22/11/2025 - STARGAZER + DROWNED + BEDSORE @ Rock Pub Centrale - Erba (CO)

Pubblicato il 26/11/2025 da

Una fredda ma limpida serata di novembre fa da cornice a un pacchetto molto interessante per tutti gli amanti del death metal più ricercato. Al Centrale di Erba, in provincia di Como, approdano Stargazer e Drowned per la loro esclusiva data italiana, accompagnati dai capitolini Bedsore in apertura: tre band diverse per formazione e provenienza, ma affini per attitudine e spirito esplorativo.
L’affluenza è piuttosto buona sin dall’apertura porte e da lì per fortuna gli orari scorrono con una precisione quasi svizzera, nel solco della tradizione perfezionista di Necrotheism Productions.
Si notano inoltre, qua e là, alcuni ragazzi molto giovani approfittare della lodevole iniziativa dell’organizzazione: da qualche tempo infatti gli under 18 entrano gratis, una scelta appunto esemplare, la quale va a rendere l’ambiente più eterogeneo e coinvolge nuove generazioni nella scena.
L’atmosfera è rilassata ma attenta: si percepisce quella particolare elettricità che accompagna gli appuntamenti per veri appassionati, in cui la musica è al centro e tutto il resto scivola in secondo piano.

Quando le luci si abbassano per il gruppo romano, la sala è già ben popolata. I BEDSORE attaccano e immediatamente impongono il loro inconfondibile intreccio di prog settantiano e death metal. Il tempo presente sembra quasi la loro dimensione naturale: il gruppo si muove sul palco con una certa scioltezza, mescolando precisione e improvvisazione, come se ogni brano fosse una tela sulla quale tornare a dipingere colori sempre nuovi.
Le tastiere, ormai al centro della proposta, ricamano melodie di continuo, mentre le chitarre si rincorrono in fraseggi liquidi che si aprono in lunghe sezioni strumentali; il nuovo assetto a sei elementi dà respiro, moltiplica le possibilità, permette alle idee di dilatarsi.
La componente death metal rimane ben presente: le parti più dure emergono con una certa potenza, non come contrappunto ma come naturale prosecuzione del flusso sonoro.
Il pubblico segue con attenzione, mentre la band incastra un brano nell’altro tramite brevi jam e interludi atmosferici che uniformano il set, trasformandolo in un unico viaggio.
Non c’è bisogno di troppa interazione: è la musica a parlare, e il gruppo sembra divertirsi a ogni passaggio, dando l’impressione di trovarsi in una dimensione familiare. Quando lasciano il palco, lo fanno con l’aria di chi ha fatto esattamente ciò che voleva: dimostrare che il loro percorso è in continua espansione.

Il cambio palco è rapido e, quando i DROWNED entrano in scena, la temperatura emotiva si restringe immediatamente. Le atmosfere si fanno più asciutte, più severe, quasi come se la stanza si svuotasse di ogni superfluo. Il trio berlinese, tornato lo scorso anno con l’ottimo “Procul His”, attacca senza preamboli: chitarra, basso e una batteria essenziale ma sferzante.
A un primo ascolto l’approccio può sembrare scarno, e forse è proprio questa la loro arma più sottile: dietro la superficie ruvida si insinuano dettagli minuscoli, deviazioni poco vistose che modificano costantemente il carattere dei brani. Il death metal dei Drowned si contorce, respira, ritrae la tensione per poi rilasciarla con geometrie tutt’altro che scontate. Le strutture alternano sezioni serrate a rallentamenti meditativi, producendo un dinamismo che raramente si associa a una band generalmente catalogata come ‘old-school’.
Il pubblico più attento coglie questa ricercatezza non ostentata, mentre chi li ascolta per la prima volta si sorprende di quanta profondità possa nascondersi in un linguaggio così apparentemente diretto.
Il trio suona con sicurezza assoluta, quasi imperturbabile: non c’è teatralità, non c’è bisogno di enfatizzare nulla: ogni gesto sembra calibrato, ogni transizione arriva con una naturalezza che deriva da anni di coerenza stilistica.
È un set che richiede attenzione, e la sala risponde con concentrazione, pure tra un brano e l’altro, come se tutti stessero metabolizzando un discorso complesso.

Quando arrivano gli STARGAZER, l’atmosfera cambia ancora: gli australiani si presentano con la stessa sobrietà dei compagni di tour, ovvero tre musicisti, nessun fronzolo, solo gli strumenti e una dedizione assoluta.
A tratti sembra che una seconda chitarra potrebbe servire a riempire certi spazi, ma la band trasforma questa mancanza in carattere: c’è un fascino particolare nel vederli affrontare un materiale così ricco e stratificato contando solo sulle proprie forze, quasi al limite delle possibilità. Il bassista e cantante Damon Good guida spesso il tutto, alternando linee vocali profonde a un basso che si muove come un serpente, spesso protagonista nella costruzione dei brani. Le chitarre scolpiscono riff obliqui, talvolta illuminati da soluzioni armoniche inattese, mentre la batteria tiene tutto insieme con una combinazione di rigore e fantasia.
Come mostrato dal recente EP “Bound by Spells”, il loro avantgarde death metal si dispiega con misura: mai funambolico per il gusto di esserlo, ma sempre ricco di finezze che affiorano con l’ascolto. Il classico riff, quello che colpisce al primo colpo, trova comunque spazio tra passaggi più tecnici o labirintici; è questo equilibrio a rendere gli Stargazer così peculiari. Dal vivo stupiscono, come sempre, proprio perché letti da vicino mostrano quella miscela di ambizione e controllo che li ha resi una delle realtà più personali dell’area australiana e non.
La sala rimane concentrata mentre la band dipana un set intenso, appunto senza scenografie, senza artifici: solo tre musicisti che dimostrano quanto poco contino decorazioni e sovrastrutture quando la sostanza è forte.
Quando il concerto si chiude, il pubblico applaude convinto, consapevole di aver assistito a una serata in cui tre modi distinti di intendere il death metal più ricercato si sono incontrati con naturalezza. Un evento insomma perfettamente riuscito, che ribadisce quanto la scena underground possa ancora offrire serate di grande valore, lontane dai riflettori ma ricche di autenticità.

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