Report di Alessandro Bettiol
Fotografie di Enrico Dal Boni
Per il “Prelude To Madness Tour” i Savatage, band culto heavy metal americana che nel corso della propria storia ha sfornato album di grandissimo spessore, come “Streets: A Rock Opera”, “Edge Of Thorns” e “Dead Winter Dead” per citare evoluzioni stilistiche all’interno della loro discografia, hanno dato al Bel Paese non una, bensì due date di spessore in due ambientazioni di tutto rispetto.
L’amore verso l’Italia è stato più volte riportato da uno dei fondatori, quel Jon Oliva con parenti provenienti dalla Calabria: vedremo in che modo si è inserito in una scaletta che ha attraversato tutta la storia del gruppo fondato in Florida ormai cinquant’anni fa.
Se però della prima tappa di questo tour si conosce moltissimo dai libri di storia, essendo l’anfiteatro romano di Pompei, del secondo posto non si può che rimanere felicemente stupiti dal colpo d’occhio: il Castello Carrarese, situato ad Este, in provincia di Padova, e sorto come struttura militare negli inizi del XIV secolo, durante gli ultimi anni si sta prestando ad accogliere tantissimi concerti all’interno delle sue mura, con il palco dominato dalle torri lungo il perimetro merlato, ed un contorno di statue e giardini che immerge il pubblico nella storia. Per questa seconda data italiana, la band statunitense viene preceduta dai nostrani Vision Divine, paladini di un power metal con molte venature progressive e freschi di un nuovo EP, “A Clockwork Reverie”, ma soprattutto di un ritorno alle origini della formazione, visto il rientro in gruppo del tastierista Oleg Smirnoff e del cantante Michele Luppi.
Sono tanti quindi gli spunti di interesse che calamitano un pubblico eterogeneo nel centro della cittadina padovana durante l’ora di cena, con coetanei dei musicisti dei Savatage insieme a coppie di ragazzi che ordinatamente convergono verso il castello, incuriositi e appassionati da quella che è una realtà dell’hard rock e metal che ha scritto pagine memorabili e pezzi emozionanti e imperituri.
Le incognite sono soprattutto relative a quella che sarà la resa esattamente il giorno dopo una data unica, quella di Pompei con l’orchestra, per l’occasione anche registrata per un album dal vivo (ed esattamente prima della loro presenza per l’edizione 2026 del Wacken Open Air), e come sarà il nuovo corso e l’impatto dei nuovi brani dei Vision Divine.
Con questo spirito entriamo dalla porta del castello e, vista la divisione sul prato della zona pit – la quale di fatto crea un’area di larghezza di poco inferiore ai cento metri dal palco – ci apprestiamo a raccontarvi la tiepida serata di un martedì di fine luglio.
All’apertura dei cancelli alle 19.30, qualche centinaio di appassionati entrano subito all’interno dello spiazzo del castello e, fatta tappa ai food-truck, ai banchetti delle bevande o preso un gadget dal gazebo ufficiale del merchandise dei Savatage (notiamo però che non è stato dato spazio al materiale promo dei Vision Divine), si dividono tra posto in piedi o nel prato o nel pit, a ridosso del palco.
L’attesa per l’ingresso sul palco dei VISION DIVINE non è poi così lunga e, alle 20.20, Olaf Thorsen, di bianco vestito, con tutti gli altri membri del gruppo prendono posizione sulle note dell’intro “Sator Rotas” del nuovo EP “A Clockwork Reverie”. Davanti a due/trecento persone divise nelle due zone, si parte subito con la title-track e l’affiatamento tra i vari componenti è indiscutibilmente un punto di forza della prova che i nostrani proporranno per i quaranta minuti a loro disposizione.
Attingendo, giustamente, dagli album composti assieme prima di questa reunion, la scelta della scaletta ridotta è ricaduta principalmente sul memorabile “Stream Of Consciousness”, con ben quattro brani interpretati alla grande soprattutto da un Michele Luppi in ottima forma, con la sua capacità di dare un colore caldo e un marchio tipicamente americano alle note più rock.
Il ritorno in formazione anche di Oleg Smirnoff alle tastiere si sente e i suoi interventi, tra assoli intrecciati a quelli di chitarra di Olaf e parti introduttive marcate, sanciscono quel suono che aveva fatto le fortune dei Vision Divine dei primi anni Duemila. Presentando il ‘singolone’ nuovo, così come lo ha definito Michele dal palco, ovverosia “18 (It Feels Like Heaven)”, si svolgono anche altri siparietti di scherzi e battute tra il cantante e il bassista Andrea ‘Tower’ Torricini ma, sfortunatamente, si palesano allo stesso modo diversi problemi di audio, con la batteria di Matt che suona troppo piatta e i suoni dei vari strumenti che tendono a uscire fuori impastati.
Per fortuna, dopo aver proposto “Versions Of The Same”, nell’interpretare “Identities” la resa e il mixaggio migliora: il cantante, invita il pubblico a sedersi per terra, proponendo un momento acustico con voce e piano che vede sugli scudi Oleg, il quale poi chiude alla grande il penultimo atto della loro performance.
A fare da chiusura arriva il brano che, a detta dello stesso Luppi, gli ha permesso di comprarsi una macchina, quel “Il Tempo Fugge” che rimane ancora oggi uno dei pezzi più d’impatto e amato dai fan dei Vision Divine; una potenza trasmessa da un Olaf a tutta e condensata in un’ottima prova globale.
Dall’uscita del nuovo EP “A Clockwork Reverie” sono molte le nubi che si erano create sul futuro dei nostri paladini del progressive power, tra fuoriuscite e ritorni; eppure, dopo aver ascoltato la prova in apertura ai Savatage, siamo consapevoli che questa formazione, di fatto in breve tempo già rodata, sia un punto saldo che spazza ogni dubbio per il futuro.
A parte un momento in cui i suoni non arrivavano in maniera impeccabile, la prova terminata tra saluti e foto alle ore 21 è stata comunque di buon livello, con episodi presi da due album per andare sul sicuro effetto finale verso il pubblico, che via via è andato infoltendosi, in attesa del gruppo principale. Non un concerto che rimarrà negli annali, ma un primo assaggio del nuovo/vecchio corso intrapreso dai Vision Divine.
Tempo di smontare la strumentazione del gruppo spalla, fare un check di tutto quello già presente sul palco e, davanti a un migliaio abbondante di persone ed equamente diviso tra pit e zona prato, alle 21.30 spaccate dal ledwall principale (oltre a quello dietro ai musicisti ce ne sono poi due ai lati) appare l’immagine di un muro dal quale emerge una chitarra dopo poco avvolta dalle rose, simbolo del gruppo della Florida acclamato dai presenti.
Uno alla volta i protagonisti di quelle che saranno quasi due ore di puro spettacolo fanno il loro ingresso suonando le note di “Morphine Child”, unico estratto eseguito da “Poets And Madmen”, ultimo disco in studio del lontano 2001. A chiudere le apparizioni sul palco il cantante Zak Stevens, che entra subito in empatia con il pubblico chiedendo di tenere il tempo e rivolgendosi sempre in un virtuale dialogo con chi gli sta di fronte.
Prima di immergerci nell’atmosfera di Este, facciamo una breve panoramica su quello che sono oggi i SAVATAGE: dopo esser tornati sulle scene l’anno scorso e aver infiammato l’Italia con un concerto memorabile all’Alcatraz di Milano, la formazione vede nell’organico fuoriclasse che hanno scritto pezzi incredibili negli album a partire dagli anni Novanta, con gli unici Chris Caffery e Johnny Lee Middleton in formazione già alla fine degli anni Ottanta. Ancora oggi, però, la classe dei due chitarristi, lo stesso Caffery e Al Pitrelli, del batterista Jeff Plate, del bassista Middleton e del frontman Zak è cristallina, con una resa scenica ma soprattutto sonora senza crepe.
Rapidi ed in successione, arrivano alcuni dei classici presi dalla loro ampia discografia, come “Dead Winter Dead”, “Handful Of Rain”, l’incredibile e coinvolgente “Chance”, con i cori e gli intrecci vocali effettuati con i tastieristi Paulo Cuevas e Shawn McNair e il crescendo amplificato dallo scorrere delle bandiere di tutte le nazioni sugli schermi con alla fine quella italiana.
Nell’equilibrio tra pezzi conosciuti e altri meno proposti in fase live trovano spazio anche gemme come “Tonight He Grings Again”, “Unusual”, “Strange Wings”, il pezzo eponimo che dà il titolo al tour “Prelude To Madness” e una toccante “All That I Bleed”, struggente e malinconica e sempre apprezzata dai fan.
Altro momento emozionante è lo spazio anticipato dal messaggio riportato da Zak riguardo all’amore e a quanto il pubblico manca al fondatore dei Savatage, Jon Oliva, che appare in video per suonare al piano e cantare “Believe”, poi accompagnato da Chris, Johnny, Al, Jeff e infine protagonista con il duetto virtuale con Zak nelle strofe finali.
Assistendo a questa serata al castello Carrarese possiamo affermare che quello a cui si sta partecipando è decisamente un concerto enciclopedico, perché spazia in quasi vent’anni di produzione, è quindi un viaggio nella storia di quasi tutta la discografia, è un ricordare chi non c’è più (altro momento toccante il tributo a Criss Oliva, con le varie foto apparse nel ledwall che lo ritraevano in alcuni momenti della sua carriera), è un salto nel passato remoto con la title-track di “Sirens” e ben tre estratti da “Power Of The Night”, tra cui anche “Warriors” cantata in maniera impeccabile e graffiata da Chris Caffery, un tuffo nella teatralità dei cori a più voci e del gusto delle rock opera.
Se ci potevano essere incognite sulla resa e sul coinvolgimento del gruppo, per un concerto posto esattamente tra la data con l’orchestra a Pompei – forse vero e proprio evento dell’intero tour – e l’esibizione sul palco di Wacken (comunque, uno dei più grandi ed importanti open air europei), possiamo affermare senza paura di esser smentiti che la band della Florida ha spazzato via ogni dubbio, fornendo una prestazione granitica, al limite della perfezione.
Zak è l’istrione che, come un capo villaggio, orchestra la (piccola) folla nei movimenti, nel tenere il tempo, nel partecipare ai cori. Chris e Al si dividono assoli e si prendono la scena con rispetto e stima reciproca. Jeff e Johnny sono i metronomi di ogni singolo battito, di ogni emozione in musica. Paulo e Shawn impreziosiscono con atmosfere i brani più monumentali.
La conclusione con “Gutter Ballet” e “Edge Of Thorns”, l’uscita e poi il rientro sulla scena per chiudere con “Hall Of The Mountain King” fanno chiudere il sipario su una serata memorabile, dove ogni partecipante ha avuto momenti di grande esaltazione e attimi da occhi lucidi, tra cori cantati a squarciagola e silenzi e immagini cariche di poesia.
E sulle note di chiusura, nell’accendersi di tutte le luci del castello di Este, uscendo fuori e ritornando verso casa, dopo aver sognato a occhi aperti per quasi due ore, forse, chissà, tra i desideri che si avvereranno ci sarà quello, come tutti chiedono, dell’uscita di un nuovo disco dei Savatage, giusto perché la speranza è l’ultima a morire e sognare non costa nulla.
Setlist Savatage:
Morphine Child
Dead Winter Dead
Jesus Saves
Taunting Cobras
Tonight He Grins Again
Lights Out
Handful Of Rain
Chance
Temptation Revelation
Prelude To Madness
Warriors
Sirens
Miles Away
Strange Wings
This Is The Time (1990)
Power Of the Night
All That I Bleed
Unusual
The Hourglass
Believe
Gutter Ballet
Edge Of Thorns
Hall Of The Mountain King
VISION DIVINE
SAVATAGE













































































