Report di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Foto di Pamela Mastrototaro
Dopo l’affollatissimo calendario di giugno gli appuntamenti cominciano a diradarsi, ma tra quelli segnati sul calendario trovano spazio anche le date dei Soulfly (15 luglio al Legend Club di Milano e 16 luglio al Capitol di Pordenone).
La band dell’iconico Max Cavalera suona spesso dalle nostre parti, ma a ben vedere manca da Milano dal lontano luglio 2018: così la tribù di fan storici si raduna per riempire il piccolo club con un discreto entusiasmo.
Oltre a una camionetta della polizia che staziona fuori dal locale per l’intera durata della manifestazione (che rimarrà ovviamente con le mani in mano) arriva anche qualche manifestante religioso in protesta, evidentemente confuso vista la totale assenza di contenuti satanici, anticristiani o in genere negativi in quella che è la creatura col messaggio più ‘spirituale’ di Cavalera.
A rendere il contorno ancora più surreale, nel giardino del Legend brilla un angolo decorato rosa confetto, destinato ai festeggiamenti di ‘Mis 15 Años’ di una ragazza sudamericana vestita da principessa Disney, con corredo di parenti e musica a tema per l’evento, del tutto indipendente dal concerto ma sorprendentemente collegato dalla matrice latina.
Trattate le note di colore, andiamo ora a parlare di musica.
Ad aprire la data di Milano sono stati chiamati, last second, i brianzoli HUSQWARNAH. Non sappiamo le motivazioni di questa tardiva chiamata alle armi, ma l’opzione avvalora il costo del biglietto ed aumenta la stima nei confronti di una formazione pronta a scendere in campo con preavviso quasi nullo.
Spesso e volentieri la stampa si è complimentata per il loro death metal fedele ad Asphyx, Bolt Thrower e Benediction, ma c’è sicuramente da mettere sul piatto anche la sicurezza e la professionalità con cui la band riesce a salire su un palco come quello di oggi andando a coinvolgere pienamente e con disinvoltura un pubblico perlopiù occasionale.
Rispetto alle reazioni glaciali che la platea italiana riserva spesso a band internazionali in questa occasione, sotto le incitazioni del frontman, il pubblico risponde quasi immediatamente, con corna alzate ma anche con pogo e circle pit che smuovono il locale.
I nostri sono precisi e brutali, ma dimostrano anche di divertirsi sul palco, innescando quel meccanismo di scambio che porterà a una mezz’ora decisamente positiva e, siamo sicuri, garantirà alle ‘motoseghe’ molti nuovi ascoltatori.
L’afa milanese non dà tregua a chi cerca un po’ di ossigeno fuori dalla sala del Legend, in più per qualche motivo oggi gli avventori sono sotto l’attacco di zanzare decisamente più aggressive del solito.
Al momento del rientro la temperatura è destinata a salire senza tregua, nonostante i condizionatori lavorino al massimo: eppure, questo non ferma in alcun modo la ‘Soulfly Tribe’, che si assiepa lentamente riempiendo il locale in attesa del guru Max Cavalera.
Non si offenderà nessuno se definiamo la discografia dei SOULFLY come un esercizio di quantità su qualità, con diversi pezzi memorabili e nessun album seminale, ma nemmeno dischi veramente brutti. Nel corso degli anni, con una serie infinita di cambi di formazione, il gruppo ha perso anche ogni tipo di continuità per quanto riguarda i musicisti coinvolti, che questa sera saranno Zyon Cavalera (in forze dal 2012) insieme ad aggiunte recenti come Mike DeLeon (ex Phil Anselmo and The Illegals, alla chitarra) e recentissime come Chase Bryant (Warbringer, al basso).
Va da sé che andare a vedere i Soulfly, oggi, significa omaggiare la vena più groove e tribale del mastermind Cavalera, grande working class man che rifiuta stoicamente la reunion dei Sepultura dedicandosi alla pratica di invincibile, leggendario ed umile artigiano del metallo.
Quando lo vediamo salire sul palco con l’immancabile intro tribale, dimagrito, energico e con una capigliatura invidiabile (RIP mono-rasta), quasi crediamo sul serio in una resurrezione totale: il gruppo infila “Seek ‘n’ Srike”, “Prophecy”, “No Hope = No Fear” e “Downstroy” senza colpo ferire.
Il groove spacca, i pezzi sono tra i migliori del catalogo, la voce di Max è potente quanto il suo carisma e la band, in primis DeLeon con il suo baffo cartoonesco, è in palla.
Li abbiamo dati per spacciati troppo presto? In realtà, sfortunatamente, l’illusione inizia a crollare verso metà concerto, in cui dopo “Fire/Porrada” e “Primitive”, nel caldo infernale di un Legend agitato e partecipe, Max comincia ad arrancare pesantemente. L’intermezzo folkloristico con “Bumbklaat”, “Bumba” e “Tribe”, con tanto di mitico berimbau, viene eseguito praticamente sui gomiti dal povero frontman, per arrivare goffamente a una “Bleed” letteralmente tragicomica.
A questo punto subentra il pubblico, che con grandissimo affetto nei confronti di Max va a portare avanti lo spettacolo con una partecipazione incredibile: cori da stadio, salti, pogo e la voce di gran parte dei presenti ad ovviare le lacune onnipresenti.
Verso la fine viene proposta anche l’inedita “Favela Dystopia”, brano caotico che pare comunque far presa. C’è anche un colpo di coda del leggendario frontman ad essere onesti, galvanizzato dalla reazione di tutti nel presentarsi con la maglia della nazionale di calcio, ma le conclusive “Eye For An Eye” e “Jumpdafuckup” sono sorrette quasi più dal pubblico che da un frontman con evidenti limiti vocali.
In realtà Max ha ‘solo’ cinquantacinque anni, ma è evidente che una vita in tour, sicuramente non negli hotel a 5 stelle che potrebbe permettersi con una reunion dei Sepultura, sta mostrando il conto.
Ma a Max si vuole bene a prescindere, e tutti i presenti sono pronti a chiudere un occhio, celebrando un’altra sera, nonostante il caldo opprimente insieme a lui, la sua incrollabile fede e dedizione al metallo.
HUSQWARNAH
SOULFLY































