- SONISPHERE FESTIVAL 2011 – Day 2 @ Autodromo Enzo E Dino Ferrari - Imola (BO)

Pubblicato il 26/06/2011 da

SONISPHERE FESTIVAL 2011 – Day 2
26/06/2011 – Autodromo Enzo e Dino Ferrari – Imola (BO)

Running order:

APOLLO STAGE (stage unico)

Apertura porte: ore 9.30

22.00-23.40 – LINKIN PARK
20.30-21.30 – MY CHEMICAL ROMANCE
19.00-20.00 – SUM 41
17.45-18.30 – ALTER BRIDGE
16.30-17.15 – THE CULT
15.30-16.00 – GUANO APES
14.30-15.00 – KYUSS LIVES!
13.35-14.05 – FUNERAL FOR A FRIEND
12.45-13.10 – THE DWARVES
11.55-12.20 – THE DAMNED THINGS
11.05-11.30 – KIDS IN GLASS HOUSES
10.15-10.40 – RIVAL SONS

 

Secondo giorno del Sonisphere Festival: dopo la buona giornata musicale di ieri, conclusasi con la classica performance professionale e acclamata degli Iron Maiden – che però hanno scambiato fin troppe volte Imola con Modena (e chi c’era sa a cosa ci riferiamo!) – ci troviamo freschi e pimpanti al nostro stand-box per raccontarvi gli avvenimenti di questa seconda tranche di concerti.
Mentre scriviamo si stanno esibendo, in apertura di festival, i Rival Sons, ma per ora lasciateci spendere due parole sull’organizzazione e sulla location del primo Sonisphere italiano: tralasciando i piuttosto gravi accadimenti della cancellazione del Saturn Stage (ma dove lo avrebbero messo poi?) e di una nutrita serie di bands a tre giorni dall’evento, bisogna purtroppo dire come la venue non sia all’altezza dell’oneroso prezzo della manifestazione. Pochissimi bagni chimici a disposizione e piazzale lungo e decisamente stretto: questi i principali dati negativi. Ci sono delle fontanelle che distribuiscono acqua e docce vaporizzate per cercare un po’ di refrigerio, il reparto gastronomico e ‘bevandario’ propone una buona scelta: questi, invece, i lati positivi. La famigerata zona VIP è posizionata su una tribunetta in cemento e permette di vedere il concerto dall’alto e parzialmente all’ombra. Certo è che il costo d’acquisto per tale privilegio resta uno sproposito immane.

Insomma, come spesso succede qui da noi, sotto il punto di vista musicale c’è poco da rimproverare ai gruppi, mentre gli appunti alla logistica della manifestazione sono abbastanza. Ci si prospetta davanti un’altra giornata di caldo sahariano, vediamo come procede! State con noi!
(Marco Gallarati)

 

RIVAL SONS – 10.15/10.40
Provenienza: California, Stati Uniti
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Le band valide si distinguono anche nelle occasioni più scomode, come nel caso dei Rival Sons che quest’oggi si trovano ad aprire il festival alle dieci di mattina di fronte ad uno sparuto, nonchè ancora assonnato, manipolo di spettatori. Il gruppo rock-blues americano può però contare su una preparazione tecnica ineccepibile e su uno strepitoso cantante quale è Jay Buchanan, incredibilmente pulito e preciso nonostante l’orario mattutino non giochi certo a favore della sua ugola. E’ lui, accompagnato dall’ottima prova del bassista Rubin Everhart, a tenere il palco con un’attitudine Zeppeliniana e molto Seventies e ad attirare l’attenzione anche dei più distratti. Il sound vintage dei Rival Sons riesce così a far presa sin dalla prima “Gipsy Heart”, e per tutta la durata dello show i presenti applaudono un gruppo che purtroppo ha avuto solo modo di far vedere che può puntare decisamente più in alto. Molto, molto bravi.
(Alessandro Corno)

 

KIDS IN GLASS HOUSES – 11.05/11.30
Provenienza: Galles
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I Kids In Glass Houses si esibiscono sotto un caldo cocente e danno vita a mezzora di teenager rock non immune da spunti alternative ed emo di pregevole fattura. Il quintetto britannico riesce a convincere con una prestazione pulita nell’esecuzione, che mette in luce un songwriting derivativo ma altresì brillante, grazie a brani strutturati in maniera semplice ma efficace, conditi da facili melodie canticchiabili sin dal primo ascolto. Il singer e leader Aled Phillips, al di là di una prova discreta sotto il profilo tecnico, si danna l’anima per smuovere il poco e ancora freddo pubblico sotto il palco, ed in un paio di occasioni ci riesce anche, coinvolgendo i presenti durante i refrain portanti. Qualche ragazzino già assiepato sotto il palco siamo certi si sia annotato il nome Kids In Glass Houses nella lista dei prossimi acquisti.
(Matteo Cereda)

 

THE DAMNED THINGS – 11.55/12.20
Provenienza: New York, Stati Uniti
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A differenza della mattinata precedente nella quale si sono esibite band ‘minori’ ottenendo degli scarsi risultati, continuano le note positive in sede di reportage. Anche i The Damned Things sfoderano una prestazione di buon livello nei venticinque minuti a disposizione. Spesso ricordati solo per essere il progetto di Rob Caggiano e Scott Ian (oggi assente per le note felicitazioni familiari) degli Anthrax, o ancora peggio bollati come l’ennesima band alternative, i Nostri hanno coinvolto i presenti già provati da un caldo asfissiante con la loro miscela vincente di hard, southern e metalcore. Il cantante Keith Buckley (già noto per la sua militanza negli Every Time I Die) è autore di una prestazione convincente nella quale alterna parti urlate a strofe melodiche di notevole impatto, mentre Caggiano è la solita potente macchina macina riff che puntualmente sfociano in assolo di buon gusto. Notevole anche il batterista Andy Hurley, il quale non si risparmia nemmeno per un secondo per tutto lo show, dimostrando altresì di avere una buona padronanza dello strumento. Dopo questo gig, vi consigliamo di dare un ascolto al debut album “Ironiclast”, dato che a differenza di molte ‘new sensation’ plastificate nella quale vince soltanto la forma impacchettata, qui troviamo anche tanta sostanza. Sorprendenti.
(Gennaro Dileo)

 

THE DWARVES – 12.45/13.10
Provenienza: Illinois, Stati Uniti
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“Yes, you love The Dwarves, rock legends. Yes. Yes”. L’ironia subliminale che ha pervaso i venticinque minuti di esibizione del quartetto dell’Illinois – durante la quale il frontman Blag Dahlia ha ripetuto all’eccesso le parole di cui sopra – non ha fatto particolarmente breccia nei cuori di un pubblico che è in netta minoranza rispetto allo stesso orario del primo giorno. I Nani possono sembrare un gruppo di nerd svitati, soprattutto se non si conosce il sarcasmo e la demenza attraverso cui la formazione in questione ha costruito la propria carriera, ormai decennale. Comunque possiamo parlare di una performance in crescendo, che ha almeno fatto applaudire sempre più gli astanti, moltissimi dei quali a petto nudo o in costume per ovviare alla tremenda calura della giornata. In così poco tempo, i The Dwarves hanno sciorinato pezzi uno dopo l’altro, senza soffermarsi in inutili pause né dichiarazioni di sorta, se non appunto per affermare la superiorità del gruppo in ambito rock. Che poi, in realtà, il genere della band è un punk-hardcore veloce e melodico richiamante abbastanza le icone Bad Religion. Il finale ha visto Blag Dahlia lanciarsi sulle prime file per un po’ di sano crowd-surfing, mentre un ciccio figuro mascherato tipo Rey Mysterio ha balzellato qualche secondo sul palco. Per apprezzarli bisogna capirli, il resto è ‘hardcore-punk is good time music’. Suvvia, è estate!
(Marco Gallarati)

 

FUNERAL FOR A FRIEND – 13.35/14.05
Provenienza: Galles
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Sole allo zenit e asfalto bollente segnano il turno dei Funeral For A Friend, sensation gallese che è riuscita a rimanere sulla cresta dell’onda rock/emo/screamo per un’intera decade. Diamo credito alla formazione per aver mantenuto alto il tasso d’adrenalina anche sotto un Sole infuocato: sotto gli incitamenti del frontman Matthew Davies-Kreye il pubblico applaude, salta e concede anche un divertito circle-pit, in un clima generale decisamente positivo. In contrasto, oggettivamente, la prova della band non è delle migliori: la voce è debole, va e viene, e il dinamismo on stage è lontano dalle prove in-your-face che hanno infiammato gli show del recente tour nei club, anche quando i ritornelli vengono sorretti dal batterista Ryan Richards e dal chitarrista Gavin Burrough. Il mixaggio in generale non si è dimostrato all’altezza, è vero, ma ci aspettavamo di più da un gruppo che è riuscito a ritagliarsi un nome in una scena inflazionata. Con questo show i FFAF non hanno perso estimatori vista la reazione, ma di sicuro non ne hanno nemmeno guadagnati.
(Maurizio Borghi)

 

KYUSS LIVES! – 14.30/15.00
Provenienza: California, Stati Uniti
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Riesumare un nome storico come quello dei Kyuss senza scadere nel più bieco amarcord è un’impresa altamente rischiosa, ma dopo aver assistito ad una performance così convincente, non possiamo che gioire per questa rinascita. Orfani della superstar Josh Homme – sostituito dal bravo ma poco carismatico Bruno Fevery – i Nostri salgono sul palco senza alcuna coreografia investendo i (pochi) presenti con una quantità impressionante di watt nella mezzora a loro disposizione. Il bassista Nick Olivieri è il membro più in forma dei quattro, prodigandosi in una serie continua di riff profondi e circolari che acquisicono maggior vigore con il drumming di un Brant Bjork ipnotico e massiccio al tempo stesso. John Garcia, immobile dietro i suoi occhiali da sole, magnetizza la platea con la sua voce inconfondibile, un vero e proprio marchio di fabbrica che ci scaraventa violentemente nei primi e polverosi anni ’90, quando album giganteschi come “Blues For The Red Sun” e “Welcome To Sky Valley” plasmavano il cosiddetto stoner. L’unica nota stonata risiede in un’acustica non propriamente impeccabile, che ha penalizzato parzialmente il vigore di mastodontici brani come “Thumb”, “Green Machine” e “100°”. Questi autentici manifesti sonori del genere fanno venire la pelle d’oca allo zoccolo duro di fans che incitano i quattro eroi americani, ma non alla gran parte del pubblico che appare disorientato dal sound grasso e pachidermico, dando l’impressione di essere già proiettato verso la reunion dei tedeschi Guano Apes. Geni incompresi.
(Gennaro Dileo)

 

GUANO APES – 15.30/16.00
Provenienza: Germania
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Tocca ai tedeschi Guano Apes, formazione in fase di rilancio e reunion dopo il successo commerciale degli anni del nu-metal e lo scioglimento avvenuto nel 2004. Il nuovo disco “Bel Air”, uscito da qualche mese, è nettamente più mainstream del materiale degli anni d’oro, ma è chiaro come, in sola mezzora a disposizione – ridotta poi dal gruppo a venticinque striminziti minuti – la band della frontgirl Sandra Nasic faccia rispuntare dal cilindro tutti i suoi pezzi più famosi e acclamati, fra i quali ovviamente non possono mancare “Open Your Eyes” e la doppietta finale affidata a “Big In Japan” (cover degli Alphaville) e “Lords Of The Boards”. Molto ben suonato ed interpretato anche il lotto di brani nuovi, fra cui ha spiccato “Sunday Lover”, sebbene le sonorità siano veramente commerciali, a tratti gestite da pattern dance e sorrette da basi. Gran prestazione della Nasic, simpatica e accattivante e, soprattutto, dotata di una gran voce. I Guano Apes han dato l’impressione di impegnarsi a fondo e si possono dire ritrovati, ma in meno di mezzora ogni giudizio è relativo. Caldo costante e assurdo, pubblico in lento crescendo. Iniziano ora i The Cult, pezzo di storia.
(Marco Gallarati)

 

Ci scusiamo per il ritardo nella pubblicazione del seguente materiale, causa problemi tecnici.

 

THE CULT – 16.30/17.15
Provenienza: Inghilterra
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Ian Astbury e Billy Duffy hanno segnato de facto gli anni ’80 con la geniale triade “Love”, “Electric” e “Sonic Temple”, dischi che hanno contribuito a scrivere la storia del rock. Alle 16:30 la band sale sul palco e notiamo da subito Astbury visibilmente ingrassato, dotato di un look a metà tra il pacchiano e il ridicolo; ma quando partono sorprendentemente le note di “Rain” la platea li accoglie alla grande. Inizialmente i suoni non sono affatto perfetti, con la cassa che copre il resto degli strumenti e il vocalist, ma dalla successiva”Sweet Little Sister” le cose cambiano radicalmente: la voce acquisisce spessore e il chitarrismo di Duffy – in forma clamorosa – detta legge sull’incessante motore ritmico tessuto dal basso di Chris Wyde e dal drumming del grande John Tempesta. Astbury si rivela un frontman dotato di un carisma incredibile, capace di magnetizzare l’attenzione su di sè grazie a simpatici siparietti con il pubblico delle prime file e occupandosi di lanciare anche decine di bottigliette d’acqua all’audience. I ficcanti quattro quarti di “Wildflowers” e “Little Devil” risveglierebbero anche i morti, mentre “The Phoenix” è la classica chicca estratta a sorpresa che dona ancora maggiore spessore allo show. Inoltre, i Nostri non hanno paura di tirare fuori dal cilindro un vecchio pezzo gothic rock dei Death Cult – dalle cui ceneri nacquero gli attuali The Cult – non sfigurando affatto accanto a un pezzo da novanta come “She Sells Sanctuary”. Il meglio viene riservato alla fine con “Love Removal Machine”, durante la quale viene invitato sul palco John Garcia dei Kyuss – che si cappotterà sul palco per eccesso d’enfasi – per un duetto che profuma di mito e chiude il concerto migliore della giornata. Almeno fino ad ora.
(Gennaro Dileo)

 

ALTER BRIDGE – 17.45/18.30
Provenienza: Florida, Stati Uniti
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Gli Alter Bridge sono una band in forma smagliante, in costante ascesa dalla nascita e lo dimostrano pienamente al Sonisphere italiano con un’esibizione a dir poco trascinante. La prestazione tecnica della band americana non si discute, ma a fare la differenza ci sono anche le bellissime ed orecchiabili canzoni in grado di rapire, con refrain contagiosi, sin dal primo ascolto. Rispetto alle precedenti uscite non possiamo non notare la crescita carismatica del singer Myles Kennedy, al quale deve aver giovato l’esperienza con Slash, mentre il solito Mike Tremonti si conferma macchina da riff ma anche virtuoso solista. Con soli 45 minuti a disposizione il quartetto statunitense si concentra sulle canzoni più dirette e potenti. L’inizio è affidato a “Slip To The Void”, mentre tra i pezzi più coinvolgenti segnaliamo “Come To Life”, “Find The Real”, “Metalingus” e il singolo dell’ultimo “ABIII”, a titolo “Isolation”. Dopo un breve intermezzo chitarristico con duello Kennedy-Tremonti, il finale è tutto per l’immancabile “Rise Today”, che suscita l’ennesima cascata di applausi tra i presenti. Difficile al giorno d’oggi trovare una (hard)rock band più in palla degli Alter Bridge, avrebbero meritato posizioni in scaletta ben più elevate!
(Matteo Cereda)

 

SUM 41 – 19.00/20.00
Provenienza: Canada
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Posizionare (e di conseguenza vedere) i Sum 41 dopo gli spettacoli di Kyuss Lives!, The Cult e Alter Bridge, è ovviamente castrante per la qualità interpretativa e lo spessore musicale, però anche i punk-hardcorer canadesi hanno dimostrato di meritare il pubblico che si ritrovano, ovvero un manipolo di giovani entusiasti e saltellanti. Abbiamo avuto la possibilità di visionare il concerto dalla tribuna VIP, dove fra ospiti di comune caratura abbiamo anche intravisto Walter Mazzarri, l’allenatore del Napoli, con famiglia evidentemente rockettara. Un’ora di performance è più che sufficiente per verificare lo stato di forma dei Sum 41, non esattamente perfetti e con dei suoni a volte confusi, ma anche trascinatori e molto dinamici. La band è molto appassionata di heavy metal e non ha mai nascosto il proprio credo per Maiden, Metallica, Ozzy e Slayer: infatti, verso la fine dello show, dopo aver suonato pezzi vivaci del calibro di “We’re All To Blame” e “Over My Head”, ecco il metal-jukebox che ha visto accennati brani del Madman, di Van Halen, Slayer ed infine la coppia d’oro dei Metallica, “Master Of Puppets”/”Enter Sandman”. Subito dopo ciò, è arrivato il gran finale con “Fat Lip”, “Motivation” e “In Too Deep”, gli episodi più noti dei nordamericani. Come già scritto, divertenti e coinvolgenti, nulla più.
(Marco Gallarati)

 

MY CHEMICAL ROMANCE – 20.30/21.30
Provenienza: New Jersey, Stati Uniti
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Sin dal primo pomeriggio abbiamo avuto modo di osservare moltissime ragazzine con il cosiddetto look emo che attendevano di assistere al concerto dei My Chemical Romance, ignorando letteralmente l’esibizione delle precedenti band. Difatti, appena partono le prime note di “Na Na Na (Na Na Na Na Na Na Na Na Na)”, ci tocca assistere a scene al limite della “Beatlesmania”. Le fan vanno letteralmente in visibilio – alcune si lasciano anche andare a pianti liberatori e ad ululati vari – per tutta la performance dei Nostri. Seppure i brani siano costruiti su strutture compositive piuttosto banali e ancorate ad una sorta di teatrale pop-punk, dobbiamo riconoscere che la band americana si cimenta in uno spettacolo privo di sbavature. Canzoni come “Planetary (GO!)”, “The Only Hope For Me Is You ” ed il manifesto “Welcome to The Black Parade” vengono eseguite con buona perizia tecnica associata ad una convincente prestazione vocale del leader Gerard Way e ad un’ottima acustica. Dal punto di vista squisitamente visivo ci saremmo aspettati un light show incendiario o quanto meno accattivante, invece dietro la batteria è presente solo un anonimo telone bianco. Poco importa, perchè alla fine del concerto vediamo praticamente soddisfatti tutti i presenti e sarebbe anche intellettualmente disonesto da parte nostra scadere in commenti tipici da metallaro medio, del tipo “questi non sanno suonare”. Banali, ma a loro modo hanno più ragioni di permanere nel panorama alternative attuale.
(Gennaro Dileo)

 

LINKIN PARK – 22.00/23.40
Provenienza: California, Stati Uniti
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Dopo una lunghissima e caldissima giornata, successivamente ad un cambio palco impegnativo, arriva l’atteso momento dei Linkin Park, headliner e ultimo gruppo della prima edizione italiana del Sonisphere Festival. Tirando necessariamente le somme il colpo d’occhio, in una arena sviluppata per la lunghezza, è decisamente a favore degli Iron Maiden: gli 8/10 dell’arena di Imola sono totalmente vuoti, lasciando i sostenitori della nu metal band in un assetto per nulla pressante che arriva ad altezza mixer. La produzione è di altissimo livello: il palco è incredibile (le foto a corredo si commentano da sole) e l’enorme schermo che fa da sfondo amplifica un impianto luci ben fornito. Interessante come la regia sia in parte affidata alla band, controllata dalle “macchine” di Joe Hahn, che oltre ai samples lanciano veri e propri spezzoni in immagini al posto di semplici campionature. Stando in argomento, veniamo anche alle noti dolenti: la produzione è talmente invasiva che è difficile separare l’utilizzo pesante delle basi dalla performance vera e propria della band. Quel che conta in ogni caso, anche per gli scettici, è che i Linkin Park offrono uno spettacolo davvero completo sia nel comparto visivo che in quello auditivo, con la coppia di singer davvero in forma e un’esecuzione sopra le righe, soprattutto per chi è memore delle incerte prove vocali caratteristiche degli esordi di Chester Bennington. La scaletta fa man bassa delle canzoni di “Hybrid Theory” e “Meteora”, dischi che hanno decretato il successo commerciale del gruppo fondendo nu metal e rap in uno stile denso, strutturato e allo stesso tempo adatto alle radio. La svolta pop-rock è rappresentata, come prevedibile, dai soli singoli. Nessuna difficoltà dunque a coprire il minutaggio concesso da parte dei californiani, che dopo 15 anni di attività chiudono tra gli applausi uno spettacolo sentitissimo dai presenti e che ha avuto i suoi momenti migliori con i pezzi che li hanno resi famosi agli esordi: “In The End” e le conclusive “Papercut”, “New Divide”, “Crawling” e “One Step Closer” che congedano una folla stremata esaudendo davvero tutte le aspettative. I nostri complimenti dunque, uno spettacolo degno di mettere la parola fine.
(Maurizio Borghi)

SETLIST:
The Requiem
Faint
Lying From You
Given Up Play Video
What I’ve Done
No More Sorrow
From the Inside
Jornada del Muerto
Waiting for the End
Numb
The Radiance
Iridescent
The Catalyst
In the End
Bleed It Out
Empty Spaces
When They Come for Me
Papercut
New Divide
Crawling
One Step Closer

 

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