando nel tour di questo mese. “E’ il miglior concerto di questo tour, fratelli” dice il frontman Josh mentre si dimena furioso su tutto il palco, accompagnato dalla potente e sensuale bassista e cantante Becky, lo stile grunge, sporco e giustamente ignorante di Chris e le botte rabbiose di Olly dietro le pelli. Una forma da cantina mezza allagata di Bristol, una derivazione troppo forte dal grunge e dal punk grezzo e giovanile, un contenuto tutto sommato poco significativo. Tutto questo potrebbe portare ad una dimenticanza totale, o ad una noia, nei confronti dell’esibizione dei Milk Teeth, ma lo spirito, il cuore e l’anima di questi ragazzi si percepisce incredibilmente nell’atmosfera e ogni goccia di sudore di Josh si rende pregna di significato. Esibizioni come questa rendono onore ad una giovane band che viaggia su un pulmino per essere davanti ad un microfono e dire la sua. A se stessa, innanzitutto. Grande spirito.
PIANOS BECOME THE TEETH
“Ma quando è che urla il cantante?” e “sembra un gruppo diverso da quello che ho ascoltato” sembrano dirsi molti dei presenti, evidentemente consci di quello che erano i primi due album ma by-passanti l’ultimo “Keep You” del 2014. La scaletta della serata è infatti concentrata quasi unicamente sul sound dell’ultimo disco e le parti risultano inevitabilmente meno rocambolesche e meno dinamiche, dotate di un buon piglio certamente, ben suonate, ma definitivamente poco comunicative. Nonostante infatti l’intimità che ci si aspettava dalla presentazione di brani di un album come “Keep You”, l’atmosfera di un locale d’élite come l’Honky Tonky, fuori Milano, e il calore dei fedelissimi della band pronti a vederli per la prima volta, la grande aspettativa non viene soddisfatta appieno. Complice di ciò, un concerto quasi già ‘di mestiere’, di un’ora scarsa, non particolarmente incisivo, esattamente uguale alle precedenti date del tour, con solamente due brani dai precedenti dischi: “I’ll Be Damned” e “I’ll Get By”. Troppo pochi sicuramente, oltretutto senza tutta la carica di pathos e di verità per cui sono diventati emblematici, per quel sound peculiare che ormai sembra irrecuperabile e impossibile da riproporre dal vivo. E se la dannazione, le storie tristi, lo spleen giovanile dei testi e delle melodie minimali che condiscono il panorama sonoro della serata possono essere funzionali ad un’attitudine come quella del disco in questione, non lo sono abbastanza per condire un concerto d’esordio sui palchi italiani. Purtroppo la voce di Durfey non regge più gli sforzi a cui è stata sottoposta e le accordature devono anche cambiare necessariamente (si vedano i cambi delle chitarre nell’esecuzione dei due pezzi vecchi), ma resta quell’amaro in bocca per delle aspettative mancate. Coloro tra i presenti che invece hanno conosciuto la band di Baltimora per il loro ultimo lavoro, allora non potranno certo disdegnare i pregevoli tessuti delle chitarre, degli arrangiamenti di basso e batteria e la malinconia del frontman e delle sue parole e movenze; ma anche qui nulla è al di sopra della media. Nulla supera il minimo indispensabile; nulla può rendere i Pianos Become The Teeth significativi come le sferzate malinconiche dei Defeater, la rabbia dei Touché Amoré, le progressioni dei Saddest Landscape, la forma delle band post-rock come i Mogwai e gli Explosions In The Sky degli esordi, e mano a mano che il concerto procede pochi sono gli sbalzi della sparuta folla che abita il parterre. Sbalzi fisici ed emotivi. Nulla di eccessivamente disdicevole (canzoni come “Repine” e “Say Nothing” non sono certo da poco), ma nulla di più che un concerto senza alti né bassi, come se tra le righe si potesse leggere un certo velo di stanchezza e di performance troppo standardizzata. Là dove ci si aspettava una serata di alto contenuto comunicativo, emozionale e ricco di energia, sembra rimanere solo quest’impressione d’apatia. Poco cuore, poco spirito, in questa scarsa oretta che sa, purtroppo, già di mestiere.

