05/06/2012 - Sleep + Oxbow + Kowloon Walled City @ Fox Theater - Oakland (Stati Uniti)

Pubblicato il 13/06/2012 da

Quando gli Sleep si sciolsero, nel 1998, erano completamente al verde, praticamente sconosciuti, e nella migliore delle ipotesi completamente incompresi. Nessuno versò una lacrima quando si sciolsero, ma a milioni hanno gioito quando si sono riformati. Un motivo alla base di cotanto entusiasmo attorno alla band di Oakland dovrà pur esistere. E infatti esiste ed è molto semplice: le leggende non nascono dal giorno alla notte, ma col passare degli anni. E gli Sleep sono ormai una leggenda, un oggetto di culto che ha probabilmente suonato il suo ultimo concerto degli anni novanta in uno scantinato e che oggi si permette il lusso di un sold out totale un uno dei teatri lirici più grandi della Bay Area. E questo non è marketing, non sono “spinte”, e non è pubblicità. Questa si chiama sostanza, si chiama fama. Vuol dire essere avanti di anni rispetto al presente. Significa aver lanciato un segnale di cambiamento e di riscossa con anni di anticipo rispetto al resto del mondo. Significa essere una band inimitabile, inarrivabile e padrona indiscussa del proprio regno. A migliaia accorrono per vedere questi tre stonatoni suonare, perchè solo loro sono in grado di farci sentire una roba simile. Questa signori è classe, pura e semplice classe. Questi sono gli Sleep, e li abbiamo ribeccati belli e comodi a casa loro, in quella Oakland che diede loro i natali e che questi tre pionieri della distruzione sonica più totale non hanno mai voluto abbandonare. E ve lo garantiamo, vedere gli Sleep suonare in casa, ha tutto un altro sapore…

KOWLOON WALLED CITY
Aprono le danze i localissimi Kowloon Walled City di San Francisco. I Nostri sono una realtà locale molto conosciuta ed è facile beccarli in giro spesso per la Bay Area a devastare qualche squat, qualche divebar o qualche live club di Oakland o San Francisco. Il fatto che i Nostri però raramente mettano il naso fuori dalla Bay Area la dice lunga sul loro appeal e sulla loro capacità di smuovere chissà quali attenzioni. Il sound dei nostri infatti è alquanto derivativo, e sospeso tra la potenza raffinata e poetica dei Baroness, la pesantezza soffocante dei Godflesh e dei Fudge Tunnel, e i groove sempre distruttivi, ma un tantino più alternative degli Helmet. I nostri si destreggiano bene sull’immenso palco del Fox, e riescono e togliersi un tantino di dosso la patina da debuttanti, e fanno un buon lavoro nel coinvolgere la folla ancora molto sparpagliata e ridotta, grazie a una set list molto energica e coinvolgente. Per quanto riguarda la perfomance, i KWC possono stare tranquilli, hanno suonato egregiamente e i suoni sono usciti corposi e potenti. Come si diceva poc’anzi però, caso mai è lo stile e il sound dei nostri che fa partire gli sbadigli, tanto è derivativo e privo di qualunque originialità.

OXBOW
Gli Oxbow invece sono una sorta di band culto locale, e il motivo di un tale esistere quasi leggendario dei Nostri viene svelato dopo giusto qualche secondo dall’inizio del loro set. Semplicemente in giro un’altra band come gli Oxbow non esiste. Sono decenni che in tanti cercano di fondere musique concrete, teatralismo scellerato, e rock n’ roll, ma solo gli Oxbow sono riusciti a rendere questa assurda intenzione una realtà assoluta ed innegabile. Il basso fretless di Dan Adams ha sempre quell’incedere un pò accademico e un pò psicotico che rende il Nostro musicista una entità difficile da inquadrare ma facilissimo da definire virtuoso. Non sono da meno il batterista Greg Davis, e il chitarrista Niko wenner, l’ecclettismo trasfomato in ritmica l’uno, macchina di rumore e blues deforme il secondo. E su tutti campeggia la statuaria figura di un Eugene Robison, sempre e comunque irrimediabilmente e completamente fuori dalle righe, vestito per tre secondi, e semi nudo, come al solito, per tutto il resto del set. Viscerale, anfetaminico, schizzoide, grottesco, ma raffinatissimo, ecco come è un live set degli Oxbow, da vent’anni a questa parte, per cui aggiungetevi anche una sana dose di esperienza, e capirete presto che il prodotto finale è di una qualità praticamente assoluta. Come sempre, grandissima band.

SLEEP
Matt Pike Al Cisneros e Jason Roeder si presentano sull’enorme palco del Fox con fare schivo e riflessivo. Sbucano da fuori la muraglia immensa di Ampeg e Marshall (cinque per parte, una cosa mai vista) come degli spettri nelle tenbre. Le luci bassissime del palco a malappena ci permettono di notarli quando salgono sul palco e imbracciano gli strumenti. Nessuno dei tre fa un cenno o dice una parola. La band è appena rientrata dall’Europa dove ha dovuto annullare la data del Primavera Festival perchè a quanto pare Pike ha avuto problemi di salute per via di un grumo di sangue alla testa. Il chitarrista appare evidentemente “gonfio” e appesantito. Il suo torso nudo stavolta non è più quello del rocker tatuato e strafottente che non ha paura di nulla, ma quello di un uomo che sta subendo la sua carriera e che mostra tutti i segni dei suoi eccessi. E’ arrivata giusto il giorno successivo allo show in questione, la notizia del suo ingresso in riabilitazione per disintossicarli dall’alchol, ragion per cui, non possiamo che constatare che abbiamo di fronte un uomo che sorride poco e soffre tanto. Anche Al Cisneros appare innegabilmente appesantito, ma l’ottima performance di cui è stato protagonista e la carica che ha mostrato, ci fanno pensare che forse è solo colpa della troppa pizza e dei troppi burritos. Ultimo cenno introduttivo va fatto alla mancanza di Josh Graham e dei suoi visuals allucinanti, e an un set degli Sleep che è risultato dunque, almeno sotto l’aspetto visuale, un tantino diverso da come siamo stati abituati a vedereli negli ultimi anni. A coadiuvare la band sul piano delle atmosfere dunque, solo un impianto luci basilare, ma azzeccatissimo, del teatro. La band apre le danze con chissà quale parte di “Dopesmoker”. Difficile ricordare la collocazione della suite in questione all’interno di quella titanica canzone, ma è senza dubbio “Dopesmoker”. L’aria all’improvviso diventa solida, e il pavimento del Fox liquido. Il volume è inverecondo. Le vibrazioni squassanti scuotono ogni cosa, e l’intero teatro è una massa di corpi che ondeggia annegando nei watt. Difficile davvero spiegare la potenza immonda di questa band in sede live. Improponibile recarsi ad un concerto simile senza tappi per le orecchie. Al Cisneros fa un tiro di erba a pieni polmoni dal bong gigante che si è portato dietro e poi annuncia con una linea di basso colossale l’arrivo di “Holy Mountain”. E’ come una slavina. La lentezza soffocante di questa band avvolge le sue spire di decibel attorno a tutto e tutti. E’ una sofferenza che provoca piacere. Un’esperienza difficile da spiegare. Il climax della serata arriva però con il nuovo brano “Antarticans Thawed”, che da quello che abbiao sentito, è potenzialmente la più grande canzone mai scritta dalla band. Il brano, oltre al groove disumano, ha incastonato al suo interno un assolo di Pike da anotologia, che non fa altro che alimentare come fiamme al vento la fama di totale virtuoso della sei corde di quest’uomo. Si continua per un’ora intera con altri pezzi da novanta, primi tratutti “Dragonaut”, e “The Druid”, e la band chiude come aveva aperto, con un’altro immenso estratto da “Dopesmoker” che seppellisce tutti definitivamente nella soddisfazione più totale. Quando arriva il silenzio e la luce della sala, questi sembrano quasi alieni, inopportuni e insopportabili. Altra grandissima lezione di stile da parte di una band che non ha rivali, e mai ne avrà.

SETLIST:
Dopesmoker
Holy Mountain
Dragonaut
… and Sagan
(Interludio)
Antarcticans Thawed
Aquarian
The Druid
From Beyond
Dopesmoker

2 commenti
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