07/06/2017 - RHAPSODY REUNION + EPICA + LABYRINTH @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 18/06/2017 da

Introduzione a cura di Dario Onofrio
Report a cura di William Crippa e Dario Onofrio
Fotografie di Francesco Castaldo

Quanti di noi sono stati iniziati al metal dai Rhapsody? Per quante persone “Symphony Of Enchanted Lands” è un album che magari oggi viene visto con un sorriso ironico, ma che in fondo ha rappresentato tanto? Domande alle quali si poteva facilmente rispondere giudicando la quantità e varietà di gente accorsa all’Alcatraz per il Farewell Tour della più grande power metal band italiana di sempre. Una serata speciale, un momento per cantare tutti insieme le canzoni che per chiunque, da chi in quel periodo aveva quattordici anni a quelli che si sono avvicinati ai Rhapsody più tardi, durante la loro maturità artistica e le varie reunion e strade parallele. Ad aprire le danze i Labyrinth, forti del nuovo “Architecture Of A God”, e gli Epica, anche loro sull’onda scatenata dall’uscita di “The Holographic Principle”. Tante emozioni, per un pubblico davvero variegato, persino con gente che oggi ascolta tutt’altri generi ma che è venuta per vedere, un’ultima volta, Fabio Lione e Luca Turilli assieme sullo stesso palco. Al nostro arrivo troviamo il locale di via Valtellina diviso in due, con un telo nero a concentrare l’audience sotto il palco principale ed un pubblico pronto e carico per l’evento!

 

LABYRINTH
Apertura di serata affidata ai Labyrinth, in tour per promuovere l’ultima, clamorosa, uscita discografica, “Architecture Of A God”. La band irrompe davanti al pubblico poco dopo le 19 sulle note dell’opener “Bullets”, accolta al meglio dalla venue, anche se relegata ai primi metri del palco per le scenografie già montate per le band seguenti. Solamente quattro i brani in scaletta, proseguendo con “Still Alive” e con la titletrack del nuovo album, per chiudere con la classica “Moonlight”, opportunamente rivisitata e svecchiata, per poco più di mezzora a disposizione; grande la prestazione strumentale, con le chitarre di Olaf Thorsen e Andrea Cantarelli sugli scudi, anche se forse troppo basso di volume a conti fatti era Oleg Smirnoff, che con le sue tastiere poteva dare un ulteriore slancio alla prestazione. E che dire di Tiranti? Be’, sempre grandioso, capace di regalare acuti a profusione, con una potenza ed una drammaticità unica. Bello è constatare che i presenti abbiano cantato già i pezzi nuovi, sintomo che il disco ha fatto davvero breccia nei cuori degli appassionati. Peccato per lo scarso minutaggio a disposizione.
(William Crippa)

EPICA
Gli Epica sono di casa ormai nel Belpaese, visto che fanno tappa fissa da noi almeno una volta l’anno se non di più; risale infatti solamente a cinque mesi fa la loro ultima performance vincente da headliner in quel del Live Club di Trezzo sull’Adda. E questo forse rischia di penalizzare la band olandese, visto che, guardandoci attorno, non sono poi così numerosi i fan intervenuti per loro. Palco scarno, con solamente qualche luce multieffetto e la tastiera roteante di Coen montata sui binari, a supportare visivamente lo show. Apertura, dopo l’intro “Eidola”, affidata a “Edge Of The Blade”, che subito mostra una band in grandissimo spolvero, rodata da migliaia di chilometri percorsi e da un tour praticamente infinito che dura da anni. Grandiosa al solito Simone Simons, catalizzatrice di tutti gli sguardi e vocalmente sempre ineccepibile; Isaac Delahaye rasenta la perfezione assoluta, e magici sono i momenti di interazione con Coen Janssen e la sua tastiera, e solida è la sezione ritmica composta da Rob e Arjen. Forse solamente Marc, a sorpresa, è leggermente sottotono e meno incisivo del solito, ma questa è solamente una sottigliezza. “A Phantasmatic Parade” ed il passo verso il passato di “Sensorium” precedono la prima grande novità nella setlist di serata, “Universal Death Squad”, assente durante il tour invernale. “The Essence Of Silence” ed ancora “The Obsessive Devotion”, prima di una “Fools Of Damnation” a sorpresa quanto gradita e carica di pathos. Le luci del palco vengono spente su richiesta di Simone per lasciare solamente il pubblico con i cellulari ad illuminare la scena, perché, richiesta a gran voce nei mesi precedenti al concerto dai fan, “Once Upon A Nightmare”, gestita dall’accoppiata Simons / Janssen, viene accolta da un vero e proprio boato e cantata dai fan in coro. Siamo quasi in chiusura e “Unchain Utopia” crea il mood perfetto per la grandiosa “Cry For The Moon”, al solito recitata come un mantra dal pubblico, che porta alla pausa. L’encore è decisamente classico, formato dal terzetto “Sancta Terra”, “Beyond The Matrix” e chiuso come sempre da “Consign To Oblivion”. Solita prestazione perfetta ed assente da errori per la band. Da segnalare un episodio abbastanza divertente: prima del pezzo di chiusura, gli Epica fanno dividere il pubblico per il wall of death, ma quando la canzone parte, i presenti non capiscono cosa devono fare; la canzone non è forse la migliore per una pratica simile, o semplicemente gli astanti non hanno intenzione di lanciarsi nel pogo, fatto sta che il muro si riassorbe e il tutto si conclude in un niente di fatto italian-style, con un ‘facciamo finta che non sia successo’ generale tra band e fan.
(William Crippa)

RHAPSODY
Il palco dei Rhapsody è spoglio, quasi vuoto. L’assenza della tastiera, colpo quasi incredibile per una band del genere, è la prima cosa che notiamo tutti: ci si comincia a chiedere come sarà la resa dal vivo di “Symphony Of Enchanted Lands”, capolavoro del gruppo, i motivi che hanno portato a tutto questo, i misteri dietro alla decisione irrevocabile presa da Turilli e soci. Ma non c’è tanto tempo per pensare, perché, non appena si spengono le luci e comincia “Epicus Furor”, l’Alcatraz scoppia in un boato. Siamo qui per parlare della leggenda di un mondo dimenticato, siamo qui per chiudere a chiave i nostri incubi e cantare tutti a squarciagola le canzoni che ci hanno forgiati per come siamo oggi. Dopo “Emerald Sword”, “Wisdom Of The Kings” e “Eternal Glory”, lanciate una di fila all’altra, Fabio Lione ringrazia subito i Labyrinth (ai quali è ovviamente molto affezionato, dato che furono la sua prima band!) e gli Epica e ci racconta un po’ di come sta andando il tour. Molti dei presenti sono commossi all’idea che sia l’ultima volta che lo sentiranno cantare dal vivo questi pezzi…e che pezzi! In vent’anni la band non ha mai suonato canzoni come “Beyond The Gates Of Infinity” o “The Dark Tower Of Abyss”, ma tutti le conoscono a memoria perché, bisogna sottolinearlo, “Symphony Of Enchanted Lands” è stato la colonna sonora portante dell’adolescenza di molti dei presenti. Non manca però un salto temporale con “Knightrider Of Doom”, che fomenta il pubblico prima di tirare il fiato con la bellissima “Wings Of Destiny”, per l’occasione dedicata al compianto Christopher Lee. Siamo alla fine del capolavoro rhapsodiano: viene eseguita tutta “Symphony Of Enchanted Lands”, con una particolare enfasi sullo stacco orchestrale prima della fine del pezzo, che porta tutto il pubblico a saltare e battere le mani a tempo. Tra le persone che cantano, commosse, pure i pogatori seriali si fermano un attimo quando viene pronunciato il verso finale. Ovviamente il concerto non termina qui: viene dato spazio a un bellissimo assolo di batteria di Alex Holzwarth, prima sulle note del “Dies Irae” di Verdi, poi con improvvisazione pura. È solo l’intro che annuncia un classico intramontabile dei Rhapsody: direttamente da “Legendary Tales” arriva “Land Of Immortals”, pezzo che scatena un pogo furioso e ci riporta in prima linea per quanto riguarda il coinvolgimento. Non manca moltissimo alla fine del concerto: Fabio Lione scherza con noi, ci ringrazia per questo momento bellissimo e ci fa cantare “Nessun Dorma”. Ormai il tempo è agli sgoccioli e, come da consuetudine, è il momento di presentare la formazione. Prima il singer presenta Patrice Guers, Dominique Leurquin e Alex Holzwarth, per poi lasciare il microfono a Luca Turilli che, nel suo accento marcatamente triestino, ringrazia i presenti, Ale Conte dei LT’s Rhapsody, presente tra il pubblico e, ovviamente, Fabio Lione, compagno di mille avventure da tempi immemori. Ma non c’è tempo per commuoversi: l’ultimo pezzo annunciato è “Dawn Of Victory”, uno dei brani più amati della band, ed è subito l’occasione per molti per pogare, per altri di cantare a squarciagola ‘Gloria, gloria perpetua! In this dawn of victory…’. Finito il brano la band esce di scena, ma il fatto che le luci restino spente fa subito presagire aria di encore, ed è così che Turilli e soci tornano in scena per “Rain Of A Thousand Flames”, title-track del quarto disco della band e per l’immancabile “Lamento Eroico”, anch’essa cantata ovviamente da tutti, come fossimo un coro che accompagna il solista Lione. E con che pezzo si potrà mai chiudere questa bellissima storia se “Emerald Sword” è stata suonata all’inizio? Ovviamente con “Holy Thunderforce”, uno degli highlight della discografia della band, con un chorus stampato nella mente di tutti. Il gran finale è affidato a “In Tenebris”, e in quel momento molti di noi si rendono conto che un’epoca è giunta al termine: quella degli eroi e delle leggende, quella dei signori oscuri, delle epiche battaglie, degli intrecci amorosi, delle creature fantastiche. Qualcuno dei presenti azzarda che il motivo della scenografia così spoglia sia proprio da ricercarsi nel testo dell’outro: è finita, e al posto delle storie fantasy restano solo la desolazione e le statue in rovina presenti sulle grafiche di questo Farewell Tour. Non il bene e il male, bensì solo il vuoto lasciato da un mondo intero che chiude i battenti. Ed è a quel punto che ci rendiamo conto che, in fondo, il non voler avere un altro tastierista sul palco è un gesto di rispetto per Alex Staropoli, il grande assente di questa serata. Chi c’era probabilmente sa di cosa stiamo parlando: quest’ultima esibizione in territorio milanese di una delle band power metal più amate di sempre ha ricordato alla lontana tanti addii alle scene di moltissimi artisti, un momento in cui più che mai ci si è sentiti parte di una grande storia cominciata più di vent’anni fa e oggi evolutasi fino al suo termine. È stato l’addio a un’epoca che ormai non c’è più, un mondo che a parlarne oggi ci sembra tutto diverso, troppo lontano da quello a cui il metal è arrivato oggi. Se c’è una cosa che i Rhapsody ci hanno insegnato in questi anni, nonostante i loro momenti di follia e a volte il loro essere dannatamente ‘kitsch’ e quasi ‘fuori luogo’, è proprio il non perdere mai di vista il nostro lato più sognante e la nostra capacità di immaginare ed ascoltare storie.
(Dario Onofrio)

 

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