16/09/2011 - Samael + Keep Of Kalessin + Melechesh @ Blackout Rock Club - Roma

Pubblicato il 21/09/2011 da

I Samael in terra romana erano intriganti e così anche Keep Of Kalessin e Melechesh, i quali vantano la loro personale schiera di fan nella capitale. Il contemporaneo show dei Misfits però – la cover band di loro stessi, come qualcuno ama definirli – hanno privato gli elvetici del grande pubblico, quello che qualche anno fa proprio a Roma tributò loro un’accoglienza da numeri uno. La Hellfire Booking Agency ha predisposto quindi tre date in Italia per il tour e quella di Roma si è svolta al Blackout. Detto del pubblico non sufficiente per i gruppi in questione e della sfortunata concomitanza con l’evento sopra citato, lo show è stato comunque di alto livello, con i gruppi d’apertura ben lieti di supportare gli svizzeri.

MELECHESH
Manca qualche minuto alle nove e trenta quando Ashmedi sale sul palco con band al seguito e con la sua pelata controbilanciata dal classico pizzetto lungo. Iniziano a strimpellare e si capisce subito che i suoni non sono dei migliori. La voce del cantante e soprattutto la batteria del gruppo sovrastano basso e chitarre: non è un bel sentire. Oltretutto la proposta musicale si basa molto sulla ruvidezza della sezione ritmica e quindi apprezzarla – oltretutto per chi è ignaro dei dischi del gruppo – risulta difficile. Intanto però vengono proposti diversi pezzi dall’ultimo album come “Ghouls Of Nineveh”, dall’incedere lento, e la velocissima “Grand Gathas Of Baal Sin”, introdotta dalla richiesta di pietà al Dio in questione. Il rifferama del gruppo mediorientale è di stampo thrash e quindi il coinvolgimento nelle parti più riconoscibili c’è, eccome: si prenda ad esempio “Ladders To Sumeria”, carica come poche altre. Il concerto dura una quarantina di minuti in cui i nostri ce la mettono tutta a coinvolgere il (poco) pubblico. Alla fine il giudizio è unanime: di spalla ai Nile qualche tempo fa a Roma furono molto più coinvolgenti.

KEEP OF KALESSIN
C’è onestamente ancora qualcuno che non ha visto i Keep Of Kalessin dal vivo? Crediamo francamente di no, anche perché ad esempio a Roma avevano suonato l’ultima volta non più tardi di qualche mese fa. Abilissimi a infilarsi in tour che più disomogenei non si potrebbe, forti della quarta posizione conquistata nel Sanremo norvegese che ha dato forse il La al cambio di look (camicia e capelli a caschetto) da parte del leader Obsidian C, gli scandinavi cominciano lo show con “Kolossus”, opener dell’album che più di tutti ha dato loro successo, crediamo. Il poco diverso “Reptilian”, ultima fatica in ordine cronologico dei norvegesi, contribuisce allo show con “The Awakening”, brano dalla spiccata melodia. Sempre dallo stesso album vengono eseguite “Judgement”, che più di tutti riporta alla mente il riffing selvaggio dei Keep Of Kalessin epoca anni ’90, prima della svolta melodica. Obsidian sfoggia la sua maestria in “Dragon Iconography”, uno dei brani più ispirati dei KoK negli ultimi anni. Il riffing serrato, molto thrash metal, consente al chitarrista di occupare la scena per gran parte dell’esecuzione. L’ottimo frontman, oramai collaudatissimo, cerca di coinvolgere gli astanti in “The Dragontower”, pezzo smielato e di facile presa. “Ascendant” – velocissima, manco a scriverlo – chiude un energico show durato quaranta minuti. Praticamente una Golf, un usato sicuro nel black metal melodico.

Setlist:
Kolossus
The Awakening
Judgement
Dragon Iconography
Dark as Moonless Night
The Dragontower
Ascendant

SAMAEL
Con l’ottimo “Lux Mundi” da promuovere e un’assenza che durava da parecchio tempo, i Samael sulle note di “Luxferre” cominciano a bersagliare l’audience (si è radunato tutto il pubblico presente, nessuno escluso) con la loro elettronica. I suoni sono decisamente migliorati e la voce di Vorph, vestito come un cardinale, s’impadronisce rapidamente degli astanti. Finisce la veloce opener dell’ultimo album in studio dei Samael ed ecco che arriva “Rain”, dando brividi lungo il corpo a tutti i presenti. A diciassette anni da “Passage”, capolavoro del gruppo, il brano rimane ancora uno dei migliori in quanto all’immaginario di un’Apocalisse prossima a manifestarsi. Ma non è finita: si torna ancora più indietro con “Baphomet’s Throne”, lento incedere di invocazione maligna, mentre la nuova “Of War” precede “Slavocracy”, estratta da “Solar Soul” per uno dei brani migliori dell’ultimo corso degli svizzeri. “Life is full of difference and so shall be society”, canta “Vorph”, desideroso di prendere tutti per mano e condurci al di là di visioni sfocate sui concetti del vivere comune. Un brano meraviglioso, ma lo show è ancora lungo… ancora un ritorno al passato con “Into The Pentagram”, roba di oltre vent’anni fa, mentre la più moderna “Reign Of Light”dall’omonimo album porta l’elettronica a livelli assurdi. Sul palco si salta, il bassista è il solito dimenarsi incontrollato con sorriso ebete sulle note del gruppo, in piena estasi cognitiva. Ottima poi la scelta di suonare gli ultimi due brani di “Lux Mundi”, a giudizio di chi scrive fra i migliori. Se per “The Truth Is Marching On” si tratta di una sfuriata a velocità da brivido, per “Soul Invictus” è il basso ritmo, il lento incedere che dà sapore di rituale mistico a coinvolgere tutto il pubblico, supportando Vorph. Manca ancora qualche classico: arriva subito “Shining Kingdom”, ancora epoca “Passage”, di rara bellezza… ed “Eternal”? Non l’avranno mica dimenticato? Le note di “Infra Galaxia” rassicurano tutti prima del gran finale. Fra bis e tris, c’è tempo ancora per la blasfema e nuova “Antigod”, e per una “My Saviour” finale che commuove tutti. Vorph e compagnia bella salutano calorosamente e fisicamente il pubblico romano. Poco ma buono, come si suol dire.

Setlist:
Luxferre
Rain
Baphomet’s Throne
Of War
Slavocracy
Reign of Light
Into the Pentagram
Flagellation
Western Ground
Soul Invictus
Shining Kingdom
In the Deep
The Truth Is Marching On
Infra Galaxia

Encore:
Ceremony of Opposites
Antigod
My Saviour

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