17/06/2013 - Slayer – Roma @ Atlantico - Roma

Pubblicato il 18/06/2013 da

Report a cura di Claudio Giuliani

A due anni dallo show con i Megadeth, gli Slayer tornano a Roma. Per un Lombardo di meno, c’è un Bostaph in più. L’equazione è sempre esatta ma per molti fan è mal bilanciata. Ad ogni modo è difficile oggigiorno mettere su un palco quattro musicisti migliori di questi per una rappresentazione thrash metal. Parliamo di Araya, Bostaph, King e Holt, gente che abbiamo imparato a conoscere quando non c’erano i byte, ma solo nastri di musicassette e VHS da preservare con cura. L’epoca del passaparola, delle riviste, della ricercatezza musicale; l’epoca in cui gli Slayer avevano già scritto dei capolavori musicali in seguito mai più lontanamente avvicinati in termini qualitativi. I detrattori avranno sempre argomenti e useranno la rete per amplificare le mal dicerie sugli Slayer, o quel che ne resta come amano dire. Intanto, un Atlantico Live pieno ma non pienissimo (e qui metteteci il caro biglietti, la ridondanza di band in concerto a Roma, il Rock In Roma alle porte) ha ospitato l’ennesima calata degli Apostoli del thrash. Vi raccontiamo com’è andata.

slayer - tour - 2013
L’araldo in bella mostra, imponente nella sua fattezza, è lo sfondo dei quattro figuri chiamati a devastare l’audience. L’aquila svetta imperiosa e con le sue enormi ali avvolge le due chitarre, posizionate ai lati. Bostaph svetta su Araya. L’ingresso è estremamente rapido: crolla il volume degli AC/DC lasciati come intrattenimento, si abbassano le luci mentre il classico fumo di scena viene fenduto dalle urla ansiose che salgono vertiginosamente. Si parte con “World Painted Blood”, una traccia che ha senso solo per fare il soundcheck. Risalta subito l’inefficacia dei suoni, assolutamente non all’altezza della qualità dei brani. Purtroppo, il maltolto non cambierà nel corso dello show, anche vagando per tutti i punti cardinali del locale. Ma il pubblico degli Slayer è quello dell’amore cieco, quello che quindi sopporta tutto pur di vedere i propri beniamini in azione. La scaletta presenta molti classici e pazienza quindi per i suoni. Una breve pausa dopo la doppietta iniziale è utile per caricare i polmoni: c’è da lanciare “War Ensemble” e, si sa, il brano prevede l’urlo lancinante di Araya come incipit. Lui non delude, nonostante i 52 anni. In una serata molto calda, fantastica, all’interno dell’Atlantico si alternano capisaldi come “At Dawn They Sleep” – uno dei brani dove le chitarre si intrecciano e inerpicano su se stesse, vorticosamente – a passatempi come “Bloodline”, canzone dal morbido e ampio appeal che infiacchisce la scaletta da anni. A metà concerto, ecco arrivare la miglior composizione degli Slayer dal 2000 in poi (ma forse anche da prima): “Disciple”. L’esecuzione risente dei suoni, ma il brano esalta King e il suo bicipite, capace com’è a erigere uno tsunami di note. Si prosegue con brani vecchi, quelli dove Bostaph dà il meglio di sé (“Mandatory Suicide”), mentre il colpo d’occhio dalle retrovie vede gli schermi degli smartphone illuminarsi mentre riprendono la faccia catartica di Araya. Brividi nella schiena, quelli della gioventù e della VHS di “Live Intrusion” consumata, quando si riconoscono le note di “Chemical Warfare”, imperniata su uno dei riff più incalzanti di sempre. Quando arriva “Antichrist” siamo al culmine dello show. I fan girovagano per l’Atlantico, cercano le retrovie per respirare dall’asfissia del pit; ostentano fierezza, vestono l’aquila californiana e ondeggiano fra la folla con lo sguardo truce rigato dal sudore. É il riflesso pavloviano degli Slayer. Sotto al palco infatti c’è l’inferno. È roba riservata a energumeni e palestrati vogliosi di dimostrare il duro lavoro invernale alla panca piana o, tutt’al più, ai temerari e a chi abbonda di fegato. E poi “Post Mortem”, “Dead Skin Mask”, le perle “Seasons In The Abyss” e “South Of Heaven” a segnare il cambio di passo, il salto di qualità. Gli assoli di King hanno il potere di trascendere e far trascendere, di piegare la curva del tempo. “Hell Awaits” è il Vangelo, il momento più alto ed evocativo della liturgia. Successivamente, i tre circondano Bostaph, fanno capannello e fanno rombare i loro strumenti: é il preludio a “Raining Blood”, dove si può ammirare Gary Holt contorcersi su se stesso mentre si cava le note dal ventre.  Nel finale, l’enorme stendardo del palco viene rimosso in favore di un enorme logo dedicato ad Hanneman, rimodellando quello della birra Heineken. Invece di ‘Heineken Beer’, in alto c’è scritto però “Angel Of Death”. E allora eccola, dopo una “South Of Heaven” da brividi, la canzone che tutti coloro che hanno il Male dentro avrebbero voluto scrivere. Le chitarre sono impressionanti: i soli sono uno stridio continuo, roba da apparire fuori contesto, ma solo per chi non è avvezzo al contesto. È la fine. E mentre si battono le mani ci si guarda intorno, con le luci che tornano a illuminare le facce felici dei fan. Di fronte a loro c’è il gruppo che dal vivo richiama quelli che hanno smesso col metal, le ragazze dalla gioventù metallara e magari dalla vita ora famigliare. C’è la band che dal vivo, davanti a YouTube o anche solamente in cuffia, trasforma i fan in air drummer e air guitarist, una band che vede i suoi pezzi urlati dalla moltitudine dei fan. Un gruppo entrato nella storia già da molti anni e che, quindi, continua la sua storia. Signore e signori, gli Slayer.

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