21/01/2026 - SLAUGHTER TO PREVAIL + DYING FETUS + SUICIDE SILENCE @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 24/01/2026 da

Report di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Foto di Benedetta Gaiani

Chi usa i social, probabilmente, ha l’abitudine di postare il prossimo concerto a cui parteciperà, per tastare il terreno su chi della propria bolla di conoscenze/crush/amicizie si potrebbe incontrare. Quando le interazioni e le bacheche sono infestate dalla data, e si nota che anche persone insospettabili parteciperanno con entusiasmo e curiosità, si può parlare propriamente di ‘evento’. È questo il caso della data milanese degli Slaughter To Prevail, che col loro successo travolgente si affiancano ai Lorna Shore come figure guida della nuova ondata deathcore, incarnando un passaggio generazionale che realizza numeri impensabili. Le cifre sono sicuramente trainate dal personaggio Alex Terrible, ragazzotto russo che realizza il sogno americano: basta guardarlo in faccia per capire come sia emblema di quella popolarità contemporanea fatta di eccessi, osservando la scarificazione accanto alla sua dentatura perfetta e hollywoodiana.
Inoltre, questo “Grizzly Winter Tour 2026” ha fatto parlare di sé anche per i supporter: i discussi headliner hanno trovato gregari di lusso come i rispettati veterani del brutal death Dying Fetus, insieme a vecchi paladini del deathcore Suicide Silence. Facile capire come le premesse per un successo ci siano tutte, infatti fuori dall’Alcatraz molti fan sfidano il freddo già dal tardo pomeriggio formando una lunga fila.

Fa piacere vedere i SUICIDE SILENCE davanti a un pubblico foltissimo, in un grande club, con una risposta incredibile. La deathcore band californiana fa parte della prima ondata deathcore (2005-2010), è sopravvissuta al decesso di un frontman fondamentale come Mitch Lucker e mantiene una base di fan affezionata. Se Hermida fa ormai parte della famiglia, non ci siamo ancora abituati a vederli senza Alex Lopez alla batteria (uscito nel 2022), figuriamoci se possiamo chiudere un occhio sull’assenza del chitarrista Chris Garza (in pausa da poche settimane). La band appare galvanizzata dalla risposta calorosa dei presenti, scegliendo per il breve tempo a disposizione una scaletta contenente solo il meglio del meglio, anche se vuol dire escludere del tutto le canzoni dell’ultimo disco e scegliendo solo “Love Me to Death” (da “Become The Hunter” del 2019) dal periodo Hermida. Ovviamente brani come “Wake Up”, “Disengage”, “You Only Live Once” e “No Pity For A Coward” sono ancora efficienti e potentissimi, così il loro breve set è davvero godibile, dall’inizio alla fine.

Ha fatto discutere la presenza dei DYING FETUS come opener di questo tour europeo: lontani anni luce dall’estetica e dalle contaminazioni degli headliner, i veterani sono un vero e proprio caposaldo del brutal death vecchia scuola e si pongono in maniera diametralmente opposta ai russi. Questo non vuol dire che siano senza senso dell’umorismo, infatti, prima dell’inizio della carneficina sonora, parte la dance anni ’70 di “YMCA” dei Village People, che raduna il pubblico davanti al palco prima del vero e proprio inizio con “In the Trenches”. Il banner enorme dietro il trio recita semplicemente “Dying Fetus”, così immobilizzati nella loro postazione il leader John Gallagher e i gregari alla sezione ritmica Sean Beasley e Trey Williams svolgono la loro masterclass impressionando un pubblico per gran parte a digiuno della proposta del gruppo. “Grotesque Impalement” e “Kill Your Mother, Rape Your Dog” sono veri e propri classici, brani che hanno reso la band del Maryland un pilastro del genere, e i riff iconici di “Praise the Lord (Opium of the Masses)” sono l’ideale per chiudere l’ennesima esibizione impeccabile. Tecnicamente inappuntabili, con un sound potente e mix bilanciato (nonostante il ruolo di opener), i Dying Fetus si sono dimostrati intramontabili nel loro stile intenso ed assassino, mostrando ai giovani presenti un’aura da maestri. Un tour europeo quasi interamente sold out davanti ad un pubblico giovane ed affamato non nuocerà certo alla loro reputazione.

Alle 21:20 l’Alcatraz è vicino al sold out e si respira grande energia e curiosità per lo show che sta per iniziare. Rispetto al giugno 2024, quando gli SLAUGHTER TO PREVAIL hanno suonato per la prima volta in Italia, l’ascesa del gruppo è continuata su scala internazionale, con un disco ben accolto come “Grizzly”, performance da headliner in festival importanti già portate a casa (New England Metal and Hardcore Festival) o annunciate (Bloodstock Open Air), e ovviamente il grandissimo circo mediatico giostrato da un mago della comunicazione come Alex Terrible, che, per dirne una, si è fatto letteralmente spaccare la faccia in un incontro di boxe a mani nude prima di partire per uno dei tour più importanti della loro carriera (la serie di date coi Falling In Reverse). Il concerto al Live di Trezzo mostrava una band ancora immatura, che ha pasticciato un po’ con suoni e basi e ha avuto un mixing incerto, ma che tutto sommato si è dimostrata divertente. Oggi la situazione è ben diversa, cominciando dall’enorme orso che si erge dietro la batteria, perfetto per incarnare lo spirito di una band che ha fatto uno dei suoi punti di forza il giocare al limite del cringe. Niente fiamme, come ci aspettavamo dalle regole più rigide in vigore dalle nostre parti, ma almeno ci sono i cannoni di fumo in sostituzione.

Il set inizia sulle note di “Bonebreaker”, e l’impatto sul pubblico è enorme, sia per la botta di uno dei pezzi più aderenti ai canoni deathcore, che per le caratteristiche maschere con cui si presenta la band e, non per ultimo, per la condizione fisica del frontman, con degli addominali visibili dal fondo della sala. Col proseguire della setlist, incentrata pesantemente sui brani del disco nuovo, notiamo come la situazione sia decisamente migliorata con un uso più organico e sapiente delle basi, suoni potenti ed efficaci ed una prova ineccepibile a livello vocale, che mostra più volte la potenza, l’ugola e i polmoni del frontman. Il trucco sta ovviamente non solo nel comparto tecnico della produzione, ma nelle caratteristiche delle composizioni dell’ultimo “Grizzly”, che dal deathcore si avvicinano furbescamente agli Slipknot e ai Rammstein, con composizioni relativamente più facili o memorizzabili come “Imdead” “Babayka” e “Viking”.

Il concerto, tra l’altro, si sta standardizzando con momenti predefiniti, ovvero il brano dedicato al wall of death, quello in cui viene richiesto il circle pit, il discorso motivazionale. Alcuni, come l’assolo di batteria e il “tutti giù per terra”/”jumpdafuckup” sono stanchi e prevedibili, ma generano sempre engagement (come le bestemmie usate dai gruppi di apertura). Per fortuna, i russi hanno poi una mossa speciale tutta loro, ovvero quando Alex chiede silenzio alla sala per urlare senza microfono scatenando il breakdown. Invece, neanche una parola, nemmeno sui social, riguardo l’assenza del chitarrista fondatore – ed unico membro non russo – Jack Simmons: non sappiamo nemmeno se le sue parti siano state coperte da un guitar tech o, più probabilmente, da basi pre registrate.

La setlist arriva velocemente al termine nel corso di un’oretta, ma dopo la finta uscita e le foto non può mancare la hit “Demolisher”, vero e proprio cavallo di battaglia del gruppo, che manda a casa tutti gli “italian grizzlys” col sorriso sulle labbra. Qualcuno continuerà a dichiararsi non convinto al 100%, professando addirittura la superiorità dei gruppi spalla, ma intanto anche costoro hanno pagato il biglietto. Con la loro eco mediatica, la pubblicità gratuita da parte dei cosiddetti hater e, soprattutto, con scelte efficaci e consapevoli, come puntare su un disco valido e più riproducibile in sede live, su una produzione e un comparto tecnico di alto livello, un merch curatissimo… siamo sicuri che i russi hanno un futuro roseo davanti a loro.

SUICIDE SILENCE

DYING FETUS

SLAUGHTER TO PREVAIL

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