18/06/2026 - SHAI HULUD + IF I DIE TODAY + WOJTEK @ Legend Club - Milano

Pubblicato il 24/06/2026 da

Report di Giacomo Slongo

In un mondo dove tutto si muove e si verifica a ritmi così frenetici da lasciare a malapena il tempo di realizzare quanto successo, quindici anni sono oggettivamente un’infinità.
Un’era geologica, più che una semplice finestra temporale, in cui la società è mutata profondamente e – con essa – anche il panorama musicale, sempre più basato su un susseguirsi di mode e fenomeni dal ciclo vitale di poco superiore al paio di stagioni.
Ecco perché il ritorno meneghino degli Shai Hulud, a tre lustri di distanza dalla celebre data al Bloom di Mezzago in compagnia di Sick of It All e All for Nothing, ha davvero il sapore di qualcosa di speciale; un rito collettivo in grado di resistere, stoico e orgoglioso, ai cambiamenti avvenuti nel frattempo, con una formazione oggi come allora svincolata dalle comuni logiche del circuito hardcore/metalcore e un pubblico che – a giudicare dall’età media in sala – non si può dire che si sia rinnovato granché da quel lontano 19 ottobre 2011, presentandosi invecchiato ma ancora legatissimo alla proposta dei cinici reietti floridiani.
Una di quelle serate dove l’atmosfera generale sembra essere rimasta sospesa e congelata nel tempo (un po’ come la carriera del gruppo di Pompano Beach, del resto, fermo discograficamente a “Reach Beyond the Sun” del 2013), la cui riuscita è passata anche dalla capacità di ricordare ai presenti quanto un certo tipo di musica, con il suo corollario di suoni e parole, sia fondamentalmente immortale.

A causa di una serie di chiusure e deviazioni autostradali sull’A8, quando arriviamo al Legend Club (location subentrata letteralmente all’ultimo minuto, dopo lo spostamento dal Q-HUB) i WOJTEK stanno ormai sparando le loro ultime cartucce a base di hardcore/sludge annerito e nichilista, ma riusciamo a non perderci un istante dello show degli IF I DIE TODAY.

Il quartetto, che alla mezzanotte pubblicherà ufficialmente il suo nuovo disco in studio, “I Felt Nothing”, è da tempo una costante del circuito post-hardcore nazionale, e bastano poche battute per capire come la gavetta degli ultimi anni, spesa a macinare chilometri lungo lo Stivale e a sviluppare una formula debitrice di Botch, Converge, Every Time I Die e The Dillinger Escape Plan, abbia chiaramente dato i suoi frutti.
La resa è compatta, sicura, con la fisicità del gruppo non limitata al modo di vivere il palco del frontman Marco Fresia, esagitato come da tradizione, ma estesa a tutti i componenti della line-up, visibilmente ‘dentro’ la performance e i suoi sviluppi umorali e taglienti.
La qualità della scrittura, poi, fa il resto, in un flusso che, senza mai apparire troppo lineare o prevedibile a livello di strutture, ha dalla sua un’urgenza punk ideale per coinvolgere anche coloro poco addentro al repertorio della formazione piemontese, in grado – fra assalti nervosi e digressioni melodiche dosate con accortezza – di mettere a segno un’altra prova convincente dopo quella sullo stesso palco nel giugno 2024, quando si esibì a supporto dei Counterparts.

Parlare degli SHAI HULUD significa necessariamente confrontarsi con una delle mosche bianche dell’intero movimento metalcore.
Una band da sempre ‘avanti’ e, per questo, spesso incompresa dal pubblico, il cui suono unico – nato dall’incontro improbabile ma efficacissimo fra certo scuola hardcore (Chain of Strength, Strongarm, ecc.) e le progressioni virtuose di Voivod e Testament – le ha comunque permesso di scavarsi una nicchia nel cuore di uno zoccolo duro di ascoltatori e di fungere da pilastro per lo sviluppo di buona parte della corrente hardcore/metal ‘evoluta’ degli ultimi decenni, dai suddetti Counterparts – oggi ai vertici della scena – ai compianti Misery Signals.

Così com’era stato per i tour del comeback dello scorso anno (tra cui quello europeo in compagnia di Darkest Hour e Bleeding Through), oltre a una serie di giovani rinforzi per il comparto strumentale, la creatura del chitarrista Matt Fox può oggi ricontare sull’apporto del frontman Geert van der Velde, indimenticata voce del capolavoro “That Within Blood Ill – Tempered”, e l’impressione che abbiamo avuto di questo ‘ritorno a casa’ è stata davvero di quelle positive e ristoratrici.
Infatti, dopo che per un periodo lunghissimo i Nostri erano sembrati destinati a sparire nel silenzio, quasi come un lume lasciato consumare in un angolo lontano della casa, vederli calcare il palco con tanta sinergia e serenità ha subito permesso alla data di Milano di viaggiare sui binari dell’entusiasmo, con i presenti che – alle prime note dell’opener “Scornful of the Motives and Virtue of Others” – sono letteralmente esplosi in un maroso di braccia e corpi protesi oltre le basse transenne del locale.
È chiaro come questo, per molti, non sia uno show come tanti altri, ma un momento catartico da vivere con il massimo trasporto emotivo e fisico, senza guardarsi indietro, sebbene le energie – come detto – non coincidano esattamente con quelle di una folla di ragazzini.

In questa cornice di gente che si lancia a più riprese verso il microfono per cantare i versi iconici del repertorio, la resa complessiva del quintetto è poi impeccabile: detto che la voce di van der Velde si è conservata benissimo e che lui, nello specifico, ha ribadito di essere un valore aggiunto straordinario per autorevolezza e carisma, la musica che fuoriesce dall’impianto della sala rasenta praticamente l’effetto CD, tanto la compagine guidata dalla sei corde di Fox si muove con precisione e fluidità tra gli sviluppi arzigogolati dei brani.
È la fiera dei tempi dispari e delle chitarre intente a seguire ognuna la propria strada, ma anche delle melodie capaci di portare alle lacrime e degli affondi liberatori in chiave mosh. Un flusso irregolare e al tempo stesso coerentissimo, ibrido senza essere presuntuoso, in cui i classici di “Hearts Once Nourished With Hope and Compassion” e “That Within…” finiscono per farla da padrone con qualche altra hit a chiudere il cerchio (“Set Your Body Ablaze”, “A Human Failing”), per un’ora di concerto che lascia evidentemente gli stessi Shai Hulud sorpresi per il calore e la risposta dei fan, come ammesso anche dallo stesso van der Velde.
A conti fatti, dopo tre lustri di assenza, difficile chiedere un ritorno più sentito e trascinante di questo.

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