25/07/2015 - Squadra Omega + Goodbye, Kings + Sunpocrisy + Lorø @ Lo-Fi - Milano

Pubblicato il 10/08/2015 da

A cura di Giovanni Mascherpa

Sabato sera nel segno dell’eclettismo al Lo-Fi, con un ventaglio di proposte molto eterogeneo, in linea con il programma a cavallo di più generi del locale, divenuto il centro polare dell’underground milanese nelle sue espressioni rock più dure. È anche una serata interamente tricolore, arricchita da quattro avventure soniche ognuna a suo modo sperimentale, coraggiosa, protesa verso un’idea di suono forte e poco incline a compromessi e patti con la propria coscienza per risultare più facile e assimilabile. Non è nemmeno un bill prettamente ‘metal’ quello in programma: gli unici che potremmo ricondurre a questa etichetta sono i Sunpocrisy, mentre Lorø, Goodbye, Kings e Squadra Omega intraprendono esplorazioni più o meno distanti da una concezione classica di heavy metal. Ognuno di questi gruppi veicola però qualche suggestione cara ai nostri palati: essi nelle loro ampie circonvoluzioni, come alianti che interpretino le correnti e volino liberi per chilometri e chilometri, approdano ogni tanto in ambienti a noi più affini e congeniali. L’affluenza, in avvio abbastanza scarsa e limitata ad amici e conoscenti delle band, andrà a crescere fino a un sessanta-settanta unità: a giudicare dal brulicare attorno al banco del merchandise al termine degli show, si può dire che le formazioni coinvolte abbiano colpito nel segno. Come ci capita spesso di sottolineare, ogni tanto con un filo di pedanteria – da ascriversi in buona parte a chi scrive – vale sempre la pena di concedere una chance a nomi poco noti dell’underground: il piacere della scoperta, la sperimentazione di nuove grammatiche sonore sono aspetti altrettanto importanti che risentire dal vivo i cavalli di battaglia della propria band prediletta.

 

Squadra Omega - flyer concerto lo-fi luglio 2015 - 2015

LORØ

Le dieci sono scoccate da poco quando i tre Lorø calcano la scena. All’interno del locale non c’è quasi nessuno, ma bastano le prime note a far accorrere chi staziona all’esterno, intento a godersi la leggera brezza levatasi al termine di un’altra giornata di snervante calura. Quel poco di abbassamento della temperatura percepito viene annullato dalla performance caldissima dei musicisti veneti. Descrivere quanto suonano non è semplice, e già questo è un punto a favore. Partendo larghi, potremmo definirli un incrocio fra un ensemble stoner/doom sperimentale e un collettivo da jam session, con poderose infiltrazioni di post-rock e progressive, più che nel suono nell’approccio libero e disinvolto delle composizioni. Completamente strumentali, i Nostri non danno particolare risalto ad alcuno dei tre strumenti utilizzati (chitarra, batteria, synth), lavorano d’assieme, infittiscono le trame secondo schemi a volte radicalmente diversi tra un pezzo e il successivo. Non si cerca la complessità ritmica, né lo sproloquiare di uno strumento sugli altri e non c’è spazio per cerebralismi o parentesi avveniristiche: nel suono slabbrato della chitarra, quasi alla Conan, nel flavour digitale delle tastiere e degli altri effetti manovrati con abilità alchimistica, nel tocco potente e conciso del drummer, si annida una radicata estroversione, tenuta a freno quel tanto che basta per dare organicità e scorrevolezza a un ricettacolo di suoni tanto omnicomprensivo, quanto di difficile lettura. I Lorø hanno comunque abbastanza tiro da tenere tutti sull’attenti e non far disperdere la tensione positiva accesa con i primi minuti di show; non possiamo che applaudire a questa prima esibizione e sperare vi siano nuovi sviluppi del progetto a breve.

SUNPOCRISY

Luci spente, solo minuscole torce sui manici degli strumenti: il sestetto si nasconde, mette se stesso al buio per lasciare tutta l’attenzione sulla musica. Forti di tre chitarre, una tastiera, due voci (una principale, l’altra di supporto) a disposizione, il suono dei post-metaller lombardi non può che essere ricco e stratificato, in linea con quanto rappresentato dai principali numi ispiratori Cult Of Luna. Riferimento imprescindibile se si deve parlare degli autori di “Samaroid Dioramas”, a suo tempo (2012) bene accolto su queste pagine. In attesa di sfornare nuova musica – il nuovo album è già pronto, per ora non è nota la data di uscita – viene bene una data come questa per ricordare quanto di buono vi sia già alle spalle. La capacità di plasmare il suono a modellazione ed elevazione di emozioni poliedriche, forse inesplicabili con modalità diverse dalla musica, si fa subito palese nei movimenti sinusoidali e spiraleggianti del Sunpocrisy-sound, un detonante agglomerato di riverberi neurosiani aspersi di una forza terribilmente umana, molto terrena, che non fatica a erompere, a tramutarsi in un florilegio di spunti ricolmi di passionalità. Pur affacciandosi chiaramente a interpretazioni conosciute, rimembrando anche l’istintività dei The Ocean dell’età di mezzo, il sestetto ha una personalità chiarissima, frutto di una compenetrazione di talenti che consente di mediare fra urgenza e meditazione con disarmante agilità. La bellezza degli arrangiamenti, la funzionalità alla visione d’insieme, la pienezza di ogni colpo di batteria, fuga di synth, nota di basso, il debordare di chitarre ognuna con una sua precisa personalità, sono convogliate in canzoni-mausoleo che, a differenza della maggioranza delle composizioni ‘post’, non necessitano di crescere per infiniti minuti, arrivano subito al cuore e non lasciano mai la presa fino alla loro conclusione. Spettacolare la prova vocale, raramente abbiamo sentito qualcuno così bravo nel destreggiarsi fra pulito e growl come Jonathan Panada: sulle clean vocals in particolare siamo rimasti a bocca aperta, lo spettro di tonalità disponibili e l’intensità interpretativa consentirebbero probabilmente di ridurre drasticamente le linee più brutali senza diluire granché l’impatto della musica. La mezz’ora di competenza è un po’ ristretta per le necessità espressive dei bresciani, li aspettiamo in concerti ad ampio respiro e con nuovo materiale da offrirci. Le aspettative saranno per forza di cose elevate.

GOODBYE, KINGS

Stretti fra due band abbastanza robuste e gli stralunati viaggi mentali della Squadra Omega, i Goodbye, Kings avrebbero potuto trasformarsi nel più sfortunato dei vasi di coccio, sballottati fra compagini a maggior tasso di adrenalina. I languidi movimenti dei milanesi, fuori a fine 2014 con l’ottimo “Au Cabaret Vert”, hanno però parecchio da offrire a chi ricerchi nella musica un alto grado di finezza e uno sviluppo che abbini al mood sognante una ricerca puntigliosa in fatto di arrangiamenti, intrecci melodici e crescendo irresistibili. Si parla anche stavolta di un ensemble interamente strumentale, che nell’intasato panorama del post-rock odierno si distingue per composizioni fuori dagli schemi, facile da identificare con un genere ma difficilmente accostabili a un gruppo ben preciso. In questa occasione devono fare a meno di un componente, responsabile di tutta l’elaborata effettistica, ed è inoltre il primo concerto con il nuovo batterista, di impostazione meno metallica del predecessore. Questa line-up inedita non blocca i cinque, che con devota concentrazione riempiono il Lo-Fi con il loro suono affusolato, morbido, inizialmente minimale e poi via via più ricco, fastoso, ubriacante quando entrano in campo ulteriori percussioni, suonate da uno dei due chitarristi. In apertura c’è modo anche di assaggiare un nuovo brano, ancora senza titolo, naturale evoluzione di quanto ampiamente esposto nell’ultimo full-length. La levigata gentilezza chitarristica, il tocco calcolato sulle pelli e le deliziose note della tastiera si espandono dapprima impercettibilmente, secondo una preparazione meticolosa e digradante in giravolte ritmiche mai esagerate nella forza immessa, ma che acquisiscono strada facendo una grinta insospettabile. Questo contrasto fra impalpabilità ed energia vitale in emersione conclamata nei finali – magnifico quello della conclusiva “A Crack Of Light Will Destroy This Comedy”, con tutti i componenti della band a pestare sui tamburi – conquistano un’audience in buona parte poco preparata a una proposta di questo tipo. A sentire gli applausi al termine dell’esibizione e i complimenti formulati ai ragazzi una volta scesi dal palco, i Goodbye, Kings hanno lasciato il segno.

SQUADRA OMEGA

La Squadra Omega si configura come un oggetto misterioso, astratto, un collettivo che solo in se stesso, in quanto già rilasciato in passato, può forse ritrovare un paragone, un termine di comparazione per una musica che vive di liberissima improvvisazione, senza guardare in faccia a niente e a nessuno. Si potrebbero utilizzare i termini più strambi e improbabili contenuti nel dizionario italiano per provare a decrittare la musica di questo terzetto, e qualsiasi terminologia, di fronte a una sostanziale impossibilità di arrivare a un’interpretazione univoca delle idee dei genovesi, andrebbe bene. C’è chi parla di kraut-rock, chi di free-jazz, chi di sperimentazione pura, e molto altro ancora. Ne hanno solcati di mari di note, questi strani personaggi, solo quest’anno scesi in campo con ben tre album: “Lost Coast Soundtrack” (colonna sonora di un film), “Il Serpente Nel Cielo”, “Altri Occhi Ci Guardano”. Cercando di restare coi piedi per terra, vi possiamo dire molto francamente che, nell’oretta di esibizione del Lo-Fi, abbiamo assistito a qualcosa di unico. E ancora adesso facciamo fatica a spiegarci cosa si sia palesato esattamente dinanzi ai nostri occhi e abbia perforato le nostre orecchie. Vestiti con una tunica marrone assai vintage, i Nostri sono partiti immediatamente per la tangente, avviluppando gli ascoltatori – alcuni (forse) più preparati, altri ignari di quanto avrebbero vissuto – in un mélange di effetti spaziali, pattern di batteria minimali in perenne saltellio, una chitarra arabeggiante e solo per brevi scampoli ricamante melodie con un minimo di presa. L’inoltrarsi nel cuore dell’esibizione non solo non disvela il mistero subito paratosi di fronte alla nostra mente in principio, ma infittisce la nebbia sul reale significato e sulla via percorsa dalla Squadra Omega: ecco un inopinato sax, svariati strumenti a corda ed effettistica bisticciano e si agglomerano in un ‘qualcosa’ di affascinante ed ermetico, trasfigurante molteplici generi senza abbracciarne dichiaratamente nessuno. La psichedelia veleggia conclamata in questo flusso di coscienza quasi senza interruzioni, lasciando dietro di sé una sensazione di inafferrabilità, di un significato recondito in questo profluvio di note che noi, con tutta la buona volontà di questo mondo, non siamo riusciti a cogliere. Però plaudiamo ammirati, colpiti e affondati da una forma di genio che magari non riusciremo a farci piacere del tutto, ma non possiamo non riconoscere.

 

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