Report di Federico Orano
Fotografie di Studio Buenas dalla pagina facebook ufficiale del festival
In Italia mancano i grandi festival estivi: si tratta di un dato di fatto e c’è poco da discutere; ma per quanto riguarda invece i medi e piccoli eventi, anche diluiti su più giorni, che ci accompagnano durante il periodo più caldo dell’anno da diverso tempo a questa parte, beh, non ci si può certo lamentare!
Solamente nel Nord Italia potremmo citare – e sicuramente stiamo dimenticando qualcosa – appuntamenti ormai consolidati e luoghi sicuri dove poter passare e trascorrere dei momenti piacevoli all’insegna della musica che più ci piace, come il Luppolo In Rock, il Metal For Emergency, il Rock In Somma, il Padova Metal Fest e tanti altri.
Da qualche anno si è aggiunto anche questo Rock Camp di Trieste, un appuntamento di tre giorni che vuole creare l’atmosfera perfetta che ogni amante dell’heavy metal e dell’hard rock vorrebbe trovare in queste occasioni. Ad organizzarlo è una associazione del territorio composta da veri appassionati di questa musica, che cerca di dare del proprio meglio per far sì che tutta l’atmosfera sia piacevole e altamente vivibile.
Quello che abbiamo trovato al secondo giorno dell’edizione di quest’anno, ha dimostrato che il Rock Camp possiede delle grandi potenzialità per un futuro in crescita, supportato da una buona base di appassionati della zona ma anche da qualche ascoltatore giunto da più distante (la Slovenia è davvero a due passi, ma abbiamo conosciuto anche qualche metallaro arrivato da Germania e Olanda).
Il festival può vantare una location molto rilassante, situata all’interno di un’area boschiva nella zona del Carso, distante poco più di qualche chilometro da Trieste e proprio a due passi dalla Slovenia, attorno alla quale si possono trovare anche agriturismi dove trascorrere ottime giornate mangiando del buon cibo o pernottare senza spendere troppo.
Anche quest’anno il festival si è sviluppato su tre giornate, tutte molto intense, con musica che è iniziata presto – sabato e domenica subito dopo pranzo – per accompagnare gli appassionati fino a tarda serata.
La prima, quella di venerdì 5 settembre, dedicata a sonorità maggiormente hard rock, dove primeggiavano nella locandina gli svedesi Cruel Intention (band che poi da Trieste si è mossa per un altro paio di date italiane, prima a Milano e poi a Roma), assieme agli ormai veterani SuperHorror e si è concluso con la una serata finale, quella di domenica 7 Settembre, dove a chiudere l’evento sono stati chiamati i Moonchild (una delle cover band più esplosive degli Iron Maiden, capaci di ricreare uno spettacolo di assoluto livello dal vivo), ma senza dimenticare gli It’s A Lie, spinti dalla voce di Giorgia Colleluori, e di altre band interessanti.
Purtroppo siamo riusciti a presenziare solamente al secondo giorno, quello che viveva di sonorità, in un certo senso, maggiormente classiche con i DGM, la super power-prog metal band di Roma, gli storici bolognosi Danger Zone, con il loro hard rock melodico e come l’AOR più ruffiano e di qualità dei Wheels Of Fire.
Ma ciò che più ci ha colpito del Rock Camp è la professionalità di un evento che ha potuto contare su un buon palco con degli ottimi suoni, sempre notevoli durante tutta la giornata, ed il buon servizio di beverage e cibarie, che grazie anche al lavoro dei volontari, è stato molto fluido e con prezzi onesti – la classica birra a cinque euro ormai è veramente difficile da trovare in giro – ed una buona varietà di cibo (da segnalare è l’ottimo piatto di cerapcici che non può mancare in un evento in queste zone).
Certo, i margini di miglioramento per questo evento (con ingresso a 10 euro a giornata o a 20 per l’intero weekend) ci sono; ad esempio, magari un qualche stand di dischi, o magari l’apertura a stili e sonorità più estreme.
Purtroppo non siamo riusciti a vedere all’opera le primissime band con i SILENCE DESTROYERS, giovanissimi ragazzi della zona di Gorizia/Trieste ancora sbarbati e senza patente (ben distanti dall’essere maggiorenni!), ma con tanta voglia di suonare hard rock. Sempre dalle zone limitrofe anche gli EQUATION ERROR con il loro ‘prog matematico’ mentre assistiamo solamente agli ultimi pezzi dei possenti TO THE MAX!, arrivati da Verona per colpire con il loro heavy metal ricco di energia.
Alle 17 tocca ai FINAL STAGE, che partono con molta carica e forse con anche un pizzico di emozione: la band viene dalle zone del veneziano, è molto giovane ma ha del potenziale.
E’ già stata protagonista di alcune date in giro per l’Europa supportando gli Eleine e ha un disco di debutto pronto, la cui pubblicazione è imminente. La brava cantante Giorgia Romanin dimostra di saper già gestire una situazione live e anche se il pubblico è ancora timido, più di qualche decina di persone si avvicina al palco per ascoltare la proposta musicale della band.
Si tratta di un mix di gothic metal con sonorità moderne ed una base piuttosto heavy, quindi va un po’ a cavalcare un sound proposto molte volte negli ultimi anni, ma che il gruppo, nonostante la giovane età, riesce a maneggiare con classe, inserendo qualche sfumatura abbastanza personale che rende il tutto molto fruibile.
Ne sentiremo parlare ancora, visto che già ora il gruppo si dimostra organizzato, ha tanta passione ma anche un’ottima preparazione, rivelandosi musicisti validi che sanno già muoversi bene sul palco ed in grado di creare una buona connessione con il pubblico.
Dopo di loro tocca agli INNER VITRIOL, band che abbiamo visto all’opera di recente a Venezia. Qui in un contesto più classico (in quell’occasione si suonava in una zattera galleggiante con un piccolo palco), il gruppo dà il meglio di sé, con una tecnica formidabile ed una coesione tra i musicisti che probabilmente cresce passo dopo passo.
Il loro progressive metal è elaborato ma sa anche appassionare con aperture melodiche intense: il potenziale di questo gruppo è enorme perché il livello tecnico di tutti i musicisti è elevatissimo; ora che possono anche affidarsi ad una voce eclettica e veramente splendida come quella del cantante Gabriele Gozzi, poi, per il gruppo bolognese ci sono veramente pochi limiti.
I Nostri mostrano i muscoli sui riff penetranti suonati da Michele Di Lauro su “Slowly She Dies” con le sue atmosfere ricche di pathos, non fanno mancare l’ormai sempre presente “Impressioni Di Settembre”, brano rivisto della PFM, e nonostante qualche problemino con gli in-ear monitor da parte del batterista Michele Panepinto, tutto è filato liscio fino alla conclusione.
Se tutto rimarrà stabile così com’è, siamo sicuri che nel prossimo futuro gli Inner Vitriol potranno togliersi grandi soddisfazioni e noi non vediamo l’ora di scoprire i prossimi passi della band bolognese.
I WHEELS OF FIRE sono una di quelle band che sta cercando di portare avanti il melodic rock e l’AOR in Italia nel migliore dei modi. E visto che l’ultimo disco, intitolato “All In”, uscito l’anno scorso, è stato sicuramente una delle migliori release a tutto tondo, anche considerando probabilmente l’intera scena mondiale riguardo queste sonorità, possiamo dire che ci stanno riuscendo!
Probabilmente a volte si sottovaluta un po’ l’impatto dal vivo di queste band che puntano molto sulla melodia; in realtà i Wheels Of Fire hanno dimostrato di possedere un gran talento, di essere degli ottimi musicisti, di poter vantare un sound veramente pulito che in sede live aggiunge un pizzico di potenza. E poi hanno una preparazione davvero elevata, con il bassista che è sempre molto carico e dona all’esibizione tanta energia insieme alla voce, veramente notevole. Possiamo infatti affermare che in questa giornata, dove si sono alternati alcuni cantanti di altissimo livello della scena italiana, Rox Barbieri non è stato per niente da meno rispetto ai suoi colleghi e la sua prestazione è stata veramente sopra le righe.
Tanti i brani presi dall’ultimo disco che hanno avuto un grande effetto, facendo cantare i presenti: “Under Your Spell” ha un incedere irresistibile, “End Of Time” non è da meno con le sue tastiere poderose e la più festaiola e spensierata “Neverland” si presta proprio per essere suonata dal vivo.
Uno show, quello dei Wheels Of Fire, che promuoviamo a pieni voti e speriamo di rivederli molto presto!
I DANGER ZONE sono arrivati belli carichi, anche loro rivitalizzati dal recente disco “Shut Up!”, un lavoro uscito solamente un annetto fa: un album un po’ più ruvido rispetto al passato, ma che non dimentica la melodia. E quest’oggi la band bolognese si concentra sulle ultime produzioni, senza andare a pescare dal proprio passato e da quegli anni Ottanta dove furono tra le poche band italiane capaci di farsi riconoscere.
Una performance solida, la loro, anche se forse la prestazione vocale di Giacomo Gigantelli non è stata al top delle sue possibilità, ma ciò non ha influito troppo sulla buona riuscita dello show.
La band ha tirato dritto, con un sound carico e abbastanza ruvido, meno patinato dei Wheels Of Fire e certamente più roccioso: i Nostri puntano magari meno su ritornelli ipermelodici ma sanno badare al sodo; in questi casi l’esperienza è un’amica veramente importante e poter contare su brani dal buon impatto live aiuta non poco.
Pezzi come “I Like It”, scoppiettante opener dell’ultimo lavoro e la più rocciosa “I Don’t Care”, con la chitarra di Roberto Priori che conduce le danze, sono perfette per caricare l’audience. A rompere il ghiaccio ci pensa però la robusta “Turn It Up”, pescata da “Closer to Heaven” album del 2016, per passare presto alla patinata di “Half A Chance”, dal tocco più melodico ed ottantiano – presa da “Undying” del 2012 – che fa subito breccia tra i presenti con il suo coro diretto. Poche pause ed un bel concentrato di melodic hard rock per un’oretta di buona musica che si conclude con la frizzante “Brewaway” e infine con l’accattivante “T’night”.
E’ chiaro che la maggior parte dei presenti erano qui soprattutto per il DGM, la band di origini romane che ha sempre appassionato i fan del power-prog con dischi di assoluto valore, non ultimo proprio “Endless”, lavoro riconosciuto un po’ da tutti come una delle migliori produzioni a trecentosessanta gradi uscite lo scorso anno; ciò anche – se non soprattutto – grazie ad una virata prog-rock che ha sorpreso tutti. Ritrovarli dal vivo è stata una occasione da non perdere; qualche mese fa qualche problema fisico per Marco Basile, gran voce della band, ha costretto i DGM a rinviare alcune date (che verranno recuperate a breve!) e anche per la formazione italiana la voglia di portare sul palco i nuovi pezzi sembra essere tanta.
La partenza affidata alle note eleganti di “The Secret (Part I)” è meravigliosa, con quel bridge piano-voce da brividi. I suoni sono buoni e la sessione ritmica – con la storica coppia formata da Andrea Arcangeli (basso) e Fabio Costantino (batteria) – è precisa e straborda di energia.
“To The Core” esplode con le sue note virtuose di chitarra, ed i riff scoppiettanti suonati da Simone Mularoni alle sei corde continuano con “Surrender”, una delle composizioni migliori di “Tragic Separation”, disco del 2020. Il suo ritornello arioso tocca note alte che Mark riesce a domare con disinvoltura, il pubblico un po’ meno.
A sorpresa ecco arrivare la magica “Repay”, elegante semi-ballata dedicata all’organizzazione dell’evento (in particolare a Max, vero motore della scena triestina): è pelle d’oca sulle note delicate cantante da Basile.
Ecco che finalmente viene esplorato il nuovo album dove il protagonista indiscusso, bisogna dirlo, diventa Emanuele Casali: egli si dimostra ancora una volta un gran tastierista, che durante alcuni dei nuovi brani prende in mano il flauto per arricchire questo nuovo sound forgiato dalla band aprendosi a sonorità settantiane alla Jethro Tull, senza perdere ovviamente il proprio marchio di fabbrica. Ecco quindi la favolosa ed elegante “Solitude”, perfetto esempio di quanto scritto.
“The Great Unknown” è splendida, con il suo incedere fino ad un sognante assolo di chitarra di Simone. “Unravel The Sorrow” continua lo spettacolo con melodie limpide e celestiali tutte da cantare, supportate da partiture strumentali esaltanti e complesse.
L’accoppiata finale è formata da “Ghosts Of Insanity” e dalla massiccia “Reason”, due pezzi possenti e ricchi di pathos che sono immancabili in ogni live show della band.
I DGM si sono rivelati carichi ed orgogliosi di riportare on stage la propria musica dal vivo, e non vediamo l’ora di poter rivivere le stesse emozioni avvertite al Rock Camp nelle prossime date live di Mularoni e soci.
Setlist DGM
The Secret (Part I)
To The Core
Surrender
Repay
The Great Unknown
Solitude
Final Call
Unravel The Sorrow
Ghosts Of Insanity
Reason
Una vera chicca quella che ha chiuso la serata del sabato al Rock Camp 2025. Una sorpresa che non ci saremmo aspettati noi e neppure probabilmente gli organizzatori.
I RAKINUA sono una folk band austriaca al proprio debutto live: parte della formazione proviene da una zona dove sono stati scoperti dei resti antichi riconducibili alla civiltà etrusca; così, i Nostri hanno così pensato di creare una storia ambientata in quel periodo storico.
Rakinua è un’esperienza unica di racconti ancestrali, suoni e mistero, una storia nata tremila anni fa tra le Alpi e che s’ispira ad antichi siti sacrificali. Il disco di debutto è già stato registrato e vedrà la luce nei prossimi mesi e la band, composta da membri di Serenity, Perchta, Sinheresy e Uttern, è carica nel debuttare dal vivo e dimostra di essere capace di mettere in piedi uno spettacolo altamente coinvolgente, tra abiti antichi e l’utlizzo di strumenti come l’arpa ed i tamburi.
Ne esce uno spettacolo davvero fenomenale, un tuffo in un mondo antico e fiabesco, cupo e pagano dove sacri rituali si mescolano a visioni soprannaturali attraverso la musica: una voce femminile viene supportata da qualche passaggio in growl, alcuni cori e brani strutturati con molti elementi diversi tra loro come parti narrate, passaggi acustici, percussioni, momenti aggressivi ed in generale melodie di stampo gotico.
Sonorità che probabilmente trovano la loro collocazione perfetta proprio dal vivo grazie alla splendida rappresentazione, ma che non vediamo l’ora di ascoltare anche su disco. I Rakinua hanno lavorato tanto per portare uno spettacolo così coinvolgente, e noi ci siamo segnati il loro nome in agenda.





