16-19/04/2025 - ROADBURN 2026 @ 013 - Tilburg (Olanda)

Pubblicato il 29/04/2026 da

Report di Stefano Protti

Già nel 2019 ci si chiedeva se Roadburn fosse ancora un evento metal, dimenticando la presenza come curatore, in quell’edizione del compianto Tomas ‘Tompa’ Lindberg degli At The Gates. A sette anni da quell’edizione, ci troviamo di fronte al medesimo quesito e, guardando la line-up allestita dagli organizzatori, ci sentiamo di dare questa risposta: il Roadburn è un contenitore di musica estrema, il cui focus si è spostato progressivamente dallo sludge/stoner al post-metal e al post-hardcore, e che riflette l’amore dei suoi fondatori per lo shoegaze (Blackwater Holylight, Slow Crush, Nothing) la world music ed il noise declinato in ogni sua forma.
In questo contesto, il festival è ancora un caso irripetibile nel mondo della musica popolare, tra lavori commissionati, ‘artists in residence’ e show dalle setlist esclusive, ed è senza dubbio il posto dove ogni appassionato può ascoltare la propria band preferita con una qualità audio eccellente, spaziando tra sette palchi sparsi per la deliziosa cittadina di Tilburg, usufruire di una zona merchandise ben fornita con magliette e vinili a circa 30 euro, alcuni banchi dedicati alle varie etichette discografiche presenti (Hummus Records, Pelagic, Svart, Exile On The Mainstream), e una sezione di vinili e CD “Live at Roadburn” in offerta speciale.
Ottima anche l’offerta alimentare, con gli spettatori (e la cittadinanza; ricordiamo infatti che solo i concerti necessitano del biglietto, il resto dell’area ha libero accesso) a poter scegliere all’interno di un’ampia gamma di street food.

Se la scelta di inserire alcuni DJ set alla fine della serata è comune a quasi tutti i festival moderni, ci siamo invece avvicinati con sospetto alla cosiddetta svolta hip-hop sbandierata dal programma; i concerti ci hanno dato ragione, perché, con l’esclusione dei Dälek (sdoganati in tempi non sospetti dalla Ipecac di Mike Patton), le esibizioni di Elucid, Billy Woods e DJ Haram (quest’ultima responsabile di un desolante concerto-karaoke alla fine del festival) non hanno impressionato gli spettatori, e abbiamo assistito ad un viavai continuo sotto il palco durante gli show.
In ogni caso, il cuore del pubblico stava altrove, quindi ecco a voi il report di quattro giorni di viaggio immersivo nella musica estrema, alla ricerca di vecchie e nuove forme di pesantezza (musicale, s’intende).
Nota a margine: la versatilità e grande ricchezza della proposta fa sì che ogni percorso all’interno del Roadburn sia strettamente legato ai gusti personali (e al mood del momento), quindi ovviamente, anche il nostro racconto segue questa filosofia, con invece diverse altre scelte possibili in termini di esibizioni contemporanee. 

GIOVEDI 16 APRILE

Tocca ai CRIPPLING ALCOHOLISM il compito di aprire il festival dal palco del Terminal, un saluto tanto post-punk, così come l’anno scorso era stato avant-rock per il concerto d’apertura degli Xiu Xiu.
Reduci dal buon successo del terzo album “Camgirl”, i bostoniani hanno acquisito visibilità nei festival metal internazionali, dal Brutal Assault al Rockstadt Extreme. Dal vivo la compagine appare meno feroce che su disco, con le influenze goth e new wave capaci di sovrastare i disturbanti arrangiamenti noise di cui spesso è capace. Il cantante Tony Castrati è il mattatore dello show: si fa strada tra tastiere e chitarre con un cantato che a tratti sfiora l’hip-hop, per poi lasciarsi andare nei ritornelli. In uno spettacolo capace di mescolare le melodie ispide degli Arab Strap, l’oscurità senza fine dei Joy Division e una capacità di comporre canzoni decisamente superiore alla media, il gruppo potrebbe probabilmente puntare alle più alte posizioni di classifica (“Ladies’ Night”), qualora decidesse di ripulire ulteriormente il proprio suono. Noi comunque rimaniamo ottimisti e speriamo di rimanere relativamente in pochi a goderci questo sporco segreto.
Gli SHEARLING invece sono un gruppo noise rock nato dalle ceneri degli altrettanto ostici Sprain, che trovano negli Swans di “The Seer” e “Leaving Meaning” la loro stella polare.
Sorretti da un muro sonoro ossessivo e angosciante, in cui trovano posto momenti di puro baccanale (notevole il lavoro alle chitarre di Sylvie Simmons), la band si muove attraverso tre lunghi brani (se così possiamo chiamarli), nei quali appare evidente la passione del gruppo per le jam d’improvvisazione.
Per lunghi tratti di concerto insostenibili (sia inteso come complimento), i quattro raggiungono il climax in “Amen”, una cantilena ieratica di cui Michael Gira sarebbe fiero.

ELUCID rappresenta la prima occasione per noi di incontrare il mondo hip-hop che quest’anno gli organizzatori hanno voluto introdurre. Una delle due metà degli Armand Hammer, si presenta sul Next Stage armato di solo PC e microfono e prova a intrattenere un pubblico, inizialmente nutrito e curioso, con i suoi pezzi solisti. Lo show, tuttavia, fa emergere immediatamente i limiti della proposta: una delle caratteristiche del Roadburn è infatti la qualità cristallina dei suoni, che mette in risalto la bravura (e, in alcuni casi, le incertezze) dei protagonisti.
Nel caso di Elucid, sono le basi a risultare più interessanti dei testi (fra l’altro declamati con qualche esitazione), così vederle lanciate da un laptop, come in un karaoke di provincia, fa una certa tristezza. Un po’ mesti, ci adeguiamo alla scelta di gran parte degli spettatori e, dopo una mezz’oretta, ci muoviamo verso il main stage.

Quando giungiamo sul palco principale, i PIGS PIGS PIGS PIGS PIGS PIGS PIGS hanno già imbracciato gli strumenti per il primo evento speciale della giornata: la riproposizione per intero dell’album “Death Hilarious”, il quinto della loro produzione.
La band di Newcastle è in gran forma, e al pari dei Chat Pile, mattatori della scorsa edizione del Roadburn, il gruppo fa perno sulla propria irruenza sonora, con il cantante Matthew Baty a riempire, con il suo tono roco, omaggi ai Motörhead (l’iniziale “Blockage”, quasi una outtake da “Ace of Spades”) e discese nello sludge più soffocante (“Detroit”).
In questo caleidoscopio sonoro trovano spazio tutte le anime del gruppo, compreso un ancheggiante glam rock (“Stitches”) e parecchia psichedelia (“The Wyrm”), a conferma di come “Death Hilarious” sia uno dei dischi migliori pubblicati lo scorso anno.
Gli svedesi FAUNA (nulla a che vedere con l’omonimo gruppo black metal) confermano il fascino che la world music esercita sugli organizzatori del festival. Il collettivo riesce a miscelare con sapienza melodie orientali (guidate da Alexandra Shahbo e Fauna Buvat, rispettivamente voce e flauto del gruppo), divagazioni space rock e suggestioni dance, con un approccio che può ricordare gli Altın Gün. Il risultato di questo impasto sonoro è una celebrazione esuberante e spensierata della giovinezza, brani che partono in sordina per esplodere in danze sfrenate, in una sorta di versione musicale del film “Mektoub, My Love: Canto Uno” di Abdellatif Kechiche. Beata gioventù.

È una sorta di consacrazione, invece, quella dei tortonesi UFOMAMMUT, che tornano al Roadburn in veste di musicisti e fondatori della Malleus, di cui tutti abbiamo ammirato almeno una volta nella vita un poster e le cui opere più rappresentative sono esposte in un evento speciale del festival.
“Aion: The Eternal Coil”, questo il nome dello spettacolo presentato dal trio sul main stage, si muove lungo la linea (o il cerchio) della loro esistenza, recuperando frammenti del passato (“Stigma”, da “Idolum”, e la ripresa di “Eve”), con l’aggiunta di una versione di “Welcome to the Machine” dei Pink Floyd.
Il risultato è un viaggio affascinante nell’universo sonoro della band, che sfrutta al massimo le potenzialità del palco per incatenare gli spettatori in una sorta di malia. Al di là del successo meritato di questa performance, va inoltre sottolineato come gli Ufomammut rimangano l’ultimo legame del festival con le sue origini stoner doom.

I CULT OF LUNA non sono nuovi alla frequentazione del Roadburn e, in questa edizione, decidono di concedere al pubblico due set, il primo dei quali focalizzato sul loro repertorio più antico. È “Finland” (da “Somewhere Along the Highway”) ad aprire lo show, e colpisce quanto la band suonasse più cruda nei primi anni di carriera, con le urla strozzate di Johannes Persson a dominare un mélange di post-metal e post-rock capace di rendere palpabile la polvere delle macerie appena collassate sopra cui si muove il gruppo.
Nonostante tutti siano abituati agli show perfetti dei Cult Of Luna attuali, questo concerto asprigno è una piacevole sorpresa. Da segnalare, prima che la lunga e impeccabile versione di “Dark City, Dead Man” (vero e proprio anello di congiunzione tra i Cult of Luna del passato e quelli attuali) lasci il pubblico senza fiato con la sua coda epica, la presenza della feroce “The Receiver” (da “The Beyond”), mai proposta dal vivo fino a oggi.

Ci era già capitato di vedere gli UNSANE ( per chi scrive, all’Hellfest nel 2016), ma l’orario pomeridiano e l’atteggiamento distratto del pubblico sotto il tendone della Valley non avevano aiutato una band che vive la musica con un approccio diretto e oltranzista.
Rivolgendosi al pubblico che gremisce ogni spazio sotto il Next Stage, Chris Spencer afferma, ridendo, che non avevano mai eseguito “Occupational Hazard” per intero, nemmeno durante la sua registrazione. Non si direbbe, perché il muro sonoro costruito dal trio lascia quasi senza fiato, con l’impressione di trovarsi di fronte a uno spettacolo morboso, da cui tuttavia è impossibile distogliere lo sguardo.
Noise rock anni ’90 urlato in faccia allo spettatore inerme: il piegarsi delle lamiere di un treno fuori controllo. Gli Unsane sfruttano la medesima crudeltà dei Godflesh, rifiutandosi di disumanizzarla con artifici elettronici e, proprio per questo, rendendola ancora più reale.
Nota a margine: nutriamo un rispetto enorme per la coppia che decide di dichiararsi eterno amore baciandosi appassionatamente durante il concerto, mentre tutto il mondo intorno a lei crolla con clangore di lamiere.

VENERDI 17 APRILE

Gli YELLOW EYES salgono sul palco dell’Engine Room nel primissimo pomeriggio, per presentare una scaletta in gran parte tratta dall’ultimo album “Confusion Gate”, molto apprezzato anche da queste part.
Sul palco, la band predilige un mood malinconico e sottilmente melodico, sin dall’iniziale “Brush the Frozen Horse”, che immerge il pubblico in un senso di desolazione tipico del del black metal atmosferico a cui tuttavia si aggiunge l’amore della band per la psichedelia acida e gli interludi folk.
Un buon concerto, chiuso da “When Jackie’s Lamps Have Showed” cantata dal batterista Mike Rekevics, in una performance che ci ha ricordato Midnight Odissey ed i suoi esperimenti “Biolume”.

Ai TEARDRINKER e alla cantautrice olandese KIM HOORWEG (già leader dei Vulva) tocca il compito di presentare il primo lavoro commissionato dal festival per questa edizione. “I Hope This Hurt” è una riflessione a ciglio asciutto sul corpo della donna e sulla sua condizione di vittima in una società patriarcale, che parte da casi di cronaca e si chiude con il conforto necessario delle parole di chi ci ha preceduto.
“Ricordatevi sulle spalle di chi siamo” è una delle frasi chiave del progetto, che alterna post-metal di impronta classica (si percepiscono le influenze dei Tool per l’incedere dei riff e dei Cult of Luna per le derive emozionali) a recitativi e ritornelli dalle melodie struggenti, in un’esecuzione che, per chi scrive, non può che far pensare ai migliori Obscure Sphinx. Uno spettacolo duro, scritto con cura, capace di coinvolgere e commuovere. Aspettiamo con trepidazione la versione in studio.

Con la collaborazione tra i belgi WIEGEDOOD e il quartetto di fiati BL!NDMAN ci sentiamo come Alberto Sordi in “Dove vai in vacanza?”, quando viene costretto a partecipare con la moglie a un concerto di musica contemporanea.
Smessi i panni di feroce animale black metal, il trio di Ghent si sforza di elaborare il proprio concetto di minimalismo, limitandosi nella maggior parte dei casi ad alternarsi sul palco con i sax dei collaboratori per settanta minuti francamente noiosi, senza dare realmente l’impressione di voler creare una crasi dei due stili.
Il pubblico reagisce in modo scomposto: si entusiasma solo nei (rari) momenti in cui il ritmo si accende, oppure si gode le brevi melodie agresti che aprono il secondo e il terzo movimento dell’opera. Nella maggior parte del tempo ci si chiede quando smetteranno di accordare gli strumenti per iniziare a suonare. Un’occasione persa.

Capita a tutti di sbagliare un concerto: gli AGRICULTURE non sono stati i primi né saranno gli ultimi a inciampare in una giornata storta.
Fatto sta che la band di Los Angeles questa sera si perde nella vastità del main stage e mostra solo a brevi tratti le qualità che ci hanno fatto amare un album di black metal imbastardito da noise e shoegaze come “The Spiritual Sound” (qui riproposto per intero), perdendo più volte il filo tra tempi morti, esecuzioni non ottimali e scarso interplay tra i musicisti, salvandosi solo nella resa melodrammatica di “Bodhidharma”.
Come abbiamo già premesso, ‘shit happens’, e il gruppo, conscio dello show deludente, si rifarà un paio di giorni dopo con un concerto a sorpresa nello Skate Hall. Vorremmo riflettere, tuttavia, di come spesso sia l’hype a sovraccaricare eccessivamente di aspettative band promettenti che avrebbero bisogno di crescere con maggiore pazienza, trascinandole in contesti che non hanno ancora imparato a gestire in sicurezza.

Giunti a questo punto, ci sentiamo di fare un endorsement verso gli SLOW CRUSH, invitati per ben due set, il primo dei quali dedicato alla rilettura del debutto “Aurora”, che è fondamentalmente un omaggio allo shoegaze inglese più romantico, a cui la voce diafana della bassista Isa Holliday dona un tono sognante, figlio dei My Bloody Valentine e soprattutto dei Ride, il cui pensiero ricorre più volte (“Drift”, “Shallow Bright”), man mano che la scaletta prosegue.
Il repertorio non è, come avrete capito, particolarmente originale, ma le canzoni sono solide, orecchiabili e suonate con convinzione dalla compagine belga; dopo un paio di concerti deludenti, il loro show ci concede il tempo di riprenderci e rientrare nel mood migliore.

Il secondo concerto dei CULT OF LUNA è dedicato alla loro produzione più recente, ed è quanto di più vicino a un concerto tradizionale della band a cui si possa assistere in questi anni nei loro tour, a partire da “Cold Burn”, magniloquente avvio di “The Long North Road”, per poi proseguire con l’ancora inedito “Shadow of Your Shadow”, e con estratti da “Vertical” (“The One”) e” Dawn to Fear” (“The Silent Man”).
Il gruppo ha raggiunto, su questo repertorio, una precisione da orchestra da camera ed è uno show straordinario (come sempre) quello degli svedesi, dove emerge il ruolo chiave di Anders Teglund alle tastiere, capace di dirigere il suono e deviarlo verso melodia o irruenza come riesce a Noah Landis nei Neurosis.
Uno dei migliori concerti della giornata, ma (a sorpresa) non il migliore, visto che poco dopo tocca ai NOTHING sul medesimo palco a presentare il nuovo (e splendido) album “A Short History of Decay”, con una scaletta rimaneggiata per l’occasione.
Il gruppo riversa sul pubblico un wall of sound costituito da sognanti melodie shoegaze, divagazioni psichedeliche (“Toothless Coal”, degno erede dei Primal Scream di “The Vanishing Point”) e tentazioni acid house (“Cannibal World”), senza alcuna tregua, coadiuvato da video rubati a film erotici giapponesi, reportage di rivolte carcerarie e omaggi al cinema anni ’90.
Dal vivo la band  conferma le ottime impressioni suscitate su disco: si tratta di un collettivo capace di scrivere e riproporre canzoni che, in un mondo perfetto, sarebbero già in classifica, a partire da quella madeleine agrodolce intitolata “Never Come Never Morning” ed il suo refrain struggente.

 

SABATO 18 APRILE

Le BLACKWATER HOLYLIGHT rappresentano idealmente il ponte di congiunzione tra lo shoegaze più tradizionale e il doom, evitando però le eccessive dilatazioni di cui erano capaci i Windhand.
Partendo dalla materia di cui sono fatti i My Bloody Valentine, Sunny Faris e le sue sodali declinano il suono arricchendolo di suggestioni grunge (“How Will You Feel”, vicina al repertorio delle Throwing Muses), riportando alla mente gli Smashing Pumpkins (ma quelli buoni) con “Bodies”, oppure addentrandosi in territori più lenti e oscuri (“Heavy, Why?”) lungo una scaletta che segue fedelmente l’ultimo album “Not Here Not Gone”.
A tratti sognanti, a tratti decisamente più ruvide, le tre sembrano aver imparato dagli esperimenti dreamgaze compiuti da Justin Broadrick nei Jesu, lavorando con maggiore cura sulla struttura delle canzoni.

Il caso dell’artista cinese OTAY:ONII (ex leader delle Elizabeth Colour Wheel) è paradigmatico per definire le differenze tra il Roadburn e qualsiasi altro festival. Approdata nel 2025 a Tilburg, è stata letteralmente adottata dai curatori come Artist in Residence per i tre anni successivi, attraverso una serie di spettacoli mirati con cui il pubblico avrebbe potuto seguire la sua crescita artistica.
“Moonstruck Old Tales” (con tanto di libretto dell’opera) rappresenta il secondo capitolo della sua maturazione come performer e la vede a capo di una band industrial metal per presentare brani inediti e rielaborazioni di favole e canti tradizionali cinesi, attraverso un suono irruento figlio dei Nine Inch Nails, del Marilyn Manson di “Antichrist Superstar” e dei Garbage più ruvidi, che si concede di tanto in tanto a divagazioni noise.
Otay:Onii è una performer capace, dotata di una voce acuta e potente in grado di donare forza a un esercizio di stile che altrimenti risulterebbe (sebbene deliziosamente) fuori moda. Aspettiamo con curiosità il traguardo del suo percorso a Tilburg.

Affrontiamo i PRIMITIVE MAN con timore nel primo dei due show a loro dedicati, e la nostra paura è ben giustificata: lo sludge doom proposto su disco dalla band di Denver è, al netto dell’inspiegabile hype che li circonda, sufficientemente oltranzista da risultare indigeribile ai più.
Certo, non stiamo parlando di un approccio orgogliosamente ottuso alla Blasphemy, anzi, il gruppo agisce con intelligenza sul palco del Terminal, ponendo più attenzione alle divagazioni psichedeliche che sfumano il granitico andamento di ogni brano, e le melodie che trovano un pertugio dall’ammasso di macerie musicali prodotte sul palco riescono a raggiungere il pubblico senza (quasi) atterrirlo. Rozze ma efficaci i visual sgranati, che fanno sembrare i musicisti i demoni di “Poltergeist” fuggiti da un televisore guasto.

Sin da quando suonavano musica ben più rumorosa ed ostica, i BORIS conoscevano bene i luoghi comuni del rock e sapevano abitarli, cosi il loro rituale odierno è  una celebrazione solenne che al tempo stesso svela ironicamente ogni trucco (il rumore crepitante dei plug accesi poco prima del concerto, il gong usato in modo grottesco da Atsuo Mizuno) e lascia affiorare l’amore per la jam che fu di Cream e Led Zeppelin, il passo pachidermico dei Melvins, l’urgenza del punk, la dilatazione lisergica dell’acid rock, in un cambio d’atmosfera mai brusco, anzi, eseguito con un’inspiegabile naturalezza.
La scaletta predilige inizialmente i brani  immediati, per poi prendere per mano lo spettatore in un’odissea sludge che ripercorre i giorni della composizione di “Pink”, uno dei loro album più importanti. Quarant’anni di carriera, per musicisti che non dovrebbero dimostrare nulla, ma che vivono ancora per divertire chi hanno davanti, sotto il palco.

Gli OATHBREAKER sono stati annoverati per un breve periodo tra le più interessanti promesse del post-hardcore europeo, prima di finire inglobati nella Church of Ra e poi scomparire dai radar per quasi dieci anni. Questo show è un doveroso omaggio alla loro musica e soprattutto all’album “Rheia”, che la setlist ripercorre in ordine filologico.
Le reunion e i ritorni di questo tipo ci ispirano sempre diffidenza, soprattutto per l’incertezza sulla forma in cui ritroveremo i musicisti che abbiamo lasciato anni prima e di cui conserviamo un ottimo ricordo.
Eppure il quartetto appare in gran forma (i componenti hanno continuato a suonare live con Wiegedood e Amenra), mentre Caro Tanghe dimostra di aver addirittura affinato la duttilità della propria voce, arricchendo di sfumature un disco difficile da comprendere al primo ascolto, pieno di ramificazioni noise, improvvise esplosioni post-metal e influenze cantautorali (a noi è parso di ascoltare, nei momenti di quiete, persino il songwriting di Tori Amos). Alla fine, un’ovazione meritata.

Gli INDUSTRY rappresentano la sorpresa della giornata: il quartetto con base a Berlino offre uno show d’altri tempi, che trova nei Killing Joke e nell’anarco-punk dei Crass i propri nomi tutelari, in una scaletta dove si alternano brani aggressivi e orecchiabili al tempo stesso, capaci di essere memorizzati al primo ascolto grazie all’uso dei ritornelli a mo’ di slogan.
Durante lo show abbiamo contato almeno un paio di potenziali singoli e, se volessimo azzardare un termine di paragone adeguato, parleremmo dei CCCP appena tornati in Emilia. Certo, non siamo più nel 1982, eppure in questi tempi incerti non sembra peccato sognare un piano quinquennale e la stabilità.

Il nostro terzo giorno al Roadburn si chiude con il concerto degli SLIFT , trio che decide di autolimitarsi, nella vastità del palco principale, occupando una minuscola porzione di spazio in cui sezione ritmica e voce sembrano darsi coraggio a vicenda.
A metà tra stoner e psichedelia e e trascinata dalla voce graffiata di Jean Fossat, i tre offrono uno spettacolo che contribuisce a diluire le emozioni della giornata, con brani che risentono dei numerosi ascolti anni ’70 dei musicisti, con una tendenza a creare collage di stili come sanno fare i i Motorpsycho più recenti.
Il concerto è piacevole, anche se causa la nostra stanchezza e l’ora tarda, risulta meno coinvolgente del previsto.

 

DOMENICA 19 APRILE

Ci piace pensare che i KRALLICE siano stati, per gli organizzatori, la scelta più ovvia nel momento di selezionare un gruppo black metal come Artist in Residence. La band (nata nel 2007 e con quattordici album all’attivo), che si presenta a noi nel terzo concerto previsto dal programma, è un gruppo capace di integrare in modo organico nel proprio background elementi krautrock alla Klaus Schulze, in linea con l’ultimo disco “Inorganic Rites”.
In questo contesto, non vorremmo offrire il fianco a equivoci: l’approccio dei Krallice non è quello dei Blood Incantation, dove la furia brutal death si acquieta per lasciare spazio a movimenti dal sapore prog. Qui il suono è compatto, le tastiere cosmiche si combinano alla perfezione con una struttura tradizionalmente black metal, generando un vortice sonoro diviso in lunghe suite.
Il riferimento stilistico più vicino potrebbe essere quello dei Wolves in the Throne Room di “Celestial Lineage”, ma, dovendo giocare al ‘what if’, ci piace pensare che i Krallice siano il risultato di ciò che sarebbe accaduto se Conrad Schnitzler (Tangerine Dream), dopo aver notato Euronymous accampato di fronte a casa sua, avesse deciso di diventare suo mentore anziché rifocillarlo con tè e biscottini e rispedirlo a casa con il breve strumentale “Silvester Anfang” da piazzare su “Deathcrush”.

Dopo esserci goduti l’intera scaletta di “Thirst”, nuovo album degli SLOW CRUSH più aggressivo e rock dei precedenti, ci posizioniamo vicino alle casse del main stage, dove gli INTER ARMA sono pronti a riprodurre per intero “The Cavern”, la composizione più complessa del gruppo e quella che lascia affiorare con maggiore evidenza l’anima progressive della band.
Non ci stancheremo mai di dirlo: la qualità sonora del Roadburn è impeccabile e spietata, capace di far emergere pregi tecnici e incertezze, e gli americani non hanno mai avuto un’occasione così ghiotta per rappresentare nella sua interezza quello che, all’uscita, era parso il risultato di anni di lavoro in studio e sul palco.
Divisa tra movimenti tradizionalmente post-metal e improvvise concessioni melodiche di stampo progressive, con una violinista integrata nell’organico per l’intero show, la composizione affascina la platea fino a far dimenticare a tutti che si tratta di un unico brano dalla durata di cinquanta minuti.
Poche ore prima, il gruppo era salito a sorpresa sul palco dello Skate Hall per riproporre (con una minore qualità sonora e una decisa tendenza al caos) anche “Sky Burial”. Instancabili.

Patrick Walker non è in gran forma: lo dice chiaramente prima di iniziare il concerto dei suoi WARNING; un’influenza lo tiene in ostaggio, come si può notare dalle incertezze vocali che qua e là emergono durante lo show.
Peccato, perché le due anticipazioni del nuovo “Rituals of Shame” (vent’anni dopo la pubblicazione di “Watching from a Distance”) mostrano una band ancora a proprio agio nella scrittura di brani romanticamente desolati (da brividi il singolo “Stations”, che unisce la desolazione doom alla sensibilità melodica dei 40Watt Sun), che si protraggono oltre i dieci minuti senza annoiare. Un’ora di concerto, cinque pezzi, un tono ieratico spezzato da qualche freddura inglese (“Maledizione, mancano ancora quindici minuti, ora cosa facciamo?”) prima di chiudere con una “Watching From a Distance” di infinita dolcezza.

Gli AK’CHMAEL sono texani, ma si presentano in costumi che (a loro dire) vorrebbero ricordare la zona sahariana da cui sembrano prendere anche parte della loro ispirazione musicale.
Ad essere sinceri, il trio suona southern rock psichedelico e melodico, in cui le svisate tribali si limitano ad affiorare negli incipit o in coda a ogni brano. Musica piacevole, nella media interessante, ma interessante come quella suonata da centinaia di gruppi che nemmeno devono usare travestimenti per attrarre l’attenzione. Molto meglio i K-X-P, gruppo rock elettronico finlandese capitanato da Timo Kaukolampi (Op:l Bastards), a cui è affidato il compito di chiudere il bill del main stage con una lunga suite dai sapori krautrock, satura di scansioni ritmiche alla Kraftwerk e fascinazioni cosmiche, in un finale affascinante e lisergico che segue (sia pure in forma meno danzereccia) quello della scorsa edizione affidato agli Haunted Plasma.

In definitiva, ci teniamo a ribadire come il Roadburn sia ancora un festival metal/hardcore e che proprio in questo campo mostra di avere intuito e talento nel trovare proposte innovative e artisti validi; un festival capace di distinguersi dal resto delle proposte europee per le sue iniziative peculiari (che a uno sguardo distratto potrebbero sembrare scelte snob), come i lavori commissionati o gli show speciali dedicati alla riproposizione di un solo disco.
Gli organizzatori inciampano solo quando, nella foga di voler sembrare aperti a ogni tipo di musica, si addentrano in territori che non conoscono a sufficienza per compiere scelte adeguate, come testimoniano le proposte hip-hop infilate nel programma di quest’anno. In questo senso, il ritorno alla formula che prevedeva un curatore annuale potrebbe risolvere le piccole criticità di un evento che, per molti artisti, rimane il palco dove esibirsi nelle migliori condizioni possibili e, al tempo stesso, il banco di prova più arduo.

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