22/09/2004 - Slayer + Slipknot + Hatebreed @ Palasharp - Milano

Pubblicato il 01/10/2004 da

A cura di Marco Gallarati e Luca Pessina

23 settembre 2004, ore 19 in punto: da ormai più di mezz’ora l’automobile che sta trasportando i tre bravi redattori di Metalitalia.com all’agognato appuntamento con il Mazdapalace, in occasione dell’attesissimo concerto che vedrà protagonisti Slayer, Slipknot ed Hatebreed, è costretta a continui zig-zag fra le colonne del traffico mostruoso di Milano, nell’ora di punta di un giorno lavorativo. Il probabile, comune ritardo che solitamente colpisce le manifestazioni concertistiche di un certo livello fa sperare per il meglio, ovvero che tutto il programma slitti di almeno una ventina di minuti, consentendo così al numeroso pubblico disperso per i gorghi caotici della città oppure già in coda all’affollata entrata del palazzetto di gustare fin dall’inizio lo spettacolo. Ed invece no: proprio mentre ci si inizia a chiedere come mai un evento di tale portata venga fatto iniziare quasi ad orario merenda, voci tumultuose e tam-tam inarrestabili giungono presto alle orecchie dei tre ritardatari…”gli Hatebreed hanno già iniziato”… Purtroppo, fra svariate imprecazioni e “invocazioni” rivolte alle Alte Sfere Celesti, tale è l’amara verità: il gruppo-traino dell’emergente movimento death-metal-core, i massicci Hatebreed di Jamey Jasta, saliti sul palco con incredibile puntualità, ha praticamente terminato la sua setlist; neanche il tempo di guardarsi un attimo in giro, abituarsi alla terrificante cappa calorifera del Mazdapalace e prendere posto, e la band saluta l’audience ed abbandona il palco… Un vero peccato non aver potuto assistere a questa performance, ma Metalitalia.com ha davvero pochi dubbi, avendo visto gli Hatebreed devastare lo scorso giugno la Cascina Monluè, sulla buona riuscita del loro concerto. “Restano” da analizzare, per cui, gli spettacoli forniti dai co-headliner della serata, gli amati-odiati Slipknot e i mostri sacri Slayer… Il laborioso cambio di palco, utile ad allestire i macchinari e le baracche percussive della band di Des Moines, dura non troppo, e finalmente si va ad iniziare!

SLIPKNOT

E’ stato un vero spettacolo, nulla da dire! Lo show offerto dai nove personaggi mascherati, oltre ad offrire i pezzi migliori del repertorio degli Slipknot, ha sicuramente, nel movimento e nel caos generato on stage dai saltellanti membri della band, la sua maggior attrattiva. Un impianto luci davvero mirabile, utilizzato in modo sapiente, ed un accurato utilizzo del ghiaccio secco ha fornito la giusta atmosfera al susseguirsi delle canzoni, donando un alone sinistro ed inquietante a tutto l’impianto scenico. Corey Taylor e compagni si sono presentati sul palco addobbati nelle loro tute da operai, nere come la pece, ed hanno inscenato fin da subito il loro “circus operandi”, dimenandosi a più non posso, forti di un wall of sound imponente, anche se, inevitabilmente, caotico e dispersivo. Impossibile non chiedersi cosa stiano a fare on stage un paio di elementi, i quali, più che dare il loro contributo sonoro, sono impegnatissimi ad incitare il pubblico e ad andare in giro a destra e a manca, passeggiando fra le assi del palcoscenico. E, se da un lato la folla assiepata nel moshpit poga che è un piacere e dimostra di rispondere agli aizzamenti dei due percussionisti, gli spettatori posizionati in tribuna non possono fare a meno di abbozzare qualche sorriso e, fra una track e l’altra, iniziare a proporre timidi cori “Slayer, Slayer”. Taylor e Joey Jordison sono i veri motori degli Slipknot: il primo si dimostra un frontman abile a conversare con il pubblico e, per questa volta, in grado di reggere vocalmente per tutta la durata della performance; il batterista, invece, sostiene indefessamente ogni trama ritmica e, assieme alle due chitarre, è colui il quale rende più doloroso l’impatto live della band. Per quanto riguarda i brani eseguiti, bisogna notare come le composizioni di “Iowa” e “Vol. 3 (The Subliminal Verses)” siano particolarmente inadatte da riproporre dal vivo e, soprattutto, da apprezzare, tanto è la complicatezza delle loro trame sonore, o almeno della maggior parte…spesso, infatti, le non-canzoni degli Slipknot danno l’impressione di essere un’accozzaglia confusa di riff e re-impasti ritmici e percussivi, atta solamente a generare il maggior “casino” possibile. Diverso il discorso da fare riguardo ai brani di “Slipknot”, certamente tutt’ora i più conosciuti ed apprezzati, nonché quelli in grado di portare all’esaltazione totale il pit…e fanno testo, in questo caso, le tre scariche finali di “Spit It Out”, “Wait And Bleed” e l’incessante “Surfacing” (queste ultime due proposte come bis). Che dire d’altro? I ragazzi dell’Iowa sono capaci di fornire uno spettacolo divertente e, sebbene la musica qualche volta cali di tono ed incisività, rappresentano una live-band di tutto rispetto.

SLAYER

Passa circa mezz’ora prima che le luci si spengano di nuovo e che l’intro “Darkness Of Christ” fuoriesca dagli amplificatori. Gli Slayer, il gruppo probabilmente più atteso dalle migliaia di fan accorsi al Mazdapalace, decidono di dare fuoco alle polveri in maniera piuttosto canonica, ovvero con “Disciple”, opener dell’ultimo “God Hates Us All”. I volumi non sono altissimi (col passare dei minuti comunque miglioreranno) ma si capisce benissimo che i quattro californiani questa sera sono in un buon stato di forma. L’unico a suscitare qualche perplessità è Araya, il quale sin dalle prime battute fa cantare qualche verso al pubblico. Ci si preoccupa dunque che non sia in grado di urlare a certi livelli per tutta la durata dello show ma subito si viene smentiti da “War Ensemble”, eseguita perfettamente. Da qui in poi, per poco più di cinquanta minuti, tutto va davvero per il meglio: scaletta ottima (“Hallowed Point”, “Dead Skin Mask”, “Seasons In The Abyss”, “Chemical Warfare”, “Hell Awaits”, tra le altre), suoni più che dignitosi, belle trovate sceniche (cafonissime le croci rovesciate proiettate sulle aquile dello sfondo!) e un Lombardo in stato di grazia. La gente si diverte, canta e poga senza sosta… tutti però sembrano aspettare una sola cosa: il gran finale. Non è stato ancora eseguito un solo pezzo dal capolavoro assoluto della band e ci si aspetta quindi che “Reign In Blood” venga proposto per intero, proprio come è accaduto lo scorso anno a Wacken (dove però gli Slayer avevano suonato con il c**o!) e recentemente negli Stati Uniti per la realizzazione del DVD “Still Reigning”. Così, dopo la stupenda “South Of Heaven”, è un vero boato quello che accoglie l’attacco di “Angel Of Death” e la comparsa in fondo al palco di un telone raffigurante la copertina dell’album! “Lo fanno tutto”, questo è ciò che salta in mente alla maggior parte dei fan (compreso chi scrive). Conclusa però la terremotante opener il quartetto, anziché attaccare con “Piece By Piece”, si prende una pausa e suona l’accoppiata-capolavoro “Postmortem”/”Raining Blood”. Hannemann e compagni si congedano, gli applausi fioccano ma una punta di delusione è facilmente ravvisabile tra gli astanti. Sono le 22:55… il tempo per suonare un altro po’ c’è, anche perché si tratterebbe di appena una ventina di minuti. Ma lo show è proprio finito. Pazienza… il tutto è stato comunque bello e nonostante qualche pausa di troppo e qualche incertezza di Araya (gli anni, del resto, passano per tutti), gli Slayer si sono confermati per l’ennesima volta una grande live band. Alla prossima.

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