Report di Simone Vavalà
Foto di Benedetta Gaiani
Serata per palati fini, in quel del Legend: direttamente dal recente successo in quel del Kill-Town Deathfest di Copenaghen, Metalitalia.com e la sempre lodevole Necrotheism Prod. riportano in Italia i Portal dopo dieci anni da quell’unica apparizione in quel di Parma.
Prima di loro, proprio come allora e pochi giorni fa in Danimarca, gli Impetuous Ritual: il side project non-proprio-side-project di due membri dei Portal stessi, con cui percorrono strade più ‘canonicamente’ death metal (il virgolettato è d’obbligo) rispetto alle avanguardie del gruppo principale, e i nostrani Aphotic, una delle realtà più promettenti del panorama estremo italiano, grazie a una proposta che mischia death, doom e molta atmosfera con classe e personalità.
Non solo assalti frontali all’odore di marciume, insomma, per quanto le nostre orecchie verranno effettivamente messe a dura prova; anche, e soprattutto, la prova che un genere spesso considerato superficialmente come statico può ancora offrire sfaccettature coinvolgenti ed esaltanti, che guardano al di fuori dei paletti eretti diversi lustri fa, anche al di fuori della pura componente musicale.
Si spengano dunque le luci, o meglio lasciamo solo dei tattici faretti sul fondo del palco e diamo inizio al rituale di questa sera.
La band di N. Gazer, alias Nicolò Brambilla, noto anche per il suo lavoro con i Blasphemer e – più recentemente – Fuoco Fatuo, sale sul palco precisa come un orologio svizzero e ci mette poco a confermare le ottime impressioni date su disco.
Nel loro impatto brutale gli APHOTIC non perdono mai di vista le armonie, per quanto dissonanti, e una forte componente che possiamo definire quasi psichedelica, per quanto virata in forme tortuose e soffocanti; qualcosa che, a tratti, fa pensare alla ricerca di Tom G. Warrior (in particolare con i Triptykon). I brani, chiaramente estratti dal loro unico full-length, l’ottimo “Abyssgazer” del 2023, alternano momenti sparati a mille a rallentamenti torbidi, con ulteriori elementi di varietà negli arpeggi che aprono il quarto brano, per esempio, o nella tetragonia doom dell’ultima traccia proposta, forte di un grande fascino ritualistico.
La band è coesa, con in particolare rilievo il lavoro mostruoso dietro le pelli – il doppio pedale vorticoso è spesso la spina dorsale su cui si innesta la furia generale – e l’ingegnoso lavoro sul cantato: i due microfoni in dotazione al cantante e chitarrista sono settati, rispettivamente, su un growl crudele e su una voce pulita e apertissima, quasi cerimoniale, perfetta per aumentare l’atmosfera si oscuro incanto generale.
Il cambio palco avviene nuovamente nel totale rispetto dei tempi indicati, ed ecco i quattro barbari di Brisbane pronti a spazzarci via timpani e connotati: gli IMPETUOUS RITUAL sono un passaggio quasi perfetto tra l’approccio visionario della prima band e l’estremismo sperimentale dei Portal.
Se uno guardasse solo agli strumenti imbracciati, ove spiccano chitarra a sette corde e basso a cinque, potrebbe aspettarsi del tecnicismo sbrodolante, ma qui le corde in più servono solo a offrire accordi ribassatissimi, che provengono direttamente dall’inferno.
I figuri sul palco lo confermano: seminudi, pittati come aborigeni iniziati al Tempo del Sogno, la band di Brisbane sembra una versione death metal dei Carnivore, ma fanno molto più male.
La parte più melodica della loro esibizione sono gli assoli fulminei e sbracati, molto anni Ottanta, che ogni tanto esplodono nel magma di putridi riff, ossessivi e impastati, che sono la loro cifra distintiva. Questa ‘Iniquitous Barbarik Synthesis’, citando il loro ultimo disco, è la dimensione perfetta, per Ignis Fatuus e Omenous Fugue dei Portal, insieme ai due sodali al basso e chitarra, per mettere in gioco la loro componente più selvaggia e primitiva. Riuscendoci benissimo in soli trenta minuti: pochi, sulla carta, ma intensissimi.
Dicevamo della lunga assenza dal nostro paese, ma in generale i PORTAL e la loro proposta unica mancavano da diversi anni in Europa, prima di questo intenso tour, e l’aria che si respira tra il pubblico (accorso in buon numero) è quella, a modo proprio, di una occasione ‘unica’.
Vi rassicuriamo subito: nulla è cambiato nel loro impatto devastante, e se vogliamo due lustri in più di band incappucciate e asseritamente votate a evocare dimensioni sotterranee e ultraterrene, confermano quanto avanti fossero questi folli australiani allorché misero in piedi il loro progetto.
Un vero portale per altre dimensioni, nel loro caso, risvegliate da una somma di fattori in cui vediamo, ci ripetiamo, dei veri prime mover: i volti oscurati da cappucci neri informi, il leader con la sua maschera da capro cerimoniale, i volumi assordanti, eppure equalizzati a meraviglia per tutto lo show, le dissonanze continue… i Portal, dal vivo, sono un’esperienza sensoriale paragonabile, forse ai Sunn O))), ma – con tutto l’amore per O’Malley e Anderson – dal costrutto musicale più significativo.
L’impatto, come detto, è tremendo – nel senso migliore del termine – da subito: le chitarre sono una sventagliata ossessiva, dietro cui si possono percepire le singole pennate di basso allo stomaco, mentre la batteria alterna passaggi tellurici a momenti di quasi assenza nel fumoso muro sonoro.
I rallentamenti quasi doom sono del resto una cifra stilistica forte, per i Portal, tra le prime band a flirtare sia con tali spasmi al rallentatore, sia con elementi più prettamente black, riscontrabili in certi passaggi più zanzarosi; per esempio su “Eye”, da “Avow”: non a caso un disco peculiare, nel suo essere metà di un gemello più stridente ed estremo, da cui però non viene tratto alcun brano. E ovviamente c’è l’espressività vocale del maestro di cerimonie, quel Curator già citato per la maschera, che vibra su tonalità e parossismi gutturali di rara intensità.
Il concerto spazia un po’ su tutta la loro produzione, con particolare attenzione al primo, mitologico “Seepia”, garanzia di furore insensato, per alcuni, rispetto alla (relativa) maggior accessibilità di album come “Ion” o “Vexovoid”, ma in realtà l’omogeneità della loro resa live è totale, ovviamente in senso buono: quello che i Portal realizzano ha davvero sordide vibrazioni da sabba, e ne abbiamo una conferma piena sulla conclusiva “Curtain”.
I due colpi di tom sordi che la aprono sono un saluto alle forze oscure e il suo andamento più lento e circolare è l’apoteosi dello show.
Gli accordi, sul finale, si dilatano, diventano feedback che procedono mentre The Curator lascia la sala prima dei suoi compagni: il rito è finito, lasciatevi straziare le orecchie ancora per qualche istante, tanto non c’è via di fuga. Devastanti.
APHOTIC
IMPETUOUS RITUAL
PORTAL

















































































