Poppy ha fatto anche delle cose buone.
Chi scrive ha da sempre in simpatia Moriah Rose Pereira, a maggior ragione dopo che il suo sodalizio con Jordan Fish sugli ultimi due album l’ha trasformata nella sorella minore e un po’ pazzerella dei Bring Me The Horizon (quella, per intendersi, che ruba le magliette metal dei fratelli maggiori e le abbina alle unghie con il gloss).
Ebbene la data di stasera del “Constantly Nowhere Tour” è imperdibile non solo perchè segna il debutto da headliner nel capolouogo meneghino – la precedente esibizione all’Alcatraz era di spalla ai Bad Omens, mentre negli annali digitali è rimasta traccia dello show originariamente previsto alla Santeria nel marzo del 2020, ovviamente rimandato sine die causa lockdown – ma anche per effetto dei gruppi che accompagnano Poppy.
Parliamo degli Ocean Grove – gruppo nu metal di Melbourne, per chi scrive valido quanto e più dei tanto celebrati Thornhill – e dei Fox Lake, il cui “New World Heat” è stata una delle più piacevoli scoperte dell’anno appena trascorso grazie ad una miscela esplosiva di nu ed hardcore.
Il pubblico in sala alle sette purtroppo non è quello delle grande occasioni – a fine serata conteremo il locale pieno per poco più di un terzo, con i teloni neri ad altezza mixer – ma stavolta il palco montato è quello grande, permettendo un allestimento da grande show per gli headliner.
Preso atto della presenza del merch se pur in forma ridotta (non ci sono maglie delle band spalla ma solo dell’headliner) e dei prezzi non esattamente popolari per scelta dell’artista (a titolo di esempio, un vinile autografato costa 60 € in più rispetto a quello standard), prendiamo posto pronti a goderci una serata di nu metal revival come fossimo tornati indietro di un quarto di secolo.
La prima data italiana dei FOX LAKE come prevedibile non ha richiamato il pubblico delle grandi occasioni – a conoscerli tra gli astanti saranno stati giusto un paio di dozzine, a giudicare dalle mani alzate – ma per quanto la loro proposta fosse la più ruvida della serata, sia a livello di sound che di tenuta di palco, possiamo dire hanno compensato la poca esperienza con una furia animalesca contagiosa quanto meno per le prime file.
Se il sound dal vivo è più vicino al nu metal, con pezzi come “Go 4 The Throat” e “Freestyle” dal piglio squisitamente vintage tra chitarroni chitarroni ribassati e scratch a pioggia, l’attitudine hardcore si estrinseca nella ‘pacca’ del batterista (decisamente animalesco pur con un drumkit piuttosto essenziale, peraltro posto a ridosso del pit e pertanto ancora più apprezzabile dalle prime file) e nel linguaggio del corpo del cantante, calato nel ruolo di Jasta della situazione nell’incitare moshpit e circle pit durante l’esecuzione di “Real Fast”.
Tra breakdown e accordi a vuoto “Dog Eat Dog” e “Tunnel” sono gli altri highlight di serata, per una mezz’ora acerba ma con il fascino incomparabile della prima volta.
Gli australiani OCEAN GROVE non sono viceversa dei novellini – possono vantare già quattro album in dieci anni di carriera – ma il loro debutto sul palco grande dell’Alcatraz, dopo le precedenti esibizioni al Legend e ai Magazzini Generali, ci ha mostrato una band decisamente pronta per palcoscenici importanti.
La formula di base resta sempre quella del nu metal di fine secolo – certi passaggi di “JUNKIE$” e “FLY AWAY” sono al limite del plagio nei confronti dei Limp Bizkit, per dire – ma in luogo del testosterone anni Duemila i cinque si presentano con uno stile molto più al passo coi tempi (l’outfit del frontman Dale Tanner, con una tuta dorata e guanti neri, potrebbe quasi farlo sembrare un Achille Lauro di un altro emisfero), conquistando il pubblico con una performance decisamente coinvolgente tra balletti sul palco e scambi di battute col pubblico.
Tra i dieci pezzi in scaletta, concentrati sugli ultimi due album “ODDWORLD” e “Flip Phone Phantasy”, si passa da momenti più emozionali di “Last Dance” (ennesimo tributo all’ugola di Chino Moreno) ai big beat discotecari di “RAINDROP”, ispirata dai The Prodigy molto più di quanto abbiano mai fatto i Pendulum; curioso il siparietto su questo pezzo con il cantante che passa al basso, strumento che suonava agli inizi della band, mentre il bassista titolare (con un mullet squisitamente vintage) si presta a fare il Repetto della situazione, aizzando la folla come un vocalist al Cocoricò di Riccione.
Dall’ottimo esordio “The Rhapsody Tapes” c’è spazio anche per il vecchio cavallo di battaglia “Stratosphere Love”, salutata dal primo circle pit dello show, ma dopo quaranta minuti ad alta intensità la volontà è quella di vederli presto in uno show da headliner: il repertorio sarà anche degno di una serata revival anni ’90, ma la personalità vista stasera è tale da garantire il divertimento ben oltre il semplice effetto nostalgia.
Arriva puntuale alle 21 il momento di POPPY, che si presenta sul palco con un intro da Tim Burton ed un mini-abito con strascico che la fa sembrare un po’ Alice nel paese del metal, contornata da musicisti con face painting a metà tra i Kiss ed un horror a basso costo, tra cui spicca il look della chitarrista.
La scaletta, come prevedibile, punta forte sui due ultimi album di stampo metalcore a là Bring Me The Horizon (“Negative Spaces” ed “Empty Hands”, non a caso scritti a quattro mani con Jordan Fish), a testimonianza di come le vesti da principessa Disney-core siano quelli ormai più calzanti a Mrs. Pereira, grazie anche alle collaborazioni di successo con Knocked Loose e Bad Omens.
E proprio “V.A.N.” (acronimo di “Violence Against Nature”, scritto da Noah Sebastian dei Bad Omens) risulterà a fine serata essere uno dei momenti clou dello show, nonostante le voci maschili siano per ovvie ragioni presenti in base.
Per il resto i brani nuovi dal vivo rendono piuttosto bene, confermando la versatilità vocale di Poppy nel passare da ritornelli zuccherini allo scream nelle varie “Bruised Sky”, “Concrete” ed “Empty Hands”, arrivando quasi ai pig squeal sulle note più acide di “The Center’s Falling Out”, e perdendo solo qualche colpo sul ritornello di “Time Will Tell”.
L’allestimento del palco è imponente ma al tempo stesso essenziale – soltanto un video wall sotto la batteria ad accompagnare i pezzi con sfondi a tema, oltre a luci chiaroscure e qualche fumata bianca dai cannoni – verosimilmente per non distrarre l’attenzione dal personaggio principale, che a sua volta limita le interazioni col pubblico al minimo (giusto qualche scambio di battute ed un momento di commozione mista a curiosità quando parte il coro “Sei bellissima” in modalità Bertè), lasciando che a parlare sia la musica.
I brani più datati come “Bloodmoney”, “Scary Mask” o “Anything Like Me” vengono accolti altrettanto bene dagli astanti, anche se l’impressione è che il piglio più elettronico sia ormai superato nella nuova incarnazione del personaggio (la regina del baddiecore?), decisamente più a suo agio con i circle pit delle conclusive “They’re all Around Us” o “New Way Out”, con molti spettatori ad approfittare degli ampi spazi presenti stasera per roteare meglio gambe e braccia.
Dopo un’ora e sette minuti di orologio si accendono le luci in sala ed è tempo di lasciare il locale, quando sono da poco passate le dieci: per quanto lo spettacolo offerto sia stato di livello, e con un tempo di gioco effettivo privo di particolari pause, resta il dubbio di uno show da headliner un po’ troppo corto per un’artista con sette album e innumerevoli altre uscite alle spalle.
Uno show forse meno sorprendente (a livello di scenografie, scaletta ed ingaggio del pubblico) di quanto ci saremmo aspettati visto l’eclettismo e il background pazzerello del personaggio, ma dal punto di vista strettamente musicale possiamo comunque dirci soddisfatti della serata nel suo complesso, con una nota di merito in particolare per la band australiana di spalla.
Setlist Poppy
Bruised Sky
Bloodmoney
Scary Mask
The Cost of Giving Up
Public Domain
Concrete
The Center’s Falling Out
Anything Like Me
Have You Had Enough?
Crystallized
Time Will Tell
V.A.N. (Bad Omens Cover)
If We’re Following the Light
They’re all Around Us
New Way Out

