09/11/2015 - Shining + Caligula’s Horse + Jack Dalton @ Lo-Fi - Milano

Pubblicato il 17/11/2015 da

A cura di Giovanni Mascherpa

Li abbiamo visti di spalla a Devin Townsend a inizio marzo. Li abbiamo incontrati di nuovo all’Hellfest, quest’estate. Ora è venuto il momento di assaggiarli in veste di headliner, per un tour europeo che, tenendo fede alla natura ‘aliena’ e anticonvenzionale dei norvegesi Shining, prevede a sua volta un accompagnamento di band diversissime dai capofila. Assieme al geniale combo di Jørgen Munkeby sono infatti presenti i nuovi enfant prodige del prog moderno (enfant solo perché stanno avendo solo adesso visibilità, l’appena uscito “Bloom” è già il loro terzo disco) Caligula’s Horse e i post-corer Jack Dalton, dalle qualità artistiche direttamente proporzionali all’ironia del nome. In giro per l’Europa gli Shining sono oramai abituati a platee piuttosto ampie e locali di grandi dimensioni, situazione non riproponibile in Italia dove il seguito nei loro confronti è in crescita ma non sufficiente da reclamare venue anche solo di media grandezza. Ad accogliere uno dei gruppi più innovativi degli Anni 2000 ci pensa quindi il Lo-Fi, prodigo verso chiunque eserciti musica di elevato spessore e possa proporre contenuti profondi, istrionici, non allineati. Ne abbiamo già parlato in altri report, ma crediamo che valga sempre la pena lodare la politica di questo locale milanese, diventato un faro culturale luminescente come pochi altri e capace di attirare anno dopo anno band e tipologie di pubblico dalle estrazioni più disparate. Quindi, ben venga che i cinque jazzisti-metallari si esibiscano dove c’è vera domanda per la loro musica. Per quanto riguarda la risposta del pubblico milanese, il discorso si fa paradossale. Quanto a presenze, non ci siamo proprio: un centinaio o poco più per gli headliner, molti di meno per i Caligula’s Horse e un quantitativo ridicolo per gli opener. Guardando al calore degli intervenuti, la situazione si ribalta completamente: raramente, a un concerto con un pubblico così ridotto, abbiamo vissuto una tale partecipazione, una positiva isteria e una veemenza nel rispondere alle bordate provenienti dal palco così entusiasta. Potere degli Shining, che anche al Lo-fi, e forse proprio grazie al Lo-Fi e alla sua mancanza di divisioni fra astanti e musicisti, hanno potuto esprimere la loro caotica e orecchiabile follia ipertecnica in maniera maestosamente devastante.

 

Shining - locandina concerto MIlano - 2015

JACK DALTON

Chi saranno mai questi Jack Dalton, esordienti quest’anno, ad agosto, con “Past Swallows Love”? Guardando a chi ha prodotto il disco, viene da pensare che ci sia qualcosa di grosso dietro. Infatti, i due produttori sono stati nientemeno che Matt Bayles (alcuni dei capolavori di Isis, Mastodon e From Ashes Rise sono passati sotto le sue amorevoli mani) e Jørgen Munkeby medesimo. Non potevano essere degli smidollati questi ragazzi, che devono aver pensato di stare subendo un piccolo scherzo della sorte quando, poco prima di iniziare il concerto, si sono accorti che davanti al palco eravamo in sei. Sei. Non uno di più, non uno di meno. Jimmy Nymoen, il cantante, ci ha contato. Ha riso, poi ha ricontato. Ha alzato le spalle, più divertito che mortificato dalla faccenda e ha dato il via alle operazioni. Non ci abbiamo messo tanto ad accorgerci del perché Munkeby li tenga sotto la sua ala protettrice. Un po’ come fanno i Refused, soprattutto quelli di “Freedom”, i Jack Dalton amano giocare con gli accostamenti insidiosi, frequentando linee vocali e chitarristiche pop un attimo prima di schivare la linearità e buttarsi a capofitto in pattern rotti e labirintici, per arrivare quindi a sputarsi fuori dal caleidoscopio generato con un andamento bello scorrevole e impattante. La botta chitarristica non arriva mai a punti di cieco livore, mantiene sempre una certa pulizia e nitidezza, esemplare nel circuirci e disorientarci; a volte il brano sembra prendere una piega soft e improvvisamente esplode in un bailamme vorticoso, oppure si flette e si arrovella in avvio su cadenze spezzettate e infine si semplifica e si ammansisce. Il post-core di questi nordici non punta al culto della stranezza sincopata dei The Dillinger Escape Plan, va piuttosto a prendere qualcosa dallo screamo vecchio stile, dall’indie e dall’hardcore ‘evoluto’, e li miscela secondo coordinate non ancora pienamente distintive, ma sicuramente fuori da catalogazioni canoniche. Sul palco i ragazzi ci sanno fare eccome, il cantante si dimostra il tipo amichevole e grintosissimo intuito in avvio; quando esce a stringere mani e a cantare in mezzo al pubblico capisce che saremo pure in pochi, però già gli vogliamo un gran bene! Per fine concerto qualche decina di unità è lì a fissare sgranando gli occhi chi sta suonando e una volta passati al banchetto del merchandise i nostri eroi vedranno una discreta frotta di persone accorrere a comprare un disco o una maglietta. Una piccola opera di conquista portata a compimento.

CALIGULA’S HORSE

Spuntati quasi dal nulla dinnanzi al pubblico metal con “Bloom”, edito dalla InsideOut, in verità gli australiani Caligula’s Horse sono in giro da qualche anno e con l’ultimo album hanno tagliato il traguardo della terza pubblicazione su lunga distanza. In soli cinque anni di vita, peraltro. Tempo che sembra davvero risibile in considerazione di quello che possono combinare su di un palco. Perché, come e di più di chi li ha preceduti, non ci vuole un fine uditore per comprendere che siamo di fronte a qualcosa di ben superiore a una brava band progressive. Meglio sarebbe vedere nei Caligula’s Horse, assieme ai Riverside e ai Leprous, le basi di quella che dovrebbe essere la concezione moderna del prog. Ovvero, come si usava negli Anni ’70, una definizione destinata a chi sappia abbracciare nelle proprie sonorità uno scibile musicale pressoché sterminato. Non – sia mai! – combinando influenze e sapori in Frankenstein di suoni incapaci di comunicare gli uni con gli altri. Nient’affatto, la musica degli australiani vive di armoniche concordanze nelle diversità, infusioni musicali che trascendono le basi di partenza come fossero arditi composti chimici perfettamente stabili e ambivalenti. Ci vuole fegato, come hanno fatto al Lo-fi, a partire blandi ed eterei pizzicando le corde degli strumenti e intonando un canto a cappella in limite di falsetto, svoltare a trecentossesanta gradi su e giù per le strade del prog moderno più astruso, riplanare dolcemente in sezioni solistiche dolcissime e intricate senza alcuna punta di arroganza. Jim Grey, il cantante, con una scenetta simile a quella del collega dei Jack Dalton, fa finta di ripararsi gli occhi per guardare lontano, nel tentativo di scorgere nitidamente spettatori immaginari in fondo alla venue. Sorride – perché prendersela se siamo in pochi, no? – e ci confida che: “Milano è grande, voi siete solo una piccola parte della città. Ma siete anche la parte migliore!”. Verissimo, viene da pensare, o almeno chi è qui ha fiuto per la buona musica, dote non proprio comune, e si gode sgranando gli occhi una performance maiuscola, trascendente il prog pienamente detto. Mentre Grey alterna toni commuoventi a sfrontate sfide al pentagramma, sfoderando falsetti sublimi e urla aggressive, ma sempre pulite, fiammeggianti e invincibili, la coppia ritmica fa i salti mortali nel fustigare e saltellare di palo in frasca. Chi scrive trova assai divertente che il batterista Geoff Irish, elemento tecnicissimo e dal tocco inconfondibile, riesca ad architettare pattern mutevoli e vastissimi, anche nelle diverse calibrazioni dell’energia sui tamburi, avendo davanti un set minimale, con tre elementi in tutto oltre ai piatti, quando molti colleghi progster arrivano sul palco con batterie di dimensioni gigantesche. Segno, se vogliamo, della ricerca della semplicità di cui la band si rende protagonista; a fronte di un campionario di soluzioni pressoché infinito, sfuggono con intelligenza a qualsivoglia forma di autoindulgenza e autocelebrazione. Ogni canzone non ha praticamente un solo punto in comune con la precedente e la successiva, se non una classe tastabile con mano. Djent, alternative, prog rock, metal classico, avantgarde, sono solo alcuni dei punti cardinali della musica degli australiani, etichette da sole insufficienti a rappresentarli compiutamente. Se ci aggiungiamo un outfit genuino, energico e un’assoluta mancanza di prosopopea negli atteggiamenti, capirete che ci siamo goduti un concerto davvero splendido. Per quanto ci riguarda, sono già collocabili tra i gruppi guida del progressive metal moderno.

SHINING

Gli stessi personaggi che di lì a breve vedremo dimenarsi sugli strumenti si preparano il palcoscenico da soli, senza il ricorso ad alcuna crew. Per una volta, assistiamo ammirati già a queste operazioni spesso trascurate dagli spettatori, eppure fondamentali per poter godere dello show in condizioni ideali. Sparecchiato lo stage dell’attrezzatura dei Caligula’s Horse, ecco popolarsi gli spazi un po’ angusti del Lo-fi con pedaliere enormi, le tastiere di quell’invasato di Eirik Tovsrud Knutsen, la batteria dell’eclettico interprete dei tamburi Tobias Ørnes Andersen e, infine, ecco sfoderato dalla sua custodia lo strumento principe di tutto il palinsesto avanguardistico, il sassofono di Munkeby. Le scrostature del sax, i segni della consunzione derivata da un uso indefesso sono la testimonianza nuda e cruda della fatica del musicista, del suo sacrificarsi pienamente all’arte senza risparmio alcuno nelle energie fisiche e intellettuali. Quando anche le voci e i vari filtri necessari a riprodurre tutto il graffiante sentire positivamente aggressivo di Munkeby sono a posto, si può cominciare. Anche se sappiamo cosa aspettarci, visto che abbiamo assistito alle ultime tappe live dei cinque, capiamo che non sarà ‘semplicemente’ un grande concerto degli Shining. Il fattore determinante, l’incognita divenuta jolly vincente, è proprio la ristrettezza del palco e l’aderenza totale col pubblico. Perché a dispetto di una formazione avvenuta nei conservatori migliori della Norvegia, il quintetto sobriamente vestito di nero e con la parvenza dei bravi ragazzi nordici è in verità un manipolo di pazzi dissennati, talmente bravi a gestire la strumentazione di competenza da permettersi già dall’apertura affidata a “I Won’t Forget” di scaricarci addosso una forza cinetica capace di illuminare – siamo sempre lì – a giorno anche la più buia delle nottate. Saremo noiosi a ripeterlo, ma quando un gruppo come gli Shining può suonare assistito da un impianto monstre come quello del Lo-fi e ha a disposizione un fonico con gli attributi, l’unica risultate possibile è l’Apocalisse. Non quella grondante sangue, miasmi e orrore del metal estremo, stiamo parlando dell’energia di mille big-bang generanti nuovi mondi a ripetizione, uno più strampalato e meraviglioso dell’altro, che ci si mostrano davanti quando i fasci di luce bianca dai fari a lato del palco emanano luce a intermittenza, i riflettori sopra il palco pulsano epilettici, lo sfondo di televisori si illumina delle immagini dei video ufficiali e le chitarre perdono coscienza della loro normale essenza, danzando in un tip-tap industriale rapidissimo. Mentre le tastiere sembrano esplodere, violentate dalle ditate frenetiche di Tovsrud Knutsen, accasciato sui tasti, piegato in due nello sforzo e nella trance della riproduzione di una tale soundtrack digitale, accelerometro emotivo di uno scompaginamento esteriore e interiore quasi insostenibile. “The One Inside” e “My Dying Drive” provocano capogiri estasianti, il sax può comunicare un minimo di rilassatezza oppure essere il definitivo elemento di annichilimento e dispersione della sanità mentale, ma è sempre una delizia, un’invenzione istrionica, fulcro del disordine oppure causa di piccolo rilassamento, che non rimane mai orpello vanitoso, piuttosto punta di diamante in un arsenale già abbondantemente munito. Quando arriva anche il primo estratto di “Blackjazz”, “Fisheye”, sconfiniamo nella dimensione dell’avanguardia più complicata, fisica e coerente che mente umana possa concepire: gli scatti e controscatti ritmici, lo schizzare di synth e chitarre in una specie di giostra impazzita di efferatezze turbinanti, tutto lascia un’impressione di esorbitante onnipotenza e intelligenza sconfinata. Forse qualcuno, anche tra le prime file, era in loco con l’idea di godersi il concerto con una certa calma: solo che è impossibile non farsi catturare, restare composti e non rispondere a tono alle ‘provocazioni’ di Munkeby e compagni. Si può respirare e semplicemente inspirare musica d’autore nell’intermezzo di “Red Room” o nel regno delle assurdità di “HEALTER SKELTER”, oppure nel pezzo di rottura dell’ultimo disco, la quasi-ballad “House Of Control”. Poi tocca ricominciare a farsi scuotere, divincolare i propri corpi quasi in pose innaturali al ritmo delle percosse elettromagnetiche di “The Last Stand” – singolone da panico – “Burn It All” e l’ubriacatura di girotondi sul vuoto di “Last Day” – associabile immediatamente allo splendido video girato sullo sperone di Trolltunga. In tutto questo scambio di beat, elettroni, delizie jazz, distorsioni crespe e massacranti, Munkeby ci guarda fisso con quei suoi enormi occhi azzurri, un po’ giocando alla parte del demonio gentile, quello ben vestito e impomatato di un thriller americano dove il cattivo è spesso bello e cinico, più spesso abbozzando un sorriso di compiacimento per la facinorosa accoglienza. Fatto che confesserà averlo colpito molto, in una delle rare pause di un concerto con pochissimi attimi di tregua. “Exit Sun” è un altro rollercoaster dal percorso impossibile e su cui vengono sbriciolati record di velocità, destrezza e flemmatica follia, ma non basta ancora. Munkeby si lascia pure andare sulla piccola folla adorante ai suoi piedi per un po’ di stage diving, durante il quale non smette ovviamente di suonare la sua chitarra. Dopo una pausa molto breve, giusto per ascoltarsi il richiamo dei fan adoranti schiacciati attorno al palco, ecco i cinque tornare e dare l’ultima mazzata con il brano-manifesto degli Shining: “The Madness And The Damage Done”. A questo punto sono tutti spostati a bordo stage, a ridosso delle spie, e qualcuno prova pure ad accennare un minimo di mosh: tentativo abortito in pochi secondi, ma rimane il fatto che sul finale anche gli animi più calmi sono ormai completamente fuori di senno e privi del normale aplomb. Ciò a chiusura di una serata pazzesca, dove i norvegesi alle loro indiscusse capacità strumentali e intrattenitive hanno aggiunto l’adattabilità agli spazi ridotti e un’ulteriore carica umana, di vera comunione con chi gli stava di fronte. Come promesso, Munkeby a fine concerto si recherà allo stand del merchandise per concedersi con piacere a foto e firme di cd e vinili. Con grande umiltà e gioia, perché come ci ha confidato nell’intervista pubblicata un paio di settimane fa su queste stesse pagine, è solo l’amore per la musica, e nient’altro, a guidarne le azioni. Per quanto ci riguarda, il concerto è stato un ulteriore passo in avanti degli Shining nel ristretto girone dei fuoriclasse della nostra musica.

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