Report di Andrea Intacchi, Dario Onofrio, Luca Pessina, Roberto Guerra, Sara Sostini, Simone Vavalà
Introduzione di Sara Sostini
Foto di Enrico Dal Boni, Simona Luchini

Rock The Castle 2022 – Simone Di Luca per Vertigo
Avete presente quella sensazione di indefinita, dolceamara malinconia che di solito accompagna i faticosi risvegli dopo giornate dense? Ecco, noi ci siamo svegliati così, dopo tre giorni di festival: esausti, abbrustoliti dal sole ma con il sorriso stanco di chi è tornato a vivere la nostra musica preferita nella dimensione ideale, quella dei concerti dal vivo. La terza edizione del Rock The Castle, rimandata per due anni a causa della pandemia, è stata una delle grandi occasioni estive per testare nuovamente la dimensione dei concerti all’aperto con le cautele sanitarie non più così pesanti.
La location del Castello Scaligero di Villafranca di Verona è stata ancora una volta la cornice suggestiva per i tre giorni di un festival bollente – per proposte musicali e soprattutto temperature – non perfetto ma perfezionabile dal punto di vista organizzativo e logistico: se, oltre alla rinnovata presenza di acqua gratuita, il buon numero di bagni, una più agile gestione delle casse al bar sono state migliorie apprezzate, sicuramente qualche attenzione ulteriore per il pubblico, in futuro, siamo sicuri renderanno l’esperienza migliore per tutti. L’assenza di zone d’ombra e il sole cocente hanno reso difficile e sofferta la partecipazione ai concerti almeno fino al tardo pomeriggio, ed anche la possibilità di uscire e rientrare, unita ai prezzi proibitivi per cibo e bevande (nonostante la discreta varietà delle proposte), hanno creato qualche difficoltà ad una buona parte del pubblico. Sicuramente due anni critici come quelli appena passati, l’incremento dei costi delle materie prime e una situazione tutt’ora incerta anche nel futuro più prossimo devono aver pesato in alcune scelte organizzative, ma basterebbero un paio di accorgimenti in più (gli ombrelloni che erano presenti alla scorsa edizione o tensostrutture a lato dell’area concerti, oppure braccialetti per la libera circolazione, vista anche la presenza di zone d’ombra e di stand gastronomici decisamente più ‘popolari’ nelle immediate vicinanze del castello) per rendere il Rock The Castle una buona alternativa italiana ad altri open air europei di medie dimensioni e integrarla nel territorio circostante in un bel circolo virtuoso.
Eppure lo sappiamo: caldo e qualche difficoltà non sono in grado di fermare la dedizione con cui i metallari supportano la propria musica del cuore, ed infatti in molti si sono presentati sin dall’apertura per sostenere con calore (passateci il gioco di parole) le band sul palco, dimostrando ancora una volta quanto amore e dedizione facciano passare in secondo piano tutto il resto. Prima di lasciarvi al racconto di questi tre giorni intensi, volevamo ringraziare quanti tra voi si sono fermati al nostro stand: che sia stato per ricaricare il telefono e prendere della crema solare (servizi gratuiti che sono stati apprezzati e che riproporremo in futuro), partecipare ai meet & greet (le cui foto sono disponibili, insieme a quelle del pubblico, sulla nostra pagina Facebook) o fare due chiacchiere, è stato bellissimo ritrovarvi di persona!
VENERDÌ 24 GIUGNO
SADIST
Il Rock The Castle 2022 si apre ufficialmente con i Sadist, fuori da poco con il nuovo album “Firescorched”. A un fan di vecchia data, la posizione di opener della giornata potrebbe far storcere un po’ il naso, ma va forse considerato il contesto, non prettamente estremo, in cui oggi il gruppo si esibisce: la band ligure è evidentemente qui per suonare davanti a un pubblico che ha ancora poca familiarità con la sua proposta, per guadagnare nuovi fan e per testare le canzoni del nuovo e fortunato album anche su un palco di grandi dimensioni. Un frontman come Trevor, del resto, sa come interagire con la platea e come entrare in sintonia anche con coloro che conoscono poco o nulla di quel progressive death metal per cui da decenni la formazione è nota. Assistiamo così ad una (breve) performance che sa tanto di funzionale biglietto da visita, con la nuova “Accabadora” posta in apertura e con una manciata di nuovi e vecchi classici a seguire. Ai fan della cosiddetta prima ora resta ovviamente in mente la sempre splendida “Tribe”, ma possiamo affermare che anche una “One Thousand Memories”, con il suo inconfondibile incedere percussivo, sia ormai entrata di diritto fra le hit del gruppo. Davanti a questi venticinque/trenta minuti di concerto, segnaliamo infine il buon affiatamento tra i membri storici Tommy e Trevor e la rinnovata sezione ritmica: risultano infatti assenti sia Romain Goulon che Jeroen Paul Thesseling, batterista e bassista che hanno impreziosito le trame di “Firescorched”. Al momento non conosciamo l’identità dei loro (temporanei?) sostituti, ma di certo si tratta di musicisti più che preparati che ben si calano nel contesto, mantenendo l’impatto dello show sui consueti standard Sadist. (Luca Pessina)
GRAND MAGUS
Dopo l’esibizione dei Sadist cominciamo a spostarci verso territori di cupo heavy metal battagliero, in tema con quello che accadrà più tardi, grazie ai Grand Magus. Nonostante qualche problemino tecnico alla chitarra di JB, gli svedesi mettono subito le cose in chiaro aprendo con “I Am the North”, traccia conclusiva del bellissimo “Iron Will”, uscito ormai ben quattordici anni fa! E c’è proprio da dirlo: nonostante invecchino, i Grand Magus sono quel vino buono che ci si dimentica di aver comprato finché non lo si stappa per caso scoprendo che nel frattempo è diventato una delizia. Una scaletta come sempre dedicata ai dischi dal 2008 in poi: si prosegue con “Sword Of The Oceans” e “Ravens Guide Our Way”, con le quali i nostri ci augurano un buon Midsommar (dalle loro parti è momento di grandi ferie), per poi andare nei territori di “Triumph and Power” con la mitica “Steel Versus Steel”, cantata e ben conosciuta da un pubblico, dobbiamo dire, molto partecipe. Dall’ultimo “Wolf God” viene estratta solamente la conclusiva “Untamed” (peccato, ci sarebbe piaciuto sentire la superacchiappona “He Sent Them All To Hel” o una “Brother Of The Storm”), mentre da “Iron Will” vengono come sempre pescate due delle migliori tracce: la title-track e la canzone d’apertura “Like The Oar Strikes The Water”. La conclusione logica per questo concerto non può che essere “Hammer of The North”, che porta al Castello Scaligero quella giusta dose di nuvoloni che servirà a raffreddare il torrido sole durante l’esibizione dei Death SS. Come sempre, il trio composto da Fox, JB e Ludwig non sbaglia un colpo, confezionando un ottimo antipasto per i gruppi successivi. Peccato per i problemi tecnici e come al solito, per i fan di più vecchia data, non aver fatto neanche una “Kingslayer”, ma chissà se qualche coraggioso cercherà mai di portare questa band in un bel tour da headliner in Italia: secondo noi se lo meriterebbero davvero! (Dario Onofrio)
DEATH SS
Arriva l’Orrore, si infittiscono (più o meno) le ombre: la comparsa sul palco di Steve Sylvester e soci è infatti accompagnata da un cielo corrugato, cupo e nuvoloso – un unicum provvidenziale nei tre giorni, capace di dare sollievo al pubblico accaldato e donare una sfumatura leggermente più atmosferica al gruppo toscano. Perchè c’è poco da fare: i Death SS hanno un rapporto di simbiosi mutualistica con l’oscurità, ed esibirsi alle cinque del pomeriggio non è proprio l’orario migliore per un sabba a base di sangue, occultismo, riti blasfemi, erotismo rètro e demonologia. Eppure, accompagnati da un ‘amaro Averno’ come scenografia e giganteschi crocifissi microfonati, i padrini diell’horror metal italiano danno fondo, fin dall’iniziale “Zombie”, alle proprie nere energie per lordare il Castello Scaligero di miasmatici effluvi. La carica della combo “Cursed Mama” e “Horrible Eyes” (entrambe da “Black Mass”) fa presa sugli astanti e sulle nuvole sopra il palco, perchè si alza un vento tagliente (spirato direttamente dal Cocito) a spazzare via nebbie e fiacchi fuochi d’artificio, lasciando che sia la potenza ipnotica e cadenzata dei pezzi a stregare davvero. Con “Baphomet” ed il proprio iconico ritornello la band ingrana ulteriormente, mostrando il duo Steve Sylvester-Freddy Delirio in forma, se non smagliante, quantomeno invidiabile. Sicuramente l’orario pomeridiano pesa nella resa di un concerto/spettacolo pensato per l’alcova accogliente della notte, ed anche la consueta comparsa di due performer – la cui nudità pressochè integrale e le pose apertamente lubriche fanno momentaneamente allontanare qualche genitore con figli piccoli al seguito e uggiolare la restante parte del pubblico – perde molto di quella carica erotica e voluttuosa che vorrebbe invece incarnare soprattutto “Zora”, unico estratto dal recente “X”, che pur mantenendo un discreto tiro dal vivo risulta un po’ sbiadito nell’omaggio visivo alla conturbante vampira. Per fortuna ci pensano pezzi da novanta come “Family Vault” (sorretta da un’ipnotica tastiera e dalla corposa linea di basso di Dimitri Corradini, già Whiskey Ritual e Distruzione) e l’inno “Kings Of Evil”, introdotta dall’inconfondibile, epico arpeggio, a corrodere animi e corde vocali, arrivando infine a portarci il sentore di zolfo e cimiteri che stavamo aspettando. Il tempo della chicca “Inquisitor” e poi sull’anthem “Heavy Demons” i Death SS si congedano dal Rock The Castle mentre qualche goccia di pioggia comincia a cadere: la messa (nera) è finita, andate col Diavolo. La prossima volta però in una notte senza luna, per compensare. (Sara Sostini)
VENOM
Nuvoloni neri all’orizzonte, pioggerella che inizia a solleticare la testa dei presenti, un tendone in modalità straccio sullo sfondo e un orco malefico dal crine bordeaux ad aizzare la folla a suon di corna alzate, col poprio digrignare diabolico. Cronos è sul palco, i Venom sono sul palco, per un tuffo nel passato più marcio. Pronti via, e il terzetto inglese lancia subito una bomba ad orologeria: è proprio Cronos a scandire più volte “Black Metal”, per la gioia dei fan, quasi sorpresi da un inizio così folgorante ma comunque reattivi a scatenare i primi poghi tra le file più adiacenti alle transenne (vortice umano che la security gestirà non sempre in maniera così ‘umana’). Pubblico gasato e pronto ad urlare insieme al bassista britannico; non altrettanto in forma invece sono, purtroppo, i suoni tanto che, al termine della giornata, i Venom saranno la band più penalizzata sotto questo punto di vista. La chitarra di Rage, infatti, appare sin dalle prime note difficilmente rintracciabile, lasciando quindi l’intero spazio alla sezione ritmica, con un Danny ‘Dantè’ Needham (un Nick McBrain più bello) assoluto protagonista nel pestare a dovere il proprio drumkit. Sulle ali del metallo nero, ecco servita “Bloodlust”, a proseguire l’incipit old-school, prima di aprire uno spazio del recente passato con un alcuni episodi dagli ultimi album “From The Very Depths” e “Storm The Gates”. Tuttavia, come sottolineato dallo stesso Cronos, è il passato che ha fatto la storia dei Venom e allora, dopo un cambio di strumentazione che mette la parola fine all’omogeneità tra il colore della capigliatura ed il basso utilizzato, è “Buried Alive” a far partire i cavalli di battaglia a firma “Welcome To Hell”, “Countess Bathory” ed ovviamente “Witching Hour”. Una seconda parte di set che acquista ulteriore sostegno da parte del pubblico e, fortunatamente, guadagna anche qualche punticino sul piano audio, valorizzando così il lavoro alle sei corde. Da parte sua Cronos tira dritto, mostrando il ghigno ai presenti in preparazione dell’ultimo colpo in canna. Ed è da libro “Cuore”, scorgere raggi di sole spuntare da dietro il palco mentre lo storico leader celebra l’intro di “In League With Satan”, inno ufficiale dei Venom, cantato in modalità-preghiera da parte della folla. Al termine dello show, Cronos batte le difficoltà acustiche tre a zero. Un’altra pagina di storia è stata scritta al Rock The Castle. Ed ora si cambia genere: dalla terra di Germania arrivano i Blind Guardian. (Andrea Intacchi)
BLIND GUARDIAN
Non lo nascondiamo: lasciando un attimo da parte le recenti (più o meno discutibili) derive orchestrali, i Blind Guardian sono uno di quei gruppi che non vediamo l’ora di tornare a vedere dal vivo ogni dannatissima volta. Sarà che per molti sono un perno fermo negli anni di crescita, sarà per la loro capacità di mettere in musica storie diventate immortali nell’immaginario comune, arricchendole con un heavy-power metal diventato paradigmatico, ma l’accoglienza riservata ai Bardi di Krefeld è tra le più calorose di questa prima giornata. D’altronde l’occasione è ghiotta, visto che in programma c’è l’esecuzione per intero di uno dei capolavori del gruppo, “Somewhere Far Beyond” (la cui copertina in formato gigante è l’unico abbellimento scenografico), di cui quest’anno ricorre il trentennale.
È però con il clamore di armi di “War Of Wrath” che i nostri si presentano sul palco, mentre non c’è una persona che non reciti con religioso fervore la litania di Morgoth in fuga; prevedibile, ma sempre ben accetta, la conseguente “Into The Storm” ci mostra una formazione carichissima, entusiasta di tornare a suonare live e piena di energia. La voce di Hansi Kürsch – una parziale incognita nel concerto – sembra rinvigorita e nelle parti più proibitive può contare sull’aiuto del pubblico, forse leggermente tramortito dal caldo ma comunque reattivo. Il tempo di scaldare ulteriormente gli animi con “Welcome To Dying” e si parte – con il cantante tedesco che ammette di dover ridurre la propria parlantina al minimo per non sforare coi tempi – verso un viaggio meraviglioso, capace di far breccia nei cuori più duri. “Time What Is Time” scioglie qualsiasi riserva: la coppia d’asce André Olbrich/Marcus Siepen è rodatissima nonostante gli anni comincino a farsi sentire, Frederik Ehmke dimostra di riuscire, anche stavolta, nel compito di sostituire Thomen Stauch (nella formazione originaria del disco) dietro le pelli, le tastiere di Mi Schüren non hanno sbavature e anche il nuovo acquisto al basso, Johan van Stratum, porta una buona carica di energia all’impatto live del gruppo. “Journey Through The Dark” viene eseguita con una potenza di fuoco non indifferente, e ci si ritrova quasi increduli a intonare “Black Chamber” e soprattutto l’accorata “Theatre of Pain”, durante la quale siamo sicuri che ci sia stato più di qualcuno con brividi e pelle d’oca. I Blind Guardian si prendono tutto: voci, cuori, applausi, battimani, cori e urla sulla moorcockiana “The Quest For Tanelorn” (abbiamo visto occhi lucidi brillare qui e lì) e “Ashes Of Ashes”, che nonostante gli anni e l’assenza nelle setlist dei tedeschi non ha perso neanche un grammo della propria battagliera epicità. La doppietta di “The Bard’s Song” passa come di consueto con la parte “In The Forest” praticamente cantata interamente dal pubblico, mentre con “The Hobbit” si vede appena un velo di stanchezza offuscare l’operato dei Nostri, sicuramente alle prese con l’oramai comune dilemma su come conciliare la voglia di suonare live con due anni di stop forzato (e questo tour rimandato di conseguenza). Le proverbiali cornamuse scozzesi di “The Piper’s Calling” introducono infine la canzone eponima dell’album, quella “Somewhere Far Beyond” in cui Roland di Gilead – trascinato da riff vorticosi e una batteria incalzante quasi come su disco – attraversa dimensioni, mondi e incubi per giungere infine davanti l’ombra scura della Torre Nera.
Ma, prima di salutare il Castello Scaligero (potremmo pensare ad una scenografia migliore?), i Blind Guardian sguinzagliano la doppietta in grado di vincere e tramortire definitivamente i cuori dei presenti (parzialmente transitati nell’area cibo per cenare): “Mirror Mirror” e “Valhalla” – di cui come sempre gli echi faticano a spegnersi – non sostituiscono certo l’altrettanto iconica cover di “Spread Your Wings” dei Queen che conclude la versione fisica dell’album, ma crediamo siano state comunque un regalo gradito. Nessuna sorpresa, visto il tenore celebrativo del concerto, quella di non aver ascoltato brani provenienti dal passato prossimo o comunque più recente, ma ancora una volta i Blind Guardian dimostrano come, dove non arrivano più voce o tecnica, c’è tanto cuore a colmare le distanze. “The march of time it has begun“, e col favore del buio siamo trepidanti al pensiero di affrontare un altro, nerissimo, pezzo di storia. (Sara Sostini)
Setlist:
Into the Storm
Welcome to Dying
Somewhere Far Beyond
Time What Is Time
Journey Through the Dark
Black Chamber
Theatre of Pain
The Quest for Tanelorn
Ashes to Ashes
The Bard’s Song – In the Forest
The Bard’s Song – The Hobbit
The Piper’s Calling
Somewhere Far Beyond
Mirror Mirror
Valhalla
MERCYFUL FATE
Per chi scrive il rito che si andava a celebrare era atteso da ben ventitré anni. Era il ’99 quando, in occasione del tradizionale Gods Of Metal, il sottoscritto dovette fare una scelta crudele, basata sostanzialmente sul portafoglio. Quale giorno scegliere: sabato con Mercyful o domenica con Motörhead? Alla fine la scelta fu quella di asfaltarsi con Lemmy, confidando che il gruppo danese sarebbe tornato quanto prima. Quel ‘quanto prima’ è poi diventato uno spazio temporale che ha acquisito forme indefinite fino al clamoroso comeback del 2019, quando venne annunciato che i Mercyful Fate avrebbero nuovamente calcato i palchi europei. Attesa alle stelle, spente sul nascere dall’amico Covid. Ma il patto col diavolo era ormai stato sigillato e finalmente, alle ore 22.05, il Re Diamante si è palesato in tutto il suo splendore, tra le mura di un vero castello. Location perfetta, come sottolineato dallo stesso King, ad amplificare l’aurea magica che contorna ogni suo movimento, ogni suo falsetto, ogni sua espressione. Il telone, la scritta Mercyful Fate tanto semplice quanto mortifera a coprire la scalinata marmorea in cima alla quale spiccava una lucente e scarlatta croce inversa; una salita agli inferi, capeggiata dal personalissimo rifugio di Mr. Diamond, dentro il quale poter assumere le diverse varianti estetiche da esibire tra un brano e l’altro. E chiudiamo un occhio di fronte ai cappelli ‘caproneschi’ o in modalità ‘statua della libertà’ (così si vociferava tra le prime file) presentati per buona parte del concerto, preferendoli alla ben più amata tuba, con tanto di mantello nero, presentata nell’ultimo atto della maligna cerimonia. Se l’intenzione (presunta) era quella di lanciare una sorta di risposta da lontano ai figliocci svedesi chiamati Ghost, Kim Bendix Petersen può stare tranquillo: di King Diamond ce ne sarà sempre e solo uno, in grado, a sessantasei anni, di balzare gaudiosamente tra un falsetto e le classiche note baritonali, cesellando di carbonado una scaletta che ha toccato esclusivamente i primi tre lavori dei Mercyful Fate, l’omonimo EP, “Melissa” e “Don’t Break The Oath”. E se l’emozione ha preso avvio con “The Oath”, una lacrimuccia è spuntata improvvisa quando Hank Shermann, la mano destra del diavolo, ha dato il via alla sola ed unica “Melissa”, chiudendo un cerchio magico “between two candles” iniziato nel 1983. Difficile trascrivere certe sensazioni: chi ha partecipato all’evento potrà confermarlo, soprattutto riguardo alla prestazione sublime del Re Diamante e dei suoi fedeli adepti – dall’eterno Shermann a Mike Wead, da Bjarne T.Holm all’ultimo arrivato Joey Vera, a costituire un pentacolo sonoro di assoluto spessore. E mentre l’inno “Come To Sabbath” risuona tra le mura della fortezza veronese, anche il nuovo salmo “The Jackal Of Salzburg” si fa subito piacere, pur nella sua versione per così dire ‘demo’. Mercyful Fate che rubano la scena a chi la ha preceduti, che rubano l’anima ai presenti; un furto in piena regola che ha colpito direttamente anche il merch della band, andato letteralmente a ruba, tanto che già nel pomeriggio, le t-shirt del tour erano semplicemente sparite. E quando la definitiva “Satan’s Fall” scandiva l’ultimo rintocco della litania danese, la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di unico era ben impressa sul volto dei presenti. La band saluta ed esce ma al centro del palco rimane lui, King Diamond che, lentamente, risale la bianca scalinata prima alzare le corna al cielo e fare ritorno nel suo rifugio indiavolato: hail Satan, hail Mercyful Fate. Memorabili! (Andrea Intacchi)
Setlist
The Oath
The Jackal Of Salzburg
A Corpse Without Soul
Black Funeral
A Dangerous Meeting
Melissa
Doomed By The Living Dead
Curse Of The Pharaohs
Evil
Come To The Sabbath
Satan’s Fall
SABATO 25 GIUGNO
SKANNERS
Nonostante ai nostrani Skanners tocchi l’ingrato compito di suonare sotto a un sole cocente che sta evidentemente già bollendo le prime file (con i coraggiosi che staranno lì tutta la giornata per godersi i Judas Priest dal posto privilegiato della transenna – o almeno speriamo ci siano riusciti), il pubblico sembra partecipare attivamente alla loro esibizione che si apre con l’ormai classica “Welcome To Hell”, con la quale il combo dimostra di voler fare tutt’altro che uno show ‘da compitino’. Come al solito, infatti, Claudio Pisoni si dimostra un sollevatore di folle capace di far cantare, alzare e battere le mani e che va direttamente a prendere le prime file con la sua voce graffiante, mentre una dopo l’altra piovono sul pubblico del Rock The Castle mazzate d’acciaio come la battagliera “We Rock The Nation” o la title-track dell’album “Factory Of Steel”. Dopo aver ripescato “Starlight” dall’ormai quasi quarantenne “Dirty Armada”, c’è anche tempo di dedicare un pezzo a tutti gli amanti del caro vecchio heavy metal: “Hard And Pure” ci investe come una scarica di adrenalina fatta di metalli pesanti in vena, con l’affiatamento fra Fabio, Claudio e tutti gli altri che è ormai diventato una vera e propria macchina di distruzione di colli. Tra riff e assoli cromati i nostri ci salutano con “Fight Back”, da quel “Pictures Of War” anch’esso quasi quarantenne. Una band veramente in formissima che festeggia quarant’anni dalla sua fondazione e che ha meritato completamente di essere presente a questa grande festa heavy metal: tanti auguri! (Dario Onofrio)
GIRLSCHOOL
Per chi studia, questi sono giorni di esame e allora, chi meglio delle scolarette Girlschool per dare una bella ripassata prima della prova finale? Le sorelle storiche dei Motörhead salgono sul palco con Kim McAuliffe a guidare la truppa con tanto di soundcheck personale – lei e il suo Marshall, imitando nei gesti e nei modi il fratellone maggiore, tal Lemmy Kilmister, prima di dare libero sfogo alla propria musica. Kim e Jackie alle chitarre, Denise alla batteria, Tracy al basso, al terzo rientro nella band come spiegato dalla stessa McAuliffe nel corso dello show. Senza teloni, senza effetti scenici: le Girlschool sono la semplicità in persona, al netto della loro ultraquarantennale carriera. Si comincia e, nonostante un problemino al microfono di Kim, è “Demolition Boys” ad aprire quarantacinque minuti di heavy-speed metal, come vuole la tradizione NWOBHM. Le quattro amiche si dimostrano in forma, vogliose di divertirsi tra loro e con il pubblico che partecipa attivamente alla setlist proposta, composta per la maggior parte dei classici della band. Da “C’mon Let’s Go” a “The Hunter”, da “Future Flash” a “Kick It Down”, inserendo pure le più recenti “Guilty As Sin” e “Take It Like A Band” dedicata, manco a dirlo, a Lemmy, Fast Eddie e Phil Taylor. Ed è proprio durante l’esibizione di questi due brani, datati 2015, che Kim annuncia l’imminente release di un nuovo album prevista per il prossimo anno. Dopo gli Skanners, le Girlschool aumentano il tasso passionale della giornata che andrà a salire ulteriormente con i gruppi a venire. Passione che si trasforma in autentica condivisione quando si vedono gli Exciter spuntare dai teloni e guardare il concerto delle Girlschool (e viceversa), oppure più tardi, quando sarà Dan Beehler ad incitare gli UFO a bordo palco come un perfetto adolescente. Immagini indelebili che testimoniano come questa musica non abbia età. E mentre la McAuliffe mostra al pubblico una t-shirt altamente riconoscibile (nome della band, snaggletooth, nazione di provenienza) ci si fionda direttamente nel 1981 quando, da perfetta riunione di famiglia, Motörhead e Girlschool si fusero in un’unica band chiamata Headgirl scambiandosi reciprocamente uno dei loro brani più famosi: le ragazze suonarono “Bomber”, i maschietti “Emergency”. E al Rock The Castle, anno domini 2022, per non far torto a nessuno, vengono entrambe proposte, chiudendo così un set nostalgico ed energico, bollando così, con il timbro ‘approved’ il secondo evento di una giornata che si prospetta indimenticabile. (Andrea Intacchi)
EXCITER
Data la loro lunga assenza dal territorio italiano, indipendentemente dalla questione legata al coronavirus, c’è invero una notevole attesa per lo show dei canadesi Exciter, il cui speed metal di stampo classico e affilato ha fatto letteralmente scuola. Inoltre, il recente ingresso in formazione del giovane fenomeno della sei corde Daniel Dekay ha donato nuova linfa al sound e alla tecnica di un trittico che necessitava di una marcia in più per imporsi nuovamente. La loro performance mette sul piatto tutta la velocità e la violenza metallica necessarie, anche se l’inizio, con “Violence & Force” e “Stand Up And Fight” pecca inizialmente sul versante sonoro, complici dei volumi piuttosto bassi e non ancora ben equalizzati, e di conseguenza la botta e lo stupore iniziali ne risultano penalizzati. A questo aggiungete il fatto che a livello vocale il buon Dan Beehler dietro alle pelli ha oramai perso gran parte della sua forza, anche se si tratta di una caratteristica che intaccherà solo in parte uno show che inizia a decollare col procedere della scaletta e col miglioramento del sound generale, anche se continuiamo a ritenere un eventuale ritorno di una formazione con due chitarre una valida soluzione per rafforzare il muro sonoro. Con l’accoppiata “Iron Dogs”/Heavy Metal Maniac” risulta difficile non gettarsi a peso morto sulla gente per un po’ di sano crowdsurfing, ma è verso la fine che si gode davvero: la martellante “Pounding Metal”, seguita da “Beyond The Gates Of Doom” e “Long Live the Loud” , precede una conclusione in cui trova posto la cover di “Iron Fist” dei Motörhead, secondo omaggio della giornata a colui che ha definito gli stilemi di una sana attitudine rock’n’roll.
Ci sarebbero un paio di accorgimenti da fare per rendere nuovamente ‘flawless’ la resa degli Exciter, ma è anche vero che parliamo dell’ignoranza metallica più pregiata, e alla fine della fiera un buon coltello taglia in profondità anche con qualche crepa nella lama. (Roberto Guerra)
UFO
Nella giornata in cui la band più giovane qui presente compie quarant’anni di attività, è difficile, o forse superfluo, fare una classifica dell’importanza nella storia di questa musica di chi si va a esibire in questo assolato sabato veronese.
Di certo fa impressione vedere il telo alle spalle della batteria di Andy Parker (settant’anni suonati, in ogni senso!) ricordare che questo è il tour dei cinquanta anni di carriera degli UFO: mezzo secolo più tre anni, a ben vedere, visto che l’anniversario ricorreva nel 2019, e ben noti eventi hanno causato lo slittamento. Quasi certamente si tratta anche del tour di addio per la band inglese, visto che Mogg ha già deciso di abbandonare le scene, e difficilmente si potrà sostituire un cantante così carismatico – oltre che membro fondatore. Gli anni si sentono, ovviamente, ma quando ci sono classe e qualità, tutto è possibile: basta dosare al meglio energie e brani, e la magia si riattizza subito. Phil Mogg, così come il preziosissimo Neil Carter, si muovono pacatamente sul palco, ma senza cedere a un’imbarazzante staticità da anziani, anzi: l’atmosfera sembra quella di un happening anni Settanta, e poco importa se non è il THC ma un po’ di artrite a rendere tutto più lento. Altro discorso per i ‘giovanotti’ ormai parte integrante della formazione da tanti anni, ossia Rob De Luca al basso e soprattutto il funambolico Vinnie Moore alla sei corde, vero protagonista della progressiva crescita dello show. Si inizia con una sequenza perfetta per scaldare gli animi e i musicisti: da “Fighting Man” a “Love To Love” le sonorità sono quasi AOR, pur con guizzi più taglienti, mentre a partire da “Too Hot To Handle” risulta evidente che davanti abbiamo delle eterne pietre angolari dell’hard rock.
“Rock Bottom” e “Light Out” scatenano il pubblico in un coro quasi continuo, che diventa un vero e proprio rito, commosso e all’unisono, su “Doctor Doctor”. Finale affidato a “Shoot Shoot”, e alla sua allegra ritmica, perfetta per un festival e per ricordare che la gioia e il divertimento non hanno età. (Simone Vavalà)
SAXON
Tra gli show più esaltanti che hanno contraddistinto la tre giorni del Rock The Castle, quello dei Saxon può tranquillamente essere considerato tale. Il quintetto inglese – ci ripetiamo per l’ennesima volta – è come il vino: più invecchia, più acquista vigore, calore, corposità. Biff e compagni sono ormai un sinonimo di garanzia, di caparbietà, di energia, capaci di creare quella simbiosi magica tra band e spettatore, così che entrambi possano vivere un momento unico e speciale. Vuoi la pausa forzata lunga più di due anni, vuoi il semplice desiderio di riascoltare per l’ennesima volta dal vivo brani immortali come “Wheels Of Steel”, “Princess Of The Night”, “Motorcycle Man” o la sublime “747 (Strangers In The Night)”, il concerto dei Saxon è stato, come detto, uno dei più coinvolgenti. Merito in primis del gruppo stesso, con un Nibbs Carter che sin dai primissimi pezzi prende a saltellare su e giù chiamando la folla a gran voce e un Byford la cui ugola sembra aver bevuto una dose di eterna giovinezza. “It’s good to be back in Italy” sottolinea Biff: il cantante comanda a bacchetta il pubblico, incitandolo a continui cori e quando, nel corso di “Wheels Of Steel”, non riusciamo a seguirlo verso le note più alte, l’invito a stringere gli attributi si alza sovrano. Saxon inossidabili, simbolo autorevole della New Wave Of British Heavy Metal, forti di una scaletta ipercollaudata, ferma al tour di “Thunderbolt” (per ascoltare qualcosa di nuovo dall’ultimo “Carpe Diem” dovremo attendere le date live del prossimo autunno), che porta con sé inni storici come “And The Bands Played On”, “Crusader”, sparando anche qualche cartuccia più recente come la stessa “Thunderbolt” e “They Played Rock’n’Roll” dedicata a quel ‘tey’che fa rima con Motörhead (mancavano solo loro sul palco di questa seconda giornata), scatenando l’ennesimo pogo, davvero sostenuto durante l’intero set. Volumi perfetti, musicisti perfetti, con un Paul Quinn che balla divertito mentre effettua un cambio di chitarra nel corso di “Strong Arm The Law” a causa di un problemino tecnico. In un’ora e quindici minuti i Saxon pongono le fondamenta d’acciaio per la ‘steel machine’ che sarebbe arrivata di lì a mezz’ora, chiudendo un sabato di metallo d’annata dalle alte, altissime temperature. (Andrea Intacchi)
Setlist
Motorcycle Man
Thunderbolt
Wheels Of Steel
Heavy Metal Thunder
Strong Arm The Law
Dogs Of War
Solid Ball Of Rock
Denim And Leather
And The Bands Played On
Broken Heroes
Crusader
They Played Rock And Roll
Power And The Glory
747 (Strangers In The Night)
Princess Of The Night
JUDAS PRIEST
Dopo averci già lasciati a dir poco stupefatti in occasione della loro esibizione al Mystic Festival, gli dei del metal per antonomasia sono pronti a mettere in ginocchio chiunque si consideri ancora un appassionato e/o un artista di genere per l’appunto metal. La posta in gioco in questi casi può essere alta o bassa a seconda dell’interpretazione: da una parte una band come i Judas Priest non ha più nulla da dimostrare a nessuno, ma dall’altra è bene mettere a tacere tutti quegli scettici che danno per spacciate le line-up con alle spalle una storia gloriosa di ben cinque decenni. Fortunatamente, sono sufficienti i primi rintocchi di “One Shot At Glory” per proiettare i presenti in un inferno di fuoco e acciaio, con uno tra i frontman più iconici in assoluto a svolgere il ruolo di giudice, giuria e boia. La voce di Rob Halford inizialmente non risulta al top, ma basta un po’ di riscaldamento per portare al limite della perfezione lo spettacolo più atteso dell’intero festival: a prescindere dal periodo storico toccato dalla scaletta, i Judas Priest confezionano uno show emozionante, fomentante e ricco di pathos, nonché di cura maniacale per l’esecuzione, almeno al livello dei loro colleghi e connazionali Saxon, con in più un sound e degli effetti scenici di ben altra caratura. Anche la suddivisione dei pezzi è ottimale, visto che si può martellare con “Lightning Strikes”, pogare a manetta con “Freewheel Burning”, danzare con “Turbo Lover” o banalmente alzare le mani al cielo con “A Touch Of Evil”. Tutto ovviamente senza nulla togliere alle varie “You’ve Got Another Thing Comin'”, “Hell Patrol” e “The Sentinel”; anzi, quest’ultima rappresenta forse uno dei picchi più alti raggiunti in questa sede.
Trattandosi di uno show leggermente più corto rispetto a quanto fatto in territorio polacco mancano un paio di chicche, ma ci pensano comunque “Blood Red Skies” e le cover di “Diamonds & Rust” e “The Green Manalishi” a tenere alto lo stupore dei presenti, i quali però esplodono per davvero all’udire della feroce batteria gestita da Scott Travis, che presagisce l’arrivo della sola e unica “Painkiller”.
Per quanto ci dispiaccia non poter porgere un saluto al buon Glenn Tipton, non smetteremo mai di ripetere che l’apporto dato da due chitarristi giovani e focosi come Richie Faulkner e Andy Sneap ha davvero portato un incremento della grinta generale, esattamente come detto per gli Exciter, e tenendo conto di ciò che compone l’encore non potremmo esserne più felici: l’elettrizzante “Electric Eye”, unita al rombo della moto prima di “Hell Bent For Leather”, sarebbe già una chiusura meritevole, ma non rinunceremmo mai a “Breaking The Law” e “Living After Midnight”.
Che dire quindi? Forse nulla questo weekend riuscirà ad eguagliare la resa dei Mercyful Fate, ma ancora una volta i Judas Priest si sono resi fautori di un concerto memorabile e a tratti commovente: il metal non sarebbe quello che è senza l’apporto di questi signori, e finché continuano a suonare così, noi possiamo continuare a godere in loro compagnia.
Appuntamento al prossimo fine settimana in quel di Barcellona, dove ci auguriamo di poter fare un bis (anzi, un tris) degno dei mostri sacri di cui abbiamo appena scritto.
(Roberto Guerra)
Setlist:
One Shot At Glory
Lightning Strike
You’ve Got Another Thing Comin’
Freewheel Burning
Turbo Lover
Hell Patrol
The Sentinel
A Touch Of Evil
Victim Of Changes
Blood Red Skies
The Green Manalishi (With The Two Prong Crown)
Diamonds & Rust
Painkiller
Electric Eye
Hell Bent For Leather
Breaking the Law
Living After Midnight
DOMENICA 26 GIUGNO
THE INSPECTOR CLUZO
Francesi sì, ma per la precisione della Guascogna; ci tengono a precisarlo più volte, salutando anche nel loro dialetto, e lo ricordano anche gli oggetti folkloristici presenti sul palco e il (graficamente opinabile) banner alle loro spalle. Musicisti sì, ma in primis agricoltori; i membri della band lo ripetono spesso, sia nei testi dei loro brani che mentre si rivolgono al pubblico, con anche un accorato saluto finale a sostegno della Natura e di chi vive secondo i loro ritmi.
Metallari decisamente no, visto che la proposta di questo power duo chitarra-batteria unisce blues viscerale, un po’ di folk di stampo americana e non pochi sprazzi di noise rock, in una sorta di versione ridotta all’osso della Blues Explosion di Jon Spencer.
Insomma, c’era qualche motivo per la presenza degli Inspector Cluzo a questo festival? Sicuramente quello principale è il fatto che stessero accompagnando in tour i Mastodon, ma tutto sommato, anche se improbabili nel modo di porsi e distanti musicalmente dalle sonorità del Rock The Castle, il duo transalpino non è stato il peggior modo per scaldare (ulteriormente!) gli astanti assiepati alla transenna già da un paio d’ore. Mezz’ora agile e scanzonata, o forse è meglio dire bislacca: i due amici, in completo da perfetti contadini vestiti per la messa della domenica, non hanno a nostro parere una direzione musicale molto chiara, certi brani sembrano persino ingenui – specie dal punto di vista lirico – ma da certi passaggi e dalla naturalezza con cui fanno a pezzi la batteria sul finale, c’è il potenziale per essere musicisti scafati dietro l’aura da ingenuotti campagnoli. Un’attitudine rock che la sera confermano nel peggiore dei modi, saltando senza avvisare il previsto meet & greet con i fan – ben due – presenti al nostro stand. (Simone Vavalà)
BARONESS
Di critiche sul recente operato dei Baroness se ne sono sentite e lette tante, anche se riteniamo siano una delle realtà più difficili in assoluto su cui andare d’accordo in tutto e per tutto. Questo perché con la nota formazione sludge statunitense si rientra in quel campo minato fatto prevalentemente di interpretazioni e sentimenti più o meno razionali, che di conseguenza può portare chiunque ad odiarli o ad amarli follemente, sia dal vivo che su disco. Chi vi scrive non si colloca né da una parte né dall’altra, e anche in questa sede la valutazione può dirsi diplomaticamente imparziale: uno show onestissimo, in cui lentezza e accelerazioni si susseguono nel nome di un sound a tratti psichedelico e dalla forte componente progressiva. John Baizley è un leader, nonché frontman, di tutto rispetto, e sebbene la band che lo accompagna si sia abbondantemente rinnovata nel corso degli anni, l’esecuzione è quella che serve per mettere in scena brani come “The Sweetest Curse”, “Ogechee Hymnal” e “A Horse Called Golgotha”, ma non prima di aver aperto le danze con la recentissima “Take My Bones Away”. C’è spazio anche per qualche breve chiacchiera, tra cui un piacevole omaggio alle band oggi presenti, definite dallo stesso John come ‘amici, colleghi ed eroi personali’.
La seconda metà dello show procede e si conclude senza particolari sferzate, seppur con una buona dose di classe enfatizzata anche dai suoni ben curati, con l’apprezzatissima “Isak” dal full-length d’esordio a svolgere il ruolo di chiusura. Chi li apprezza sembra aver gradito con discreto entusiasmo lo show dei Baroness, e adesso sarà probabilmente in attesa dei più famosi Mastodon, sperando ci arrivino senza prendersi una bella insolazione.
(Roberto Guerra)
SUICIDAL TENDENCIES
Alle 16:45 il sole non dà cenni di tregua, in quel di Villafranca. Servirebbe qualcosa di rinfrescante: una lattina di Pepsi ghiacciata, come quella desiderata da Mike Muir in “Institutionalized”, per esempio. Ma in realtà, con la salita sul palco dei Sucidal Tendencies l’atmosfera si fa solo più bollente.
La formazione è come sempre occasione di sorprese, con l’unica costante di Mike come inossidabile frontman e agitatore di folle, cosa che fa ancora benissimo a quasi sessant’anni; a dire il vero, di una chitarra si occupa l’altrettanto iconico Dean Pleasants – anche lui completo di bandana in fronte, coadiuvato da Ben Weinman, mentre alla batteria manca Dave Lombardo, impegnato nel tour dei Testament, ma egregiamente sostituito per l’ennesima volta da Brandon Pertzborn. La grande novità, per quanto annunciata, è il passaggio di testimone generazionale al basso, con il diciasettenne figlio d’arte Tye Trujillo a occuparsi in maniera straordinaria delle quattro corde: il ragazzo ha un talento strepitoso e regge perfettamente il confronto con l’energia e la potenza del resto della band.
L’apertura è affidata come ormai da tradizione a “You Can’t Bring Me Down”, trasformata in una jam lunghissima che permette di dar vita al primo di svariati e clamorosi circle pit. Quasi tutti i brani a seguire sono tratti dai primi dischi della band, più un paio di estratti da “Freedumb”, disco d’esordio del succitato Dean, con l’unica costante di un livello di energia e di spettacolo da baccanale. Si passa, tra le altre, da “War Inside My Head” a “How Will I Laugh Tomorrow”; nemmeno dieci brani in un’ora di concerto, ma come sempre va bene così, tra le dilatazioni funky, gli ‘speech’ di Mike, i salti e le corse sul palco. Dai Suicidal Tendencies non ci aspettiamo mai un semplice concerto, bensì una festa eccessiva tra amici, e quindi ecco anche l’inevitabile invasione del pubblico sulla conclusiva “Pledge Your Allegiance”: una trentina di fortunati (tra cui chi vi scrive) riesce a catapultarsi fuori dal circle pit e arrampicarsi sul palco per pogare e cantare assieme ai ragazzi della band, mossi da quell’eterno spirito da party in the bowl dopo aver finito di skateare tutti assieme.
Adrenalina, sudore, botte e sorrisi: ancora una volta abbiamo avuto tutto quello che ci fa e ci farà amare per sempre questa musica. (Simone Vavalà)
KREATOR
Incrementiamo la dose di mazzate con la thrash metal band teutonica più popolare al mondo, fresca dell’uscita sul mercato del piacevolissimo, seppur discusso, “Hate Uber Alles”, nonché dell’ingresso ufficiale in formazione del bassista Frédéric Leclercq (ex Dragonforce). Mentre sul palco si ergono con fare decadente i manichini impiccati a scopo scenografico, Mille Petrozza e compagni irrompono on stage sui ruggiti della popolare “Violent Revolution”, per poi virare sul nuovo uscito proponendone proprio la cattivissima titletrack, seguita a sua volta dalla più catchy “Phobia” e dalla tetra e melodica “Satan Is Real”. Il moshpit non tarda a farsi vedere, con un circle pit che cresce sempre di più man mano che ci si avvicina alla fase centrale della scaletta, in cui è la recente “666 – World Divided” insieme alle inossidabili e demolitive “Awakening Of The Gods” e “Enemy Of God” a svolgere il ruolo di cannone da guerra per le orde ferali.
Dopo l’intermezzo “Mars Mantra” la band avvia il poker conclusivo con la controversa “Phantom Antichrist”, che tuttavia rappresenta un discreto pretesto per dare un po’ di legnate in quella sorta di arena per gladiatori creata dai presenti poco lontano dal palco. Guerriglia che si assopisce temporaneamente con il singolo “Strongest Of The Strong”, prima della devastazione finale data dalle immancabili “Flag Of Hate” e “Pleasure To Kill”.
Uno show quindi violento e passionale, che non raggiunge l’eccellenza assoluta principalmente per motivi scenografici – molti di noi ben conoscono le esibizioni dei Kreator in veste di headliner con ben altri scenari – ma in ogni caso bisogna dire che la formazione tedesca (anzi, oramai potremmo definirla internazionale) ha saputo sfogare i propri istinti più primitivi insieme al pubblico, grazie anche a un sound possente e a un’esecuzione tecnica notevole, malgrado il target di questi thrasher non richieda obbligatoriamente chissà quale precisione maniacale. Ora li aspettiamo da headliner per una data in qualche location al chiuso, con uno show di durata superiore e ancora tanta voglia di spaccare le ossa a tutti.
MASTODON
Repetita iuvant, dicevano gli antichi, e mai come in questo caso l’espressione è valida. Avevamo visto i Mastodon live a inizio giugno al Mystic Festival, decisamente soddisfatti da un’esibizione potente, in cui tutti i membri avevano dato il loro meglio, lasciandoci solo qualche perplessità sulla scaletta. Ecco, rivederli dopo qualche settimana ha purtroppo fatto venire allo scoperto qualche punto debole in più. Partiamo proprio dalla scelta dei brani: “Hushed And Grim” è senza dubbio uno dei dischi migliori mai partoriti dalla band di Atlanta, ma la sua forza risiede nella varietà, nella ricchezza melodica, nei non rari momenti di stasi e riflessione che riesce a sviluppare… ascoltato da uno stereo. Oggettivamente ben sei estratti da questo ultimo lavoro hanno reso difficile il coinvolgimento nel contesto di un open air, e in aggiunta ben tredici date nel lasso di tempo intercorso hanno portato un altro paio di limiti, a nostro avviso: la scaletta è talmente assodata e ben assorbita che i membri della band la suonano con un eccesso di freddezza e notevole staticità, mentre purtroppo le prove vocali (ad eccezione del sempre affidabile Troy Sanders) risultano più scadenti, ahimè in linea con diverse esibizioni del passato.
Beninteso, non è tutto da buttare, anzi: i Mastodon hanno sempre mestiere, i suoni sono pressoché perfetti, l’amalgama tra loro porta anche a diversi momenti di godimento, che però si concentrano sui brani più vecchi; ottima e coinvolgente “Black Tongue”, mirabile la resa dell’intricata “The Czar”, ma siamo anche in questo caso di fronte a un brano forse troppo “meditativo” per un festival, sempre esaltante “Blood And Thunder”, posta in chiusura. Speriamo di rivederli presto in un tour dal taglio più antologico, insomma. (Simone Vavalà)
Setlist:
Pain With an Anchor
Crystal Skull
Megalodon
The Crux
Teardrinker
Bladecatcher
Black Tongue The Czar
Pushing the Tides
More Than I Could Chew
Mother Puncher
Gobblers of Dregs
Blood and Thunder
MEGADETH
Giungiamo così all’appuntamento principale di quest’ultima serata di festival, rappresentata da una delle line-up più discusse di sempre, vogliosa di mostrare che anche i recenti eventi non hanno intaccato in alcun modo una resa generale che ha saputo spiazzarci più volte. Sono invero molte le band cui la lunga pausa ha fatto solo che bene, soprattutto sul versante dell’esecuzione in presa diretta, e i Megadeth di quel frontman inossidabile che è ancora il buon Dave Mustaine non fanno assolutamente eccezione. Anzi, volendola dire tutta, appena finisce l’introduzione e “Hangar 18” diventa portatrice del fomento, la realtà appare cristallina: la voce di Dave, seppur chiaramente non ai livelli dei bei tempi che furono, è drasticamente migliorata, tant’è che per tutta la durata del concerto risulta ben udibile e sempre giustissima nella resa di ogni singolo mega-inno presente in scaletta. Sul versante strumentale poi è pressoché impossibile trovare una critica fattibile, avendo noi davanti due dei migliori chitarristi al mondo, accompagnati da due professionisti precisi e affidabili: il guitar work di Dave e Kiko Loureiro è quanto di più orgasmico si possa desiderare, mentre James LoMenzo e Dirk Verbeuren fanno rimpiangere solo in maniera piuttosto lieve chi li ha preceduti. In concomitanza di inni del calibro di “Wake Up Dead” e “In My Darkest Hour” è impossibile non godere, anche se si avverte che nella setlist c’è qualcosa di leggermente sbagliato: “Dread And The Fugitive Mind” e “The Threat Is Real” non sono certo due pezzi sottotono, però è vero che le aspettative sembravano presagire qualche chicca in più. Inoltre, col procedere della scaletta, sembrano prendere forma alcuni leggeri punti morti, percepiti ad esempio grazie alla scelta di collocare “Trust” e “A Tout Le Monde” in successione, e pur trattandosi di brani bellissimi è innegabile che, dato il tenore medio delle ritmiche predominanti in questa sede, il pubblico senta il bisogno di scatenarsi ancora un po’; in modo possibilmente più animalesco di quanto stimolato dall’iconica “Sweating Bullets” o dalla comunque divertente “Angry Again”.
La notizia peggiore subentra tuttavia verso la fine, nel momento in cui le parole di Dave sembrano presagire un’esecuzione in anteprima della nuova (esaltante) “We’ll Be Back”, al cui posto viene però suonata immediatamente l’immortale “Holy Wars”, che sancisce anche la fine del concerto odierno, che appare così decisamente troppo breve rispetto a quanto fosse lecito aspettarsi, nonché scarico di sorprese e fasi da mobilitazione totale, escludendo ovviamente le varie e inflazionate “Symphony Of Destruction” e “Peace Sells”.
Volendo riassumere quanto appena visto, potremmo definire quello dei Megadeth come un concerto eseguito in maniera perfetta, ma dal contenuto rivedibile. Rimaniamo comunque ottimisti, in quanto a breve avremo un album nuovo che promette scintille, cui corrisponderà un tour da headliner potenzialmente devastante.
Così si conclude anche la terza edizione del Rock The Castle, che malgrado alcuni evidenti difetti, è comunque riuscito ad aver luogo malgrado i problemi che tutti conosciamo; detto questo da Metalitalia.com è tutto, appuntamento all’anno prossimo!
Setlist:
Hangar 18
Dread And The Fugitive Mind
The Threat Is Real
Wake Up Dead
In My Darkest Hour
Angry Again
Sweating Bullets
Conquer Or Die!
Dystopia
Trust
A Tout Le Monde
Symphony Of Destruction
Peace Sells
Holy Wars…The Punishment Due





















































































































































































































































































































































































































































































































































































































































