29/07/2014 - Red Fang + Doomraiser @ Traffic Live Club - Roma

Pubblicato il 31/07/2014 da

Red Fang, ancora loro, per la terza estate di fila a Roma. Si potrebbe dire che non c’è estate se non suonano i Red Fang, a Roma. Ad ogni modo, il gruppo di Portland, Oregon, sulla scia del successo del nuovo album “Whales And Leeches”, pubblicato a ottobre 2013 e che gli ha procurato molte accuse di essersi “commercializzati” strizzando l’occhio alle sonorità dei Queens Of The Stone Age, torna da headliner in Italia e fa tappa nella Capitale. Qui trova il solito grande riscontro di pubblico che non lesina soldi al banco del merchandise. È la serata di fine stagione del Traffic, il punto di riferimento principale degli eventi metal a Roma oramai da qualche anno, e quindi tutti gli amici del locale, amanti dei Red Fang o meno, partecipano a questa festa. Ad aprire lo show prima degli americani, troviamo, nel cartellone allestito dalla sempre ottima No Sun Music, i veterani Doomraiser, una sicurezza giustamente scelta per la sua longevità, e, prima di loro, i giovani La Furia!, di cui però ci siamo persi l’esibizione. Recupereremo in futuro sicuramente. Ecco il reportage della serata tropicale vissuta al Traffic, che chiude i battenti e che riaprirà a settembre con una programmazione da urlo.

red fang roma 2014


DOOMRAISER

Fuori dal Traffic fa caldo. Questa estate che non si decide ad arrivare appieno ci lascia liberi però di muoverci con t-shirt e bermuda anche di sera. Mentre c’è ancora la fila fuori dal locale, iniziano a suonare per l’ennesima volta a Roma i veterani Doomraiser. La loro proposta musicale è nota già a tutti e tutti li ascoltano sempre con piacere dal vivo. I riff sono quelli dei Black Sabbath, lenti, pesanti, cupi. Il pubblico li accompagna scuotendo le teste, radunato massicciamente nonostante il caldo dentro il locale – e la situazione peggiorerà. A memoria, ricordiamo brani come “The Raven”, “Rotten River” e l’oramai classico “Mountain Of Madness”. Suonano mezz’ora abbondante, i Doomraiser, convincono il pubblico e riscuotono i loro giusti applausi. Sono un pezzo di storia della musica estrema a Roma, guai a smettere, eh!

RED FANG
L’amore sbocciato nel 2012 fra gli americani e i romani, quando i primi suonarono nella Capitale per la prima volta in carriera, viene rinnovato anno dopo anno, con esibizioni sempre più incendiarie. Come se stessimo a Miami, quando sono da poco passate le 23.00 inizia a diluviare. Pesantemente. Neanche ci dispiace tanto, speranzosi che quest’acqua rinfreschi un po’ le temperature, sempre di Miami, percepite dentro il locale, pieno per l’inizio dello show dei quattro. Il fomento del pubblico si tramuta in urla mentre si effettuano gli ultimi ritocchi agli strumenti prima del via. È “Dirt Wizard” ad aprire lo show e subito si balla. David Sullivan comincia ad ondeggiare sui riff veloci del brano, mentre l’altro chitarrista Maurice Giles urla al microfono la versione rabbiosa delle vocals a firma Red Fang. Un Aaron Beam più dimagrito fa su e giù con la testa mentre intona le melodie del ritornello anche nella seguente “Number Thirteen”, altro brano estratto da “Murder The Mountains”, l’album che ha dato la notorietà al gruppo. Primo pezzo dei nuovi eseguiti è il veloce “The Shadows”, estratto da un 7” di recente pubblicazione. Quando parte “Sharks”, dall’album d’esordio omonimo, è il delirio. Teste che fanno su e giù, sudore che vola da un corpo all’altro, gente che ti si struscia addosso marchiandoti col suo (malsano) odore. È luglio, fa caldo e siamo dentro un locale compressi in oltre duecento, con l’aria respirabile finita già da un po’. Si suda anche da fermi e sono frequenti gli andirivieni dei fan dentro e fuori dal locale, a rinfrescarsi con la pioggia che scende copiosa. Il ritmo dello show rallenta un attimo con “Whales And Leeches” per poi riaccelerare con “DOEN”, traccia recente. Amabili nei loro momenti veloci, di stoner godereccio e di facile approccio specie nelle composizioni recenti, i Red Fang danno il meglio in brani più ragionati, quelli da intenditori. È il caso di “Throw Up”, “Malverde” e di “Into The Eye”, momenti di picco dello show, quando si apprezza il loro suono debordante, il loro amore per i riff lunghi e per le vocals rabbiose. Lo spazio promozionale per il nuovo lavoro si esaurisce nel finale, quando la doppietta “Crown Is Swine”/”Blood Like Cream” lascia subito spazio al meglio del repertorio. Sì, esatto, mancano ancora i cavalli di battaglia e quindi ecco arrivare “Wires”, dove Sullivan ruba tutte le attenzioni prima di salutare il pubblico, che però non si muove di un millimetro. Manca l’encore, no? Non se ne andranno mica senza aver eseguito “Prehistoric Dog”? Eccoli, di nuovo, sudatissimi. Aaron Beam dimostra di essere uno degli uomini più pelosi del globo quando si toglie la maglietta, stremato com’è dall’aria stantia di un’ora e passa di concerto. Ripartono con “Hope”, una canzonetta che lascia il tempo che trova, prima di “Prehistoric Dog” – of course – brano fra i più belli ascoltati negli ultimi anni in generale (fidatevi). Il pubblico canta a memoria: “Dogs that howl from outer space, Come to Earth to lay to waste, With fang and claw to shred your face, They will erase the human race, time to kiss your ass goodbye”. I sopravvissuti al forno crematorio allestito sotto al pit, dove fra scambio di fluidi e magliette ridotte a stracci, ancora ci si scontra, ci si lancia dal palco, si fa fare crowd-surfing, resistono fino all’ultimo urlo, “We want it all, we’re living like a Prehistoric Dog”! Le chitarre rimbombano pesantemente, il basso è un martello pneumatico e il batterista sorride con lo sguardo da matto, come al solito. Show finito. Ci vediamo il prossimo anno, vero?

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