Report di David Scatigna
Fotografie di Enrico Dal Boni
Non poteva essere più devastante di così la prima data del Ferrara Summer Festival, che quest’anno ha deciso di ‘colorarsi’ di nero con alcuni concerti metal tra cui per l’appunto la data che vede sul palco Soft Play, Motionless in White e Slipknot: tre band a modo proprio dedite a sonorità estreme moderne, segnando un capitolo importante nella commistione tra nu, industrial ed elettronica; queste hanno portato a Ferrara ben diciottomila fan scatenati di ogni età, invadendo piazza Ariostea – una location molto bella, con erba, alberi e ai lati delle piccole tribune che rendono più agevole la visione del palco.
A controbilanciare gli aspetti positivi, le polemiche riguardo all’audio, risultato non equamente bilanciato in tutte le parti della piazza, con alcune zone in cui basso e batteria sono risultati sovrastanti di molto rispetto alla voce di Corey.
A voi il resoconto della serata.
Ad aprire la giornata ci pensano i SOFT PLAY, il duo britannico composto da Isaac Holman alla voce e batteria e Laurie Vincent alla chitarra, che aveva già conquistato il pubblico del Firenze Rocks pochi giorni prima.
La loro fama crescente trova conferma anche sul palco ferrarese, dove dimostrano ancora una volta perché stanno diventando una delle realtà più interessanti capaci di coniugare l’irriverente energia del punk con un approccio moderno alla musica.
L’energia travolgente di Laurie Vincent, che non smette mai di muoversi correndo con la sei corde per tutto il palco, con spesso e volentieri l’aggiunta di salti acrobatici, si combina perfettamente con la potenza vocale di Isaac Holman, capace di dominare completamente il mix sonoro dalla sua postazione in piedi dietro le pelli.
Il loro approccio è genuino e diretto e ricco di personalità, creando un’esperienza live coinvolgente che lascia il segno.
Arrivano poi sul palco i MOTIONLESS IN WHITE, la band statunitense ormai è una realtà consolidata e ad ogni ‘giro’ di tour la loro notorietà giustamente cresce. Il loro mix tra metalcore, industrial e gothic riscuote un buon successo: viene ben accolto dal pubblico, che li segue con attenzione, polarizzato anche dal carisma messo in campo da Chris ‘Motionless’ Cerulli.
La scaletta è concentratissima, e la band dal canto proprio non si perde in chiacchiere, partendo in quinta con “Disguise” e “Necessary Evil”, e proseguendo con cinquanta minuti di esibizione, in cui si distinguono momenti come “Sign of Life”, “Slaughterhouse” e l’apprezzatissima “Soft”. L’aspetto visivo, con costumi e make-up, è maggiormente evidente nel resto dei musicisti ora come nelle date in cui li avevamo visti lo scorso inverno, ma comunque non intacca la carica magnetica del leader – così come non lo fa la luce del giorno, ancora presente – regalando un nuovo centro nella carriera dei nostri.
Setlist:
Disguise
Necessary Evil
Thoughts & Prayers
Masterpiece
Sign of Life
Slaughterhouse
Meltdown
Scoring the End of the World
Soft
Eternally Yours
Finalmente arriva il turno degli SLIPKNOT e i diciottomila maggot (così si autoappellano i fan della band) sono pronti ad accogliere la band con tutto il loro entusiasmo.
Una lunga intro con il tema di “Supercar” – con tanto di iconiche lucine rosse – anima la folla, che incomincia a scaldarsi. Il concerto parte alla grande con “(sic)” che investe il pubblico, pronto a scatenarsi subito in una bolgia epocale.
Nonostante l’allestimento scenico più essenziale rispetto a quanto visto in passato, con un palco volutamente minimalista, gli Slipknot mantengono intatto il loro impatto visivo grazie alle iconiche maschere e agli scatenati movimenti sul palco, mentre Corey Taylor si conferma ancora una volta un frontman eccezionale, capace di elettrizzare e coinvolgere totalmente i propri spettatori.
La scaletta è minacciosa (per le emozioni che trasmette) e mette in fila una serie di brani amatissimi, tra cui “People = Shit” e “Wait and Bleed”. Nel frattempo Corey Taylor chiede un applauso per Shawn il clown, assente giustificato rientrato a casa per problemi familiari: a sopperire alla sua mancanza ci pensa un ‘Tortilla Man’ letteralmente senza freni, il quale non si risparmia, saltando da una parte all’altra del palco appena può.
Sugli scudi per tutta l’esibizione sicuramente Eloy Casagrande, perfettamente a proprio agio nel ribadire tutta la propria bravura martellando con precisione le pelli della sua batteria.
La scaletta prosegue e raggiunge un nuovo picco con “Psychosocial” che accende – prima del treno di brani devastanti “The Devil in I”, “Unsainted” e “Duality” per poi arrivare al gran finale con “Spit It Out”, “Surfacing” e “Scissors”, due triplette davvero devastanti – se possibile, ancor di più la carica del pubblico, invocato più volte da Corey con l’appellativo di la “mi familia”.
Perchè questo è quello che sono oggi gli Slipknot: come dice Corey, una famiglia allargata che abbraccia generazioni diverse, dove i veterani ritrovano la complicità di vecchi amici pronti a scatenarsi insieme così come un tempo, mentre i neofiti scoprono che dietro le maschere e l’aura di mistero si nasconde una band capace di creare ancora oggi musica che forse non ‘morde’ più come una volta i calcagni della società, ma ha ancora dentro di sè quegli stessi semi di disagio, rabbia e voglia di scuotere che l’hanno resa comunque iconica per un genere e diverse migliaia di adolescenti nel corso degli anni.
Setlist:
Knight Rider Theme
742617000027
(sic)
People = Shit
Gematria (The Killing Name)
Wait and Bleed
Nero Forte
Yen
Psychosocial
Tattered & Torn (Sid Wilson remix)
The Heretic Anthem
The Devil in I
Unsainted
Duality
Mudslide
Spit It Out
Surfacing
Scissors
SOFT PLAY
MOTIONLESS IN WHITE
SLIPKNOT




























































































































































