28/07/2017 - PROPHECY FEST 2017 @ Balver Höhle - Balve (Germania)

Pubblicato il 13/09/2017 da

Report a cura di Giovanni Mascherpa
Foto di Francesca Fornasari e Giovanni Mascherpa

In un mercato discografico affranto dal punto di vista strettamente numerico, ansimante se guardiamo alle mere vendite di prodotti discografici, vi sono vie impervie che godono di un afflusso misurato ma costante di viandanti. Che le popolano con frequenza tale da consentire a questi sentieri di rimanere in buone condizioni e di condurre verso mete che al grosso delle persone non interessa nemmeno sapere che esistano. Luoghi dell’anima vitali, piuttosto, per chi si arma di pazienza e concentrazione e prova a entrare in simbiosi con discorsi musicali articolati, cerebrali, consistenti spesso in una visione delle cose che trascende l’aspetto meramente connesso alle sette note. Possono così sopravvivere e comportarsi con una certa libertà case discografiche piccole ma operose come la tedesca Prophecy Productions, simbolo di musica oscura d’atmosfera, non per forza metal, non per forza nera e pessimista, fin dalla metà degli anni ’90. L’etichetta ha compiuto vent’anni proprio l’anno scorso, essendo stata fondata nel 1996. Fin dai primi tempi si è posta come un faro nella nebbia, un marchio che da solo identifica modi d’intendere l’arte ben definiti, pur nella sterminata varietà del suo roster. Con gli anni, è nata l’esigenza per chi gestisce la label, di organizzare un’occasione d’incontro che fungesse da grande raduno dei suoi estimatori, una riunione di famiglia un po’ sui generis, che raccogliesse gli artisti sotto contratto e desse la possibilità ai molti fan sparsi per l’Europa di vederli tutti assieme nell’arco di un week-end. Stiamo parlando, nella maggior parte dei casi, di band che non hanno un grande spazio nei normali circuiti concertistici, sia per il carattere sovente poco commerciale delle loro proposte, sia perché decidono di concedersi poco in veste live. Questo è solo il terzo anno che la Prophecy ha dato vita al Prophecy Fest, in una cornice che già da sola vale il prezzo del biglietto: Balver Hohle è un’ampia grotta posta a circa cinquanta chilometri a sud-est della Ruhr, in una zona collinare lontana dai grandi centri abitati e sorprendentemente selvaggia per molti aspetti. Una Germania ben lontana dall’accogliente, sobria modernità dei suoi maggiori centri, comunque ben curata e che ha addosso una patina vintage che chi conosce un minimo le zone meno affollate del paese non stenterà a riconoscere. La location è collaudata, si tratta di una sala concerti/eventi molto utilizzata da queste parti, per manifestazioni che comprendono anche spettacoli teatrali o proiezioni di vario tipo, incluse le partite della nazionale tedesca durante Europei e Mondiali! Superato il fastidioso, per qualcuno, scoglio dell’umidità, il fatto di stare al coperto, lontani da altri agenti atmosferici, gioca a favore di una fruizione per nulla problematica, che si giova di un numero di persone nient’affatto spropositato. A dire il vero, fin troppo basso per le attese degli organizzatori, che come spiegano nell’elegante libretto di presentazione – piccolo tomo rilegato in carta lucida, comprensivo di doppia compilation con un brano a testa per tutti i gruppi presenti, un oggetto stupendo consegnato durante il controllo del biglietto – non organizzeranno il festival nel 2018, per spostarsi direttamente al 2019. Rammarico, perché si tratta di un’esperienza unica, per i nomi di nicchia e la decisione per quasi tutti di offrire uno spettacolo non convenzionale, con scalette speciali e musicisti aggiunti. Dovendo trovare dei difetti, implementeremmo l’area merchandise, non limitandola ai soli articoli delle formazioni in scaletta e della label, e gli stand gastronomici, arroccati su malsani gusti tedeschi e che ci porteranno a una dieta un filo monocorde. Niente di tremendo, dopo tutto, piccoli particolari da limare per una manifestazione che consigliamo a tutti di frequentare in futuro.

 

 


NHOR

Espletato il rito di indossare il bracciale che consente l’ingresso al festival – viola, di stoffa, quindi comodamente indossabile nella vita di tutti i giorni – entriamo nella caverna per apprezzare la prima apparizione live ufficiale di Nhor. Trattasi di una one-man band inglese, autrice finora di quattro album (l’ultimo, “Momenta Quintae Essentiae”, è datato 2015), dedita a un black metal atmosferico che non di rado abbandona totalmente le asperità del metal estremo, per assaporare la toccante bellezza di un pianoforte risuonante in solitudine, privo di qualsiasi altro contorno. Per l’occasione, va in scena questa configurazione: Nhor, spalle al pubblico, curvo sul piano, tocca i tasti quasi in preda a brevi spasmi e a un soliloquio dentro se stesso, incurante di quanto gli accade attorno. Espone le tracce dedicate alle stagioni, quelle contenute nei due ep, “Wildflowers: Spring” e “Wildflowers: Summer”, editi quest’anno. Fra una nota e l’altra passano lunghi attimi di silenzio, mentre sull’altro lato del palco una pittrice é impegnata nel dare forma e colore alla musica. Il suo operato viene filmato, così che sul telone a fondo stage, sfruttato da molte altre band nella due giorni per avere un commento filmico a quanto suonato, prende vita in diretta un quadro raffigurante una catena montuosa, incorniciata da una foresta rigogliosa. Percepiamo subito una speciale atmosfera nella venue, già di per sé unica, in cui ci troviamo: nessuno parla, ride o scherza, c’è il massimo rispetto per l’artista e chi non è interessato a seguirne le gesta se ne sta lontano, non disturba chi ha intenzione di essere rapito da un’essenza sonora così scarna e, proprio per questo, da percepire con massima concentrazione.


SOROR DOLOROSA

Recente acquisizione nel roster Prophecy, i Soror Dolorosa ci portano ben lontani dalla fresca grotta dove soggiorniamo. Lo scenario è quello della loro natia Parigi, in una notte d’autunno, piovosa; vaghiamo, soli, persi, aggrappati per sopravvivere ai dolenti inni dei quattro, profeti di un gothic-rock che si intristisce e si fa mellifluamente intellettuale impregnandosi della darkwave di The Sisters Of Mercy e Joy Division. Come ci ricorda il cantante Andy Julia, la band non è abituata a suonare di frequente e sente molto l’importanza dell’appuntamento. Con la coda dell’occhio si pensa al futuro, vista l’imminente pubblicazione a metà settembre del terzo full-length “Apollo”, di cui arrivano alcuni estratti; tuttavia, lo sguardo guarda intenso al fondamentale primo ep “Severance”, suonato per intero al festival. Graffi dolceamari, frutto di pizzicate sulle note alte della chitarra solista, plasmano le romantiche fughe di “American Chronicle” e “Dare Me”, il basso che pulsa in curvature intristite e ci fa muovere a tempo. Sotto i colpi di una batteria che arriva, effettata ed essenziale, direttamente dagli anni ’80, ciondoliamo dispersi nei nostri pensieri, catapultati mentalmente altrove da un gruppo che incarna in ogni aspetto un’idea di languido abbandono alla facile lacrima. Maschere di serena afflizione, i musicisti se ne stanno sul posto, Julia si muove senza meta per il palco, all’inizio nascondendosi dietro occhiali specchiati, infine guardando negli occhi il pubblico, le occhiaie profonde di chi non dorme da tempo sonni sereni. Fra anticipazioni di ciò che verrà e la celebrazione del recente passato, i Soror Dolorosa avvolgono in un’aurea nebbiosa, indolente, chiunque abbia il piacere di osservarli.


SUN OF THE SLEEPLESS

È la seconda volta che i Sun Of The Sleepless calcano un palco. La prima risale al 1999, quando andò in scena un preludio di quello che sarebbe divenuto il Prophecy Fest. Scarna la discografia, rimpolpata da poco del primo album “To The Elements” e da una compilation riassuntiva delle prime registrazioni (“Shadows Of The Past”). In studio una one-man band guidata da Ulf Theodor Schwadorf, uno degli uomini-immagine della Prophecy, data la sua militanza di lunga data in Empyrium e The Vision Bleak, dal vivo il gruppo si presenta ben munito, forte di tre chitarre che tutte assieme costituiscono la polpa di un suono aggressivo e dinamico, il più classicamente metal del bill. Il sovrapporsi delle sei corde garantisce spessore e piroettare di armonie, abbiamo in parti uguali aderenza a uno spirito truce figlio delle origini del genere e la volontà di infondere sentimento e visionarietà, evitando sfumature di difficile comprensione. Cavalcate tumultuose possono aprirsi a pause arpeggiate, condite di un pregevole cantato pulito dello stesso Schwadorf, salvo cedere il passo poco dopo a ripartenze brucianti, che nei progressivi mutamenti di pelle si permeano di timidi accenni post-metal. Enfasi e concretezza non difettano ai Sun Of The Sleepless, arrivati preparati a puntino all’appuntamento e capaci di mettere d’accordo tutti nel tempo messogli a disposizione.


ARCTURUS

Chi scrive nutre da anni parecchie riserve sull’attuale, collaudato, assetto degli Arcturus. Al di là di un attutimento della componente sperimentale intervenuto con l’entrata di Vortex dietro al microfono, sono proprio il modo di stare sul palco dell’ex bassista dei Dimmu Borgir e la sua vocalità morbida a non aver mai fatto breccia nel cuore del sottoscritto. A ciò va assommata una certa indolenza del singer, che per esempio al Blastfest 2016 lo ha costretto, causa bagordi, ad esibirsi da seduto. Se ci mettiamo anche l’atteggiamento giullaresco di tutti i musicisti e l’affievolimento dell’affilatezza metallica avuta fino a “The Sham Mirrors”, capirete perché quello degli Arcturus poteva essere un concerto ‘a rischio’. Invece, complice un’acustica meravigliosa, e un piglio risoluto che non vedevamo da tempo in corpo a Sverd e compagni, arriva una secca smentita ai dubbi della vigilia. Servono un paio di canzoni per entrare pienamente in temperatura, “Painting My Horror” in seconda posizione in scaletta sembrerebbe confermare qualche perplessità sulla tenuta vocale, invece si rivela l’unico momento leggermente incerto di una prestazione maiuscola, in crescendo irresistibile. Dondolare come un elfo è una cosa che a Vortex continua a riuscire benissimo, al ragazzone ora con qualche capello bianco in testa piace scherzare e comportarsi da scemotto, ma la voce stavolta esce cristallina e potente e non ci sono limitazioni alcune alle note che può raggiungere. Frullati di galassie e folletti ubriachi si danno battaglia in un’ora di concerto spumeggiante, il materiale di “Sideshow Symphonies” mai così vivace forse come lo sentiamo a Balve Hohlen, quello di “Arcturian” interpretato con una foga e cuore ‘metal’ – eccellente Knut Magne Valle alla chitarra – che dagli avant-garde metaller di Oslo non eravamo più abituati ad attenderci. A far esplodere le stelle ci pensa una “The Chaos Path” sovrumana, i suoi controtempi singhiozzanti mandano totalmente al tappeto la compostissima audience, che ammira anche riuscite sortite nello screaming per il materiale più datato (“To Thou Who Dwellest In The Night”). Una ‘pettinata’ che non ci attendevamo.

GLERAKUR

Già presenti all’edizione 2016, i GlerAkur arrivano in posizione molto alta nel bill, appena prima dei loro amici Solstafir. Praticamente ignoti al di fuori dei confini islandesi, se non ai più attenti seguaci del catalogo Prophecy, rappresentano l’ennesimo act di valore sfornato dalla terra di ghiacci, geyser e vulcani; in questo caso, la storia che riguarda la loro nascita ha ulteriori motivi di fascino. Partoriti dalla mente del sound designer Elvar Geir Sævarsson, professionalmente impegnato a tempo pieno presso il Teatro Nazionale Islandese, i GlerAkur si sono presentati con un ep di tre brani nel 2016 (“Can’t You Wait”) e solo pochi giorni prima del festival hanno pubblicato il primo full-length, “The Mountains Are Beautiful Now”. Disco ispirato alla rappresentazione teatrale avvenuta nel 2015, proprio presso il Teatro Nazionale Islandese, di “Fjalla-Eyvindur & Halla” dell’autore Jóhann Sigurjónsson, prima opera letteraria islandese a travalicare i confini nazionali e venire tradotta in altre lingue, risalente al 1911. Pur prevedendo lunghi andirivieni minimali fra il drone, l’ambient, il post-rock, la performance live di GlerAkur, grazie a una line-up enorme che prevede quattro chitarre e due batterie, diventa qualcosa di sensazionale quanto a potenza e potere suggestivo. Non si tratta solo di aggiungere pesantezza o coltri di armonie, sembra di ammirare contestualmente aspetti sonori prima tenutici nascosti, che si amalgamano a una percezione più classica di certi stilemi; le impetuose marce post-metal potrebbero essere quelle dei Cult Of Luna più immaginifici, condite da un’effettistica e guarnizioni percussive funzionali a dare un’impressione di colossale bellezza. Quella, in assonanza a titolo e artwork dell’album d’esordio, emanata dalle alte vette quando le osserviamo con calma, senza disturbi, e possiamo renderci conto di quale meraviglia abbia creato la natura. Anche quando appaiono dilatazioni, interazioni di pura fonetica, diluizioni enigmatiche, la presa sul pubblico rimane salda, per quanto il discorso non sia dei più semplici da comprendere. In altri contesti, vedremmo probabilmente più distrazione fra chi sta davanti al palco, ma i fruitori del Prophecy Fest sono qui proprio per concerti così fuori dai canoni, e quindi gradiscono. Per l’ultimo pezzo, salgono sul palco Aðalbjörn Tryggvason e Svavar Austman dei Solstafir; prende vita una collaborazione estemporanea che nella cover di “Partýbær” degli oscuri loro connazionali HAM fonde incredibilmente bene l’anima di entrambe le formazioni, regalandoci una fiumana di hard rock malinconico, intorbidato delle mastodontiche sperimentazioni concepite da Sævarsson. Concerto fra i più anticonvenzionali dell’anno.

SOLSTAFIR

Il proporre esibizioni con molti musicisti e la ricerca del suono perfetto ha un suo costo in termini di tempo. Il programma orario è andato a farsi benedire abbastanza in fretta già nel tardo pomeriggio, quando arrivano i Solstafir il ritardo accumulato è di circa un’ora. Disagio minimo, se vogliamo, quando poi la durata dei singoli slot rimane intatta e non emergono problemi tecnici durante i concerti. L’ottimale calibratura degli strumenti dà una bella spinta anche agli autori del recente “Berdreyminn”, apparsi immediatamente molto concreti e consistenti, nonostante le prove recenti in studio li abbiano portati sempre più lontano dal metal e dall’hard rock propriamente detti. È necessario accordarsi al moto pigro delle canzoni e accogliere pacificamente gli spunti melodici minimi della chitarra solista di Sæþór Maríus Sæþórsson per apprezzare pienamente l’operato dei quattro; chiedergli che ci travolgano e offrano divertimento facile non è più il caso, certa irruenza è alle spalle. Sul piano delle emozioni impalpabili, quelle che richiedono quasi uno stato meditativo per essere colte e infondere vero piacere, il gruppo è ormai passato a uno stadio difficile da eguagliare. Quasi spogliando il loro stesso, inclassificabile metal, per ridurlo a un’essenza pregiata di origine misteriosa, dall’apertura di “Silfur-Refur” in avanti si posa una quiete irreale sull’ambiente circostante. Può condurre ad amarezza, serenità, commozione, rabbia, riflessione, sempre con una compostezza che non viene meno nemmeno quando i ritmi si fanno arrembanti (“She Destroys Again”), oppure quando travalichiamo in speciali andamenti angelici (“Fjara”). Per “Necrologue” Aðalbjörn Tryggvason chiede silenzio, dedica il brano a un amico scomparso e, accorgendosi che un paio di individui, uno proprio ai suoi piedi tra i fotografi, non ne vogliono sapere di tacere, li riprende davanti a tutti, come un maestro che redarguisca severamente un suo allievo; l’essere riuscito a individuare perfettamente chi stava disturbando, dice molto del concentrato raccoglimento di tutti gli altri. “Goddess Of The Ages” ci scroscia addosso nelle sue schitarrate infinite, uno scioglimento di ghiacci millenari che inonda di passione i cuori, dando loro le ultime emozioni di un’eccellente prima giornata.

LOTUS THIEF

Il passato remoto e la modernità invadente lambiscono in fondo gli stessi principi comuni, sembrano suggerirci i Lotus Thief. Rinsaldare legami tra epoche lontane è lo scopo massimo della band di San Francisco, che si presenta per la prima volta nella sua breve storia sui palchi europei. Il carattere femmineo della musica prorompe sicuro, una condensa multicolore di chitarre languide e intrecci vocali gentili ghermisce con artigli di fata, esercitando una pressione confortevole sulla psiche, inducendola a viaggiare leggera negli interstizi della storia. Riti, profezie, leggende, magie, sono narrate mediando fra interpretazione onirica e una piccola, ma persistente, presa sul mondo concreto. Il corredo visuale, proponendo spezzoni in ciclica ripetizione di panorami naturalistici accanto a rappresentazioni dell’egocentrico agire umano, si sintonizza al peregrinare sonoro, che si ferma volentieri in un ambient-shoegaze placidissimo, nient’affatto avaro di vampate post-black metal trascinanti, condotte dalle rullate di Otrebor dei Botanist. L’idealismo bucolico di costoro, rappresentati nei Lotus Thief anche dal multistrumentista Bezaelith, traspare sia negli accenni estremi, quando i doppi vocalizzi femminili si sporcano di screaming, sia nelle lussureggianti sagomature comandate dalle tastiere e vocalizzi che sembrano richiami di sirene. Il ritrarre il mondo secondo un punto di vista che mira a esaltare la bellezza pura, escludendo avversità e scabrosità dall’immaginario quadro disegnato, non preclude fortunatamente orecchiabilità e ricercatezza; il concerto scorre avvincente, dosando con misura morbidezza e strali metallici. Un convincente inizio di giornata.

THE MOON AND THE NIGHTSPIRIT

Il duo ungherese esula da connotazioni prettamente rock ed heavy metal, muovendosi piuttosto nell’alveo di quel folk spirituale che molto ha dato in tempi recenti alle correnti black metal più contaminate. Nella formazione canonica un duo, i The Moon And The Nightspirit si presentano in una line-up allargata che prevede la presenza di un percussionista, che suona con le mani un set di tamburi simili a quelli utilizzati in cerimonie tribali, una flautista, un tastierista e un bassista. Il set, contrariamente a quanto avremmo preventivato, pur riducendo al minimo la componente elettrica, non fa difetto di ritmi coinvolgenti che sfuggono a facili toni danzanti, incanalandosi in movimenti briosi e frenetici, con un tocco di imprevedibilità dato dallo smanacciare sulle pelli. La dotata vocalist Àgnes, deliziosa anche al violino, si fonde egregiamente in un’osmosi brillante al sodale Mihàly, mentre gli orditi di chitarra, violino e tastiere risplendono di fiorite coloriture fiabesche. È un folclore nobile, autentico, quello rievocato dai magiari, personaggi che non frequentano questi suoni per spirito emulativo, ne conoscono i significati più profondi e interpretano atmosfere arcane mediando fra suadenti nenie, rumoreggiare festante, armonie per noi poco abituali e quindi particolarmente fragranti all’ascolto. Non proprio il ‘solito’ folk.

SPIRITUAL FRONT

Un animo controverso, pensieri scomodi, quelli di Simone Salvatori. Una band, i suoi Spiritual Front, che coniuga l’intrattenimento a vedute complesse e sfuggenti, comunica idee forti e nient’affatto liete tramite canzoni dall’afflato noir, che strizzando l’occhio alla musica popolare divertono, lasciando dietro di sé una risata dolceamara. Sullo sfondo le immagini di “Mamma Roma”, con la Magnani impegnata vanamente nel tenere a freno gli ardori di un figlio instradato verso le spacconerie del mondo criminale, accompagnano una performance fra le più coinvolgenti e artisticamente altolocate della due giorni. Si celebrano i fasti di “Armageddon Gigolò”, il disco più famoso del trio romano, che abbonda di illusionismi e ballate impetuose nell’avvincere la platea, che non infonde lo stesso calore riservato a band connazionali, ma non rimane affatto estranea alle turbe, al sarcasmo, al narrare menestrellesco degli Spiritual Front. Le etichette, a partire da quella che si sono affibbiati di ‘suicide pop’, valgono giusto per dare un suggerimento, indurre alla riflessione su quanto vi sia di inconsueto e originale in una formula capace di combinare tango, folk, pop, dark rock, cantautorato, colonna sonora, semplici assist a modi interpretativi slegati da contesti predefiniti. Impeccabili nei loro completi neri, Salvatori e compagni si muovono fra elettrico e acustico, inscenando un carnevale di equivoci e vizi, sulle note sprezzanti di “Jesus Died In Las Vegas”, “I Walk The (Dead) Line”, “Love Through Vaseline”, intervallate da alcune anticipazioni dell’album di prossima uscita. La vocalità ‘alla Nick Cave’ del leader seduce un uditorio che con il passare dei minuti si fa sempre più caldo, incapace di restare indifferente a un concerto di tale portata. Non resta che ammirare ed applaudire.

NOÊTA

La stanchezza affiorante, comprensibile quando si è a due/terzi di una due giorni assai intensa come questa, viene per un’abbondante fetta dei presenti amplificata dal concerto di NOÊTA. La ragione è presto spiegata: sullo stage sono solo in due, un chitarrista e una giovane, esile cantante, e i motivi proposti indulgono in sottigliezze così misurate che la narcolessia, per chi non è fermamente concentrato, diventa l’unica ancora di salvezza. Il dark ambient del duo mette in ginocchio e fa chinare il capo in un’accettazione inerte delle angosce quotidiane, non vi sono intenti consolatori in canzoni sostenute da pizzicate timorose sulla chitarra e una vocalità eterea che incanta non per portare alla pace dei sensi, ma accoltellare ogni sintomo di un nascente ardore. La bella Êlea appare come un fantasma intervenuto a ricordarci gli squallori esistenziali e quando introduce un pezzo argomentando che “tutti noi, a questo mondo, siamo soli, per quanto andiamo cercando l’amore in ogni dove”, beh, diciamo che per quanto udito fino a quel momento, il concetto l’avevamo già ben assimilato! I criptici contenuti del primo album “Beyond Life And Death”, uscito quest’anno, inondano di cupezza più di tanto funeral doom. Le formule disadorne di NOÊTA provocano palpabile disagio; crediamo fosse questo, in fondo, l’intento del gruppo svedese.

DORNENREICH

Non ci si capacita di certi fenomeni. Li si osserva pensando di essere noi degli alieni, in mezzo a individui per nulla stupiti di quello che sta accadendo. L’addensamento in prossimità del palco, la religiosa contemplazione rintracciabile nelle posture, la percezione immediata di stare per assistere a una situazione rara e speciale, si respira forte nella caverna; l’apparizione in acustico dei Dornenreich viene vissuta come il momento centrale dell’intero festival. Né prima né dopo vi sarà tutta questa gente in stato di completa adorazione. Lo spostamento stilistico dall’originale black metal dei primi anni Duemila al folk contemplativo dell’ultima fase di carriera non ha affatto inimicato i fan del combo tedesco, tutt’altro, la veste attuale avvicina uno stuolo di sostenitori appassionato, che va in brodo di giuggiole fin da subito. Eviga a chitarra e voce e Inve al violino sono gli unici due musicisti presenti, che si destreggiano con modi rilassati ai rispettivi strumenti, l’uno comodamente seduto su uno sgabello, l’altro in piedi. La mancanza di tutta la strumentazione metal porta per forza di cose a reinventare completamente il materiale più datato, inframmezzato a brani recenti per cui il riarrangiamento suona meno sconvolgente. La voce sospirata del leader e i volteggi di violino ci ricordano inequivocabilmente di essere di fronte ai Dornenreich e non a un’altra band, la pennata incisiva sulla chitarra dona una vivacità all’insieme non comune per un concerto acustico; nonostante la complessità intrinseca dei pezzi metallici vada sacrificata, le sostenute atmosfere ancestrali evocate un tempo non si dissolvono né scemano d’intensità. Quando Eviga annuncia un ripescaggio dal primo demo “Mein Flügelschlag”, si alza un coro di giubilo che strappa un sorriso compiaciuto al duo, per l’intera esibizione immerso in uno stato di beatitudine che fa comprendere quanto, pure per loro, il Prophecy Fest fosse da considerarsi un appuntamento speciale. Un set magico, non esattamente nelle corde di chi scrive, ma che si è sicuramente segnalato per caratteristiche uniche e una concordanza d’intenti fra i partecipanti difficile da riscontrare altrove.

THE VISION BLEAK

Chi soffre le peggiori conseguenze dal dilatamento dei cambi palco sono i The Vision Bleak. Molto attesi, un altro dei simboli indiscussi dell’etichetta, pagano più di tutti gli altri lo speciale spiegamento di forze. In aggiunta alla normale line-up, compare la The Shadow Philarmonics, ensemble di musicisti classici comprendente strumenti a corda, percussionista e soprano. Una volta che le operazioni di preparazione si sono concluse, andrà tutto per il meglio, peccato che a quel punto si siano già persi minuti preziosi e lo show verrà drasticamente accorciato a quaranta minuti. Nel tempo disponibile, il gruppo non si risparmia affatto e mette sul piatto vigoria, atmosfere orrorifiche e ampollosità in misura soddisfacente. Ringhi di belve e altezzosità liriche s’intrecciano a dovere, i The Vision Bleak non nascondono l’animo di intrattenitori e snocciolano canzoni molto catchy, pervase di quadratura tipicamente germanica. La varietà del riffing, che si premura di avventurarsi fra black, thrash, doom, dà notevole impulso all’alone gotico permeante ogni nota, mentre l’orecchiabilità dei refrain arreda sotto i nostri occhi la venue, affinché appaia come un appariscente gothic club durante una festa in maschera di vampiri. Ci voleva della sana energia metallica per spezzare l’incantesimo delle ovattate esibizioni precedenti, purtroppo lo spettacolo viene leggermente azzoppato, ma quello che vediamo e ascoltiamo non è di certo di basso profilo.

HEXVESSEL

Agli Hexvessel fila tutto per il verso giusto, per loro nessuna cesura e possibilità di svolgere i compiti previsti in piena comodità. Kvohst si presenta in mantello, immediatamente padrone della situazione, pronto a sfoderare il suo armamentario di voci sentimentali, affabulatorie, calde come quell’unica fiamma che vi arde nel camino in una notte di ghiaccio. Il tergiversare in sonorità distanti dagli intenti primordiali, come avvenuto nell’ultimo, incerto, “When We Are Death”, non inficia la resa live della formazione. L’attività concertista del gruppo tende ad essere sporadica, tuttavia l’affiatamento si rivela presto magistrale, permettendoci di apprezzare ogni piccola sfumatura di canzoni apparentemente esili, che cammin facendo si svelano in tutte le pregiate essenze contenute. La psichedelia si dilava nel neofolk pagano, agile senza scadere in un etereo evaporare, la spinta hard rock non viene mai meno, tenendo fede a quell’amore per gli anni Settanta più underground che Kvohst tiene sempre a ricordare nel suo poliedrico operato. Tastiere e violino addobbano di luminarie vivaci buona parte del set, nel quale trova spazio anche un gradevole intermezzo acustico, fortunatamente non invadente rispetto ai ben più coinvolgenti pezzi suonati in elettrico. Di fronte a uno spettacolo così vibrante, di ampie vedute e appagante per il sentimento, la perizia, la cura immesse, ci immaginiamo in un impeto di follia che pure masse più nutrite potrebbero compiacersi di quanto suonato dagli Hexvessel; in fin dei conti non c’è da impegnarsi chissà quanto per essere circuiti dai loro onirici ghirigori e il carisma di Kvohst basta e avanza per soggiogare qualsiasi audience.

DOOL

Il potere della rivelazione. La possibilità di rimanere a bocca aperta e dimenticarsi definitivamente qualsiasi tipo di compostezza. Poter assentire estasiati all’interrogativo che ci eravamo posti in sede di recensione dell’esordio “Here Now, There Then”: “Possibile siano così bravi questi Dool?”. La risposta, inequivocabile, è un sì gigantesco. Come se non bastasse l’eccellenza raggiunta con il primo album, i cinque olandesi si rivelano dei fuoriclasse anche dal vivo. Due coriste, dal timbro quasi gospel, e una violinista, accompagnano la normale line-up, che ha in Ryanne van Dorst il fulcro centrale. O per meglio dire, una stella accecante. Le peculiarità del disco vengono amplificate, la chitarra acustica fra le mani della van Dorst prende le sembianze di un’acuminata scimitarra e il risuonare all’unisono delle tre chitarre richiama fedelmente l’idea di tagliente malignità dei compianti The Devil’s Blood. Violino e coriste consentono di non modificare di una virgola i pregiati arrangiamenti di “Vantablack” o di “Words On Paper”, la resa di ogni singolo secondo è fenomenale, considerando il fervore che la band tutta mette in quanto suonato. Animosità che cresce vertiginosamente passando dalle trame doom a quelle di sapore post-punk, i Dool paiono allora un unico animale dai mille arti, che tutti insieme padroneggiano i rispettivi strumenti con perfetta sincronia, attraversati da energia incandescente. Turbinare di chiome, riff enormi e romantici che crivellano lo spirito, l’idea diffusa che stiamo assistendo allo svettare di una genia di talenti cristallini; tutto questo è il concerto dei Dool al Prophecy Fest. Arriva pure un’anticipazione di quello che hanno in serbo per il prossimo futuro, da quanto afferma la cantante sono già a buon punto per un nuovo disco e, data la qualità di ciò che ci fanno udire, non lontano in cadenze e atmosfere dagli episodi più hard rock del primo full-length, ci sarà da divertirsi anche stavolta. “To Love Is To Die”, ci ricordano nel toccante, tristissimo riarrangiamento acustico di “The Death Of Love”: ci crediamo sulla parola.

HYPNOPAZUZU

Gli stati allucinatori provocati dall’insano duo Tibet-Youth girovagheranno nel nostro cervello a lungo. Ci accompagneranno, in sottofondo, almeno per l’intera giornata successiva, in moti circolari di ignota natura. Che roba strana. Va bene, a sorbire composti sonori in arrivo da altri mondi siamo abbastanza abituati, ma di solito ciò si associa a disturbi, scabrosità, spigolosità ansiogene. Con gli Hypnopazuzu sprofondiamo invece in una delirante pace dei sensi, invasi da sinfonie sublimi architettate ricorrendo ad alchimie di tastiere che uniscono la colonna sonora alla psichedelia-drone più rarefatta. Elucubrazioni dell’elettronica, minimale ma onnipresente, svalvolate incursioni di violino e gli effettacci di Youth si assommano a tastiere spaziali e la voce scelleratamente acuta di Tibet. Verrebbe da definirla sperimentazione pura, senza altre desinenze a riconoscerla, peccato che prenda la forma di arie gradevolissime, indecifrabili eppure nient’affatto ostiche. Tenendo conto, ovviamente, che stiamo parlando di un manipolo di pazzi, per cui il concetto di normalità e musica di facile ascolto diverge percettibilmente da quella che tutti noi abbiamo. In un ambiente così suggestivo come Balver Hohle, irretiti dalle proiezioni, astratte e spontaneamente sberleffeggianti, che si susseguono sullo sfondo, capiamo meglio di tante altre volte cosa voglia dire essere intrappolati in un trip. Mettiamoci le forze che vanno scemando da qualche ora a questa parte e la fresca umidità della grotta, avremo allora un quadro ben singolare per un concerto. Va in scena, in un’ora intensissima che spariglia facilmente la percezione del tempo trascorso, l’intero album d’esordio del progetto, “Create Christ, Sailor Boy”. Non capiamo se chi è rimasto fino alla fine sia più stordito, convinto, rapito oppure distrutto, fatto sta che solo il silenzio, in assenza di una reazione immediata di fronte a tali insondabili sforzi creativi, parrebbe essere una risposta appropriata. E a questo punto dobbiamo ahinoi congedarci, imprecando al pensiero che dovremo attendere fino al 2019 per la quarta edizione del festival.

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