07/07/2019 - ROCK THE CASTLE – 3° giorno @ Castello Scaligero - Villafranca Di Verona (VR)

Pubblicato il 07/07/2019 da

ROCK THE CASTLE 2019 – giorno 3
07/07/2019 – Castello Scaligero – Villafranca di Verona (VR)

Running Order:

Apertura porte: 12.00

14.00/14.20 – CARVED
14.45/15.15 – NECRODEATH
15.45/16.30 – ONSLAUGHT
16.30/17.00 – meet&greet NECRODEATH
17.00/18.00 – OVERKILL
18.00/18.30 – meet&greet ONSLAUGHT
18.30/19.30 – PHILIP H.ANSELMO and The Illegals playing PANTERA
19.30/20.00 – meet&greet OVERKILL
20.00/21.00 – GOJIRA
21.30/fine – SLAYER

Introduzione
Domenica. Le tavole di Mosè, al terzo punto, recitano solennemente ‘Ricordati di santificare le feste’. E allora eccoci pronti, qui, al Castello Scaligero di Villafranca di Verona, per celebrare al meglio una data, un giorno, una serata. Sì, perché oggi, tra le mura della fortezza veneta, andrà in scena quello che, probabilmente, a meno di clamorose sorprese, sarà definitivamente l’ultimo, il final show degli Slayer sul suolo italico. Abbiamo letto in questi giorni, sui vari canali social, moltissimi messaggi lanciati dai fan del gruppo californiano: messaggi d’addio, ma soprattutto comunicazioni di ringraziamento, allegati a fotografie, ritagli di riviste e biglietti di concerti; tutto questo nei confronti di una band che, per forza di cose, dovrà essere posta là sopra (o là sotto?) sul cosiddetto ‘Altar Of Sacrifice’. Una band che ha scritto la storia del thrash, marchiando a fuoco una pagina indelebile del metal estremo. Non si tratta di Big Four, Big Three, One o Two: si tratta degli Slayer, punto e basta. Parliamo in primis di Tom Araya e Kerry King, i padrini del gruppo, senza nulla togliere a Paul Bostaph e Gary Holt. E come non ricordare, in tema di celebrazioni finali, Dave Lombardo e l’angelo biondo Jeff Hanneman, la vera anima (almeno per chi scrive) degli Slayer. A supporto di quest’ultimo atto diabolico, un bill di tutto rispetto, che metterà a dura prova i nostri colli. C’è grande attesa per i francesi Gojira; c’è grande attesa, come sempre, per le vibrazioni e l’energia che sprigionerà Sua Elettricità Bobby ‘Blitz’ con i suoi Overkill; c’è attesa per il thrash britannico degli Onslaught; c’è attesa per i nostri Necrodeath, come per gli apripista Carved. E c’è attesa ovviamente per l’unico e solo Phil Anselmo, che con i suoi The Illegals omaggerà i Pantera. Attesa che salirà in serata quando lo zio Phil si recherà qui al nostro stand per incontrare i fan.
Prima di iniziare, spendiamo due parole sull’andamento della giornata precedente: una leggera ripresentazione del problema delle code, anche se solo in uno dei punti bar presenti, e dei volumi decisamente non in linea con gli standard sono stati due dei problemi principali; compensati però da un andamento generale assolutamente degno di un festival di serie A, nonostante l’affluenza decisamente maggiore rispetto al primo giorno. Staremo ora a vedere cosa accadrà nel corso di queste ultime, violentissime ore. Per cui siamo pronti, il terzo giorno del Rock The Castle può iniziare!
(Andrea Intacchi)

CARVED – 14.00/14.20
Provenienza: La Spezia, Italia
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Le derive moderne e pseudo-sinfoniche dei liguri Carved non erano esattamente ciò che ci saremmo aspettati dal primo atto di una giornata interamente all’insegna del thrash metal più inossidabile. Ben quattro coriste on stage, nonostante i venti miseri minuti di durata, potrebbero sembrare un’esagerazione, ma evidentemente questa è la proposta dei Carved nella sua interezza, probabilmente anche tenendo conto dell’occasione a dir poco illustre in cui il gruppo si trova. La violenza non manca nella loro musica, così come un’interazione col pubblico di un livello qualitativo non indifferente; anche a livello di suoni notiamo, con sommo piacere, che la situazione sembra decisamente migliorata rispetto al giorno precedente, sebbene il sound delle chitarre non sia sempre ben amalgamato. Una parte del pubblico rimane vagamente impassibile, ma un’altra reagisce con entusiasmo, sia alla musica dei Carved, sia alle numerose ore di goduria che attendono tutti coloro che hanno già preso posto all’interno delle mura. A questo punto dichiariamo buona la prima, e alziamo i bicchieri al cielo urlando ‘skal’!
(Roberto Guerra)

 

NECRODEATH – 14.45/15.15
Provenienza: Genova, Italia
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In una giornata a suo modo emblematica, anche l’Italia porta con sé una fetta di storia del thrash metal. Sul palco del Rock The Castle salgono i ‘fottutissimi Necrodeath‘, come urla Flegias ad un pubblico che aumenta con il passare dei minuti. Le note introduttive, immancabili, evocano “Fragments Of Insanity” ed il maligno riff di Pier Gonella è quello di “Choose Your Death”: un inizio marcio e glorioso che esalta fin da subito la folla. Suoni non perfettissimi che migliorano con la successiva “Hate And Scorn”, alla quale i presenti rispondono nell’immediato inneggiando il nome della band. Necrodeath che giocano tra passato e presente e dall’ultimo “The Age Of Dead Christ” tirano fuori la pestifera “The Whore Of Salem”; nemmeno il tempo di tirare il fiato, ed ecco che parte a grande richiesta proprio la title-track di “Fragments”. Flegias & Co. non danno tregua, sputando sudore e violenza sulle prime file, mentre nelle retrovie Peso dirige l’orchestra senza perdere un colpo. “Last Ton(e)s Of Hate” anticipa, dal mitico “Matter Of Evil”, la fulminea e seminale “The Creature”: poco più di due minuti di pura malignità. Ed a proposito di maligno, la setlist si chiude con ‘un pezzo del 1985’, come sottolinea Flegias: da “Into The Macabre” parte l’oscura “Mater Tenebrarum”, durante la quale, ad accompagnare il frontman della band genovese, sale sul palco proprio la ‘Madre delle Tenebre’ in tutta la sua oscurità. Un finale più che dignitoso, sottolineato ancora una volta dall’entusiasmo riversato dai metallari accorsi per lo show del gruppo nostrano. Ed ora via… saliamo in Inghilterra, località Bristol: ci attende il thrash made in Onslaught!
(Andrea Intacchi)

 

ONSLAUGHT– 15.45/16.30
Provenienza: Bristol, Inghilterra, UK
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Il Sole continua ad abbattersi imperterrito sui sempre più numerosi presenti qui al Castello Scaligero quando la formazione inglese degli Onslaught si appresta, con puntualità encomiabile, ad imbracciare gli strumenti sul palco del Rock The Castle. I britannici non sembrano avere intenzione di perdersi in convenevoli, scagliando impietosamente proiettili di metallo sul pubblico, graziati anche da dei suoni all’altezza della situazione. Il thrash dei Nostri, chiamati come ormai noto a sostituire i Sacred Reich, si conferma azzeccatissimo alla giornata, e il modo in cui gli Onslaught si pongono sembra dimostrarlo senza timor di smentita. Thrash senza giri di parole, inviti perenni a creare circle pit e tanta adrenalina. Anche la scaletta non va a fare troppi arzigogoli, suonando diretta ed essenziale: quando pezzi da novanta come “Let There Be Death” o “Metal Forces” si abbattono con tutta la loro carica ottantiana, diversa gente sembra essere invitata a nozze per scapocciare e tributare una band forse mai troppo celebrata come si dovrebbe. Dal canto loro, i Nostri si sono trovati al posto giusto al momento giusto e hanno saputo ben gestire la situazione. La prova è infatti energica e senza sbavature, con un Sy Keeler mattatore e che corre da un lato all’altro del palco ora incitando il pubblico, ora i propri stessi compagni di band. Il tiro degli Onslaught è notevole, qualche nuvola ha deciso di coprire un po’ il Sole, e anche chi si approcciava per la prima volta alla band di Bristol sembra venir conquistata dall’ottimo show proposto. Il tempo di un veloce saluto e di uno ‘wow’ dal palco per l’ottimo bill della giornata, e con “66’Fuckin’6” cala il sipario su un’esibizione che lascia soddisfatto chiunque. E ora tutti pronti per gli Overkill!
(Giuseppe Caterino)

 

OVERKILL– 17.00/18.00
Provenienza: New York City, New York, USA
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Un Bobby è per sempre. Prendendo in prestito un famoso slogan pubblicitario di qualche anno fa, possiamo così riassumere la prestazione del riccioluto frontman from New Jersey e dei suoi Overkill. Inossidabili, sotto il Sole cocente del tardo pomeriggio, gli americani prendono possesso del palco mentre l’intro dell’ultima “Last Man Standing” apre le danze per quella che sarà a tutti gli effetti un’ora di sano, energico ed elettrizzante thrash metal. Ci impiegano una manciata di minuti, i Nostri, a mettere tutti d’accordo: il tiro, il coinvolgimento, il divertimento che sprigionano D.D. Verni e compagni è semplicemente formidabile (e lo dimostreranno anche in sede di meet&greet). E l’ennesima dimostrazione arriva con la classica “Hallo From The Gutter”, sulla quale, era prevedibile, i cori si sprecano. Ma è solo l’inizio: è con il terzo brano, infatti, che l’adrenalina aumenta di livello. ‘And…so, don’t be a pussy‘, istiga Bobby, prima di lanciare a mille una “Elimination” di pura violenza sudorifera. Giusto riposare ora e quindi, dall’ultimo “Wings Of War”, ecco la pesante “Head Of Pin”: oscura ma per qualcuno anche eccitante, visto che durante la sua esecuzione alcuni preservativi volanti aleggiano sulle teste dei metallari. L’hype ritorna immediato con “Bastard Nation”, sicuramente uno dei pezzi più sentiti dagli Overkill-fan. Bobby conosce a meraviglia le sue prede e basta un ‘rotten‘ per scatenare nuovamente il mosh-pit a centro palco: “Rotten To The Core” è fatta così, prendere o lasciare. E mentre gli applausi si sprecano, ecco che parte uno dei simboli assoluti della band nel nuovo millennio. “Ironbound” non ha eguali in potenza ed energia. E quando i ‘fuck you’ cominciano ad alzarsi nel cielo, si intuisce che il tempo a disposizione è quasi al termine: ‘affangul‘, dice Bobby prima che il basso di D.D. spari a mille “Fuck You”, intervallata dalla punkeggiante “Welcome To The Garden State”. Nient’altro da aggiungere: gli Overkill, mentre le nubi incombono all’orizzonte, hanno vinto ancora. FUCK YOU. Ed ora si attende… lo zio Phil sta per arrivare!
(Andrea Intacchi)

 

PHILIP H. ANSELMO and The Illegals– 18.30/19.30
Provenienza: New Orleans, Louisiana, USA
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Le nubi sempre più minacciose sembrano non potere nulla di fronte all’armata metallara che tiene banco in questa giornata. La gran prova degli Overkill sta aleggiando ancora nell’aria mentre i primi vagiti della band di Phil Anselmo iniziano a farsi sentire. Appena i Nostri si fanno strada sul palco è proprio Mr. Anselmo ad aizzare le persone l’una contro l’altra per un mosh destinato a celebrare sin da subito la potentissima “Mouth For War”. Accantonato infatti – almeno per oggi – il repertorio dei The Illegals, il malaticcio Phil e compagine optano per uno show dedicato unicamente ai Pantera, con somma gioia dei presenti. Gioia solo parzialmente smorzata quando lo stesso Anselmo, dopo una rocciosa versione di “Becoming”, annuncia di non farcela fisicamente, causa malattia, ad essere al meet&greet organizzato al nostro stand, volendo semplicemente correre nel tourbus subito dopo lo show. Per compensare il mancato incontro coi fan, però, lo show preparato dalla band è potente e fa felici praticamente tutti gli astanti, nella quasi totalità ormai a fronte palco fino alla fine del castello. L’influenza di Phil si sente tutta nella voce tra una canzone e l’altra, e anche nei movimenti non proprio fluidi del singer, ma per fortuna le riserve vocali vengono impiegate nella parte cantata: da una “I’m Broken” salmodiata dal Castello Scaligero alla dedica a Dimebag e Vinnie prima di una toccante “This Love”, si affronta un po’ tutto il repertorio dei Pantera, con dei suoni a metà concerto decisamente migliori che all’inizio. Pur con voce rotta durante la presentazione, la versione di “Walk” che viene qui proposta fa tremare la terra, cantata anche dalle pietre delle mura del castello, fino a una “Fucking Hostile” che fa partire fiammelle di pogo anche nelle retrovie, fino ad un trittico che porta verso la fine, quando con “A New Level” viene richiesta la totale partecipazione del pubblico, che effettivamente non mancherà, con la band che saluta e ringrazia l’audience italiana con una bizzarra strofa a cappella di “Stairway To Heaven” da parte di Anselmo. Un Phil effettivamente provato, ma che non ha lesinato in energia, divertito a modo suo, e che ha fatto rivivere ai fan delle emozioni che hanno riportato un po’ tutti indietro nel tempo. Un concerto in cui la componente emozionale supera in ogni modo qualsiasi altra, e che seppur, giocoforza, vagamente sottotono, rimarrà impresso nella memoria di chi c’era per molto tempo.
(Giuseppe Caterino)

 

GOJIRA– 20.00/21.00
Provenienza: Bayonne, Nouvelle-Aquitaine, Francia
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Se le band che hanno calcato sinora il palco del Rock The Caste si sono trovate a celebrare il proprio presente sulla base di fasti del passato, i Gojira sono forse il gruppo del lotto con i piedi più piantati in un here and now con ancora molto da dire sul proprio futuro. I francesi sono ben consci di essere a cavallo di un’onda ancora pronta ad evolversi, o almeno è quello che ci sembra guardando il loro show di stasera. L’intensità cresce clamorosamente, il palco diviene sempre più simile a quello di un gruppo headliner, e con dei suoni ormai calibrati perfettamente la band dei fratelli Duplantier fa il proprio ingresso on stage tra qualche vuoto – visto l’affollatissimo meet&greet degli Overkill ancora in corso – ed un benvenuto che non poteva essere più caloroso da parte del pubblico italiano. Dal canto loro, i Gojira non si tirano indietro e regalano al Rock The Castle uno show potente e musicalmente ineccepibile. Se proprio dobbiamo trovare un neo, l’approccio al palco ci è sembrato un tantino freddo, ma il risultato tutto sommato non ne ha risentito. Pezzi come “Flying Whales” o “Stranded” incontrano i favori del pubblico e vengono eseguiti in maniera eccelsa, e il gruppo sembra scaldarsi nel corso di un’esibizione che cresce di livello sempre più col passare dei minuti, tanto da non farci rendere conto di ritrovarci inesorabilmente verso la fine. Dal canto loro, i Nostri hanno dimostrato una professionalità rimarcabile, regalando una performance completa di effetti scenici, che ha lasciato i presenti assolutamente soddisfatti. Joe Duplantier, tra un grazie e l’altro, si sbottona un po’ lasciando trasparire l’emozione di trovarsi in uno slot che ha visto nomi quali Phil Anselmo prima e gli Slayer poi, e celebra con un concerto praticamente perfetto della ‘sua’ creatura la propria presenza alla kermesse. Quando la pioggia di coriandoli si abbatte sul pubblico, capiamo che è l’ora di salutare i Gojira, un gruppo con ancora moltissime pagine da scrivere nel libro della nostra musica preferita, fino al prossimo live. E ora tutti pronti, perchè, a quanto pare, tocca salutare per un’ultima volta un pezzo di Storia del Metal!
(Giuseppe Caterino)

 

SLAYER– 21.30/fine
Provenienza: Los Angeles, California, USA
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Se davvero è stata l’ultima volta, allora ‘grazie Slayer!’. Grazie per tutta la violenza sonora riversata in quasi quarant’anni di carriera. Grazie per le emozioni diaboliche che avete trasmesso, ai fan della prima ora, i vecchi, sino ai più giovani, i metallari del futuro. Un ringraziamento globale che ha avuto l’ennesima, forse ultima, testimonianza qui al Rock The Castle, riempiendolo sino all’ultima feritoia. Un sold out che ha il significato di uno storico riconoscimento, di una stretta di mano tra vecchi amici che, dopo aver vissuto insieme tante avventure, si salutano per sempre. ‘Mi mancherete’ dice Tom Araya al termine dello show: sì, certo, disse così anche lo scorso autunno in quel di Milano e poi sappiamo bene come sono andate le cose. Ma crediamo che stavolta le parole ‘the end’ possano essere scolpite sulla pietra…almeno per qualche tempo. Torniamo però indietro, a quelle croci rovesciate che si stagliano su un telo nero formato palco mentre le note di “Repentless” risuonano sin dentro le pareti degli stand gastronomici posti all’estremo del Castello. E quando il telo si abbassa, scatenando le fiamme on stage, è altrettanto infernale il clima che si crea di fronte alle transenne. I corpi, ammassati in un unico nucleo in formato moshpit, si trasformano in un vero turbinio di fragore e violenza, mentre dal passato giunge sovrana “Evil Has No Boundaries”: un esempio tellurico di ciò che avrebbero fatto Tom e compagni negli anni a venire. E se anche alcuni suoni non sempre hanno raggiunto la perfezione, vedasi in “World Painted Blood”, basta un semplice quanto micidiale conteggio sino a tre per radere al suolo tutto e tutti: “War Ensemble” miete vittime, tra scarpe volanti e pantaloncini ormai ridotti a brandelli. Gli Slayer sono così, li conosciamo: poche parole, solo fatti, solo musica. Le hit arrivano a ondate sulla folla, dalla prima all’ultima fila: da “Mandatory Suicide” alla pestilenziale “Chemical Warfare”, Tom urla come un dannato, confermando quelle tonalità che aveva dimostrato di saper raggiungere nuovamente nel recente passato. Kerry King, da parte sua, si è confermato il solito orso da palco: cattivo, sornione, macinatore assoluto di riff. Paul Bostaph là dietro ha tenuto su di giri il motore del cingolato californiano, mentre Gary Holt, ricoprendo, forse per l’ultima volta, lo scomodo ruolo di sostituto di tale Jeff Hanneman, ha terminato il concerto visibilmente assetato. Un telone con tanto di teschio nel quale si tuffava un crocifisso rovesciato ha accompagnato le fulminee “Temptation” e “Born Of Fire”, prima che la colossale “Seasons In The Abyss” anticipasse una delle migliori cose scritte in assoluto dagli Slayer: “Hell Awaits” rimarrà nella storia, fine. E quando le aquile insanguinate si ergono alte sullo sfondo, è il trittico finale a porre il termine ad uno show semplicemente devastante: “Black Magic”, “Dead Skin Mask” e “Angel Of Death” triturano le ultime ossa rimaste in piedi, mentre i rimanenti scivolano a terra stremati. Questo è il testamento degli Slayer, che fa tremare anche le mura della fortezza veronese. Un terzo giorno terribile che ha trasformato il ‘Rock’ in Thrash The Castle. Grazie di nuovo, Slayer!
(Andrea Intacchi)

 

Considerazioni finali
Con gli Slayer, la seconda edizione del Rock The Castle si conclude con tutta la potenza, la violenza e la commozione del caso; lasciandoci con alcune considerazioni da fare, prima di poterci finalmente ritirare con ancora il sangue bollente nelle vene. Sicuramente riteniamo che, rispetto all’anno scorso, siano stati fatti alcuni cambiamenti significativi, alcuni con risultati più che positivi, altri da rivedere: se da una parte il servizio è stato reso più completo, con una maggiore scelta dal punto di vista culinario e, in generale, fornendo alcune comodità assenti durante la prima edizione, dall’altro dobbiamo purtroppo constatare che la problematica delle code si è ripresentata, seppur, in proporzione, in misura leggermente minore; inoltre, fatichiamo a comprendere la scelta di collocare il Metal Market dietro la curva delle mura, oltre all’impossibilità per i presenti di rientrare nella location una volta usciti per un qualsiasi motivo, creando notevoli disagi. Purtroppo, si sa, spesso le cose non vanno come ci si augurava: dall’annullamento del meet&greet di Phil Anselmo alla misteriosa questione dei volumi bassi durante la giornata di sabato. Ciò nonostante, riteniamo che il sold out del terzo giorno, così come l’affluenza comunque importante dei primi due, possa confermare il Rock The Castle come uno degli eventi metal italiani più ficcanti in assoluto, e ci auguriamo che l’anno prossimo si riesca a migliorare ulteriormente, con una line-up meritevole e potenziali upgrade all’organizzazione generale.
Da Metalitalia.com e dal Rock The Castle 2019 è tutto, alla prossima! Buonanotte e metal ‘til death!
(Roberto Guerra e Andrea Intacchi)

 

FACCE DA ROCK THE CASTLE

 

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