Report di Luca Pessina
Fotografie di Bryce Hall (per gentile concessione dell’organizzazione)
Nel cuore di Londra, una giornata all’insegna del metal riporta migliaia di persone a Finsbury Park. È una domenica di luglio che si inserisce in un fine settimana già carico di significato per la scena metal: il giorno prima, a Birmingham, i Black Sabbath e Ozzy Osbourne hanno salutato definitivamente i palchi, supportati, tra l’altro, da alcune delle band presenti oggi.
L’evento londinese si presenta quindi come una sorta di contraltare: se a nord si è celebrato l’addio delle origini, qui si guarda a ciò che ancora resiste e, in parte, evolve.
Parlando di gente che resiste – e che, in un caso specifico, si sopporta – il ritorno sul palco degli Slayer è, in questo senso, il nodo più emblematico della giornata. Dopo lo scioglimento annunciato nel 2019 e l’ultimo show a Los Angeles, sembrava che la loro storia fosse davvero conclusa.
Kerry King, tuttavia, non aveva mai nascosto di considerare quella decisione troppo affrettata. Più volte, nei mesi e anni successivi, il chitarrista ha fatto capire quanto avrebbe voluto continuare, anche se i rapporti con il frontman del gruppo erano ormai deteriorati. Tom Araya, infatti, pareva deciso a fermarsi una volta per tutte, stanco di un’esistenza in tour che portava con sé più malumori che soddisfazioni.
Per anni, le loro strade sono rimaste separate, fino a quando un dialogo tra i due è stato riaperto. Alla fine, un compromesso: niente tour estesi, niente ritorno full-time, ma una manciata di concerti ogni anno, scelti con cura. Pochi appuntamenti, ma significativi. E quello di Finsbury Park è uno di questi.
Il cartellone della giornata è di quelli che attirano un pubblico ampio: leggende come appunto gli Slayer, band storiche come Anthrax e Hatebreed, nomi da tempo molto affermati come Mastodon e Amon Amarth, e persino una giovane promessa come i danesi Neckbreakker.
Il pubblico rispecchia questa varietà: non è raro vedere genitori accompagnare figli piccoli, alcuni dei quali alle prese con i primi concerti della vita: forse è presto per parlare di un vero ricambio generazionale, ma è un segnale che fa comunque ben sperare.
Anche la location gioca un ruolo positivo: Finsbury Park è spazioso, accessibile, in quest’occasione privo di troppe suddivisioni artificiali: niente pit esclusivi o barriere inutili. Un’area festival pensata con relativa semplicità, in linea con un’idea di concerto dal vivo che punta più sulla condivisione che sulla spettacolarizzazione.
I servizi sono abbondanti – bar, street food di vario tipo, merchandising – anche se i prezzi, come prevedibile, rimangono molto alti. È una tendenza ormai difficile da arginare, che accompagna ogni grande evento musicale contemporaneo.
Il tempo regge: solo un acquazzone nel primo pomeriggio disturba brevemente la giornata, subito seguito da un’alternanza di sole e nuvole, con temperature tutto sommato gradevoli. La cornice, insomma, è quella giusta.
Resta da vedere se le band sapranno essere all’altezza delle aspettative. E, almeno nella maggior parte dei casi, la risposta sarà positiva.
Sono giovanissimi, hanno un solo disco all’attivo e un contratto con Nuclear Blast che ha già fatto parlare in madrepatria. I danesi NECKBREAKKER aprono le danze nel primo pomeriggio, davanti a un pubblico ancora in parte disperso tra le entrate e gli stand gastronomici, ma attento.
L’occasione è di quelle importanti: suonare in uno slot del genere può dire molto per una band agli inizi, e i ragazzi sembrano pienamente consapevoli della posta in gioco.
Il loro set è breve, come prevedibile, ma piuttosto intenso. C’è energia, sicurezza nei movimenti e una padronanza del palco già notevole. I brani, fedeli alla forma su disco, si muovono su coordinate death-thrash tutto sommato moderne, con qualche passaggio più melodico qua e là.
La critica principale, già emersa all’uscita dell’album, rimane valida anche dal vivo: alcune canzoni appaiono un po’ troppo estese, con strutture che rischiano di disperdere l’impatto. Detto questo, è un problema che molti gruppi alle prime armi si portano dietro, e l’esperienza live potrà solo affinare la scrittura.
Nel complesso, una prestazione più che dignitosa, che lascia intravedere del potenziale, specie in un contesto meno dispersivo di un festival.
Puntuali e solidi come sempre, gli HATEBREED salgono sul palco con una formazione inedita ma rodata. Frank Novinec è fuori dai giochi per motivi di salute – a lui va un lungo applauso dal pubblico – e al suo posto troviamo Matt Bachand degli Shadows Fall, presenza tutt’altro che improvvisata. Al basso, invece, Carl Schwartz dei First Blood sostituisce Chris Beattie, uscito di scena da poco, in toni tutt’altro che amichevoli: un cambio abbastanza netto per una band con un’identità sonora fortissima, ma che tuttavia almeno qui non sembra soffrire la situazione.
“I Will Be Heard” è l’attacco frontale che ci si aspetta: aprendo con uno dei loro brani più famosi, il gruppo manda un segnale chiaro. Da qui non c’è spazio per tentennamenti: il pubblico reagisce immediatamente, il pit si forma spontaneo e inizia a muoversi. La band punta soprattutto sui brani più anthemici, quelli da urlo collettivo e pugni al cielo, e la mezz’ora scarsa a disposizione viene gestita con furbizia ed esperienza.
Jamey Jasta non è più l’animale da palco ipercinetico di un tempo, ma dosa bene le energie e conserva il carisma. La voce tutto sommato tiene, i suoni sono chiari e incisivi (anche se la batteria risulta un po’ troppo alta rispetto alle chitarre, almeno inizialmente), il pubblico risponde appunto compatto. Gli Hatebreed fanno esattamente quello che devono fare: tirano dritto, convincono e salutano senza fronzoli.
Con l’arrivo dei MASTODON, il livello tecnico si alza e la scaletta si fa più generosa. È una fase centrale del pomeriggio in cui il cielo alterna nuvole dense a sprazzi di sole, e l’afflusso sotto palco si fa via via più compatto. La band di Atlanta non ha mai avuto l’attitudine dei cosiddetti crowd-pleaser, e anche oggi mantiene il proprio stile: pochi fronzoli, nessun bisogno di gridare al pubblico cosa fare, solo musica, densa e stratificata.
La chiacchierata separazione da Brent Hinds appare ormai metabolizzata, e la presenza alla chitarra di Nick Johnston, virtuoso ma mai invadente, si integra bene nel sound del gruppo. Sul palco con loro c’è anche João Nogueira alle tastiere, il cui apporto è più importante di quanto sembri, soprattutto per le sfumature atmosferiche e progressive che arricchiscono i pezzi post-“Crack the Skye”.
Nessuno dei membri ‘storici’ è mai stato un frontman e un cantante canonico, ma gli incastri vocali tra Dailor, Sanders e Kelliher – seppur non perfetti – sono ormai consolidati e danno colore all’esecuzione.
La setlist è ben calibrata e attinge da tante fasi della discografia, con un equilibrio che fa piacere notare. Ovviamente l’entusiasmo maggiore arriva quando si pescano pezzi da “Leviathan”, ma l’impressione generale è che buona parte di questo pubblico abbia seguito la band anche negli ultimi lavori.
I Mastodon, dal vivo, comunque non cercano di piacere a tutti: portano in scena un’identità forte, fatta di groove, cambi di tempo, armonie oblique e una trasversalità che li avvicina in ampi tratti a una sorta di versione prog metal dei Melvins. Un carattere e un’identità decisi, che anche questa volta si impongono con forza all’attenzione di tutti.
I primi cenni di calo fisico si avvertono ora, quando Belladonna, super tinto ma sempre sorridente, entra in scena per guidare gli ANTHRAX in un set breve e focoso. È l’unico vero frontman ‘classico’ della giornata: interagisce, corre, fa battute, ringrazia. Alla lunga, però, si nota un certo affanno nei movimenti, che è naturale a sessant’anni suonati; nulla però che incida davvero sulla resa vocale, comunque ancora buona.
Il set è un compendio di storia thrash newyorkese, con una scaletta molto conservativa. Otto pezzi, due dei quali sono cover: “Antisocial” e “Got the Time”, presenze fisse da decenni, ben accolte ma ormai prive di sorpresa. Puntualmente efficaci, comunque, “Metal Thrashing Mad” e “I Am the Law”, episodi che dal vivo da sempre acquistano una marcia in più.
Resta in sottofondo la perplessità, mai del tutto sopita, sull’assenza totale del repertorio dell’era Bush. Comprensibile da un punto di vista pratico, dato che il timbro e l’impostazione di Belladonna sono assai diversi da quelli di Bush, un po’ meno da quello storico: un periodo importante e prolifico della carriera della band viene sistematicamente ignorato, e questo finisce col ridurre un po’ la ricchezza dell’offerta.
In ogni caso, “Indians” resta un’altra garanzia, accolta con il giusto calore, e Belladonna, nel finale, si prende il tempo per scendere lungo tutta la prima fila a stringere mani: un gesto semplice ma genuino ed efficace, che chiude il set su una nota positiva.
Con l’arrivo degli AMON AMARTH si entra nel territorio delle certezze ad alto volume. La produzione è più ricca, i movimenti scenici più studiati, e l’impatto visivo – vichinghi, corna, simboli nordici – è ormai parte integrante dello show. La musica però segue un’altra traiettoria: più accessibile, più lineare, più ‘heavy metal’ nel senso classico del termine.
La band svedese ha iniziato proponendo un death metal melodico ruvido ed epico, ma il tempo e il successo li hanno portati verso una formula sempre più cadenzata e dritta, pensata per coinvolgere anche chi non ha particolare dimestichezza col genere. E funziona, va detto: il pubblico delle prime file partecipa, canta, alza le braccia. L’intrattenimento, almeno per una certa fascia della platea, è garantito.
Chi ha orecchie abituate a strutture più complesse e magari pretende riff meno scolastici, però, rischia di stancarsi. I pezzi recenti ruotano tutti attorno a soluzioni simili: groove marcati, ritornelli da coro e una vena maideniana e acceptiana che rimanda a formule molto canoniche.
La voce di Johan Hegg resta potente, ma la sensazione è quella di uno spettacolo prevedibile, dove il gruppo si impegna senza strafare, persino consapevole che quanto sta proponendo non è certo destinato a fare la storia del metal. Ma, appunto, questo repertorio paga – e parecchio – quindi si capisce perché Olavi Mikkonen e compagni si guardino bene dal cambiare. Come sul set de “Gli Occhi del Cuore”, “la qualità ha rotto il cazzo”.
Per il pubblico meno esigente, è una vittoria su tutta la linea. Per altri, un segmento di show in cui prendere fiato in vista dei titani conclusivi.
La folla è ormai vasta e accesa, pronta per quello che è senza dubbio il set centrale della giornata. Prima dell’inizio vero e proprio, sugli schermi viene trasmesso un breve documentario, una sorta di introduzione visiva che ripercorre alcuni momenti della carriera degli SLAYER. Sono filmati d’archivio, brevi ma d’impatto: live storici, sessioni in studio, backstage. Colpisce sempre la presenza di Jeff Hannemann, protagonista in molte delle immagini: sorridente, sguardo tagliente, chitarra stretta al petto.
Poi sul palco si fa buio. I quattro salgono e attaccano. Come sempre. Una coerenza che, al di là del valore puramente musicale, resta una delle loro qualità più distintive: niente concessioni, niente artifici. Solo Slayer.
Rispetto ad altri nomi storici, non c’è attorno a loro una patina nostalgica o quell’esaltazione retorica da ‘ultimo baluardo di un’epoca’. I quattro sono qui per suonare. Per fare il loro lavoro.
E lo fanno con la consueta serietà, anche se è noto come le dinamiche interne siano tese. È risaputo infatti che tra Araya e King i rapporti siano al minimo sindacale, ma non è che in passato i due si scambiassero pacche sulle spalle o battute davanti alla platea. Non c’è mai stato spazio per pose da ‘fratellanza metallica’: oggi come ieri, ciascuno fa la propria parte con la stessa professionalità e con il medesimo senso del dovere.
Come prevedibile, Tom Araya, rispetto al passato, dosa le forze: la voce, inevitabilmente, non è più quella di un tempo; certe urla le lascia cadere, alcuni versi vengono saltati, ma c’è pur sempre una schiera di migliaia di persone pronta a colmare quel vuoto con entusiasmo. Quando Araya si limita a ringraziare e accennare un sorriso, la risposta è un boato. È il suo carisma a tenere insieme tutto, e il pubblico lo sa. Anche con un filo di voce, resta centrale.
Bostaph, dal canto suo, è una forza della natura. Negli anni è diventato la spina dorsale di questo gruppo, con un drumming costante, preciso, mai eccessivo ma sempre funzionale. King e Holt, infine, sono garanzie. Holt si muove più di tutti e abbina solidità esecutiva a una più marcata presenza scenica. King, invece, tiene il ruolo del condottiero – per quanto freddo – e con il suo arsenale di riff guida la carica.
La setlist è molto generosa: venti brani, una selezione che guarda soprattutto al repertorio anni Ottanta e inizio Novanta, con “Seasons in the Abyss” a fare da perno. L’accoglienza per un brano non suonato troppo spesso come “Spirit in Black” è fragorosa, e fa piacere trovare anche un episodio come “213”, recuperato da quel “Divine Intervention” che viene spesso tralasciato quando si tratta di assemblare la scaletta.
“Hell Awaits” viene invece rappresentato dalla sola title-track: un po’ poco, se si pensa alla caratura di quell’opera. D’altronde, i dischi sono tanti ed è noto che King apprezzi soprattutto il materiale più rapido e conciso.
Un momento speciale arriva poi con “Wicked World” dei Black Sabbath, proposta come omaggio alla band che il giorno prima ha salutato per sempre il proprio pubblico a Birmingham. Un gesto significativo, soprattutto per una formazione come gli Slayer, che non si è mai distinta granché per tributi o parole di circostanza. È un ringraziamento secco e concreto, alla maniera loro. Nessuna spiegazione, nessun discorso: solo musica.
Il finale è poi il solito trionfo: “Postmortem”, “Raining Blood” ed “Angel of Death” chiudono il set in una progressione che travolge ogni tentativo di resistenza. Il pubblico è un’onda, e sotto palco si scatena il pit più acceso della giornata. Qui si avverte una spinta in più anche da parte del gruppo: nonostante il tempo passato, gli Slayer riescono ancora a comunicare qualcosa di viscerale. E questo, al di là di tutto, è ciò che conta.
Chi li ha visti negli anni Ottanta o Novanta avvertirà inevitabilmente la differenza in termini di aggressività, di postura fisica, di intensità pura. Ma è il peso dell’età, non sempre dell’intenzione.
Gli Slayer si confermano insomma per ciò che sono sempre stati: una forza netta e pressoché immutabile. Non cercano approvazione, non inseguono il tempo. Suonano. E quando lo fanno, il palco – anche dopo decenni – è ancora territorio loro.
Setlist:
South of Heaven
Repentless
Disciple
Die by the Sword
Jihad
War Ensemble
Chemical Warfare
Reborn
Mandatory Suicide
Born of Fire
Dead Skin Mask
Spirit in Black
Hate Worldwide
Seasons in the Abyss
Hell Awaits
213
Wicked World (Black Sabbath cover)
Postmortem
Raining Blood
Angel of Death





