21/02/2026 - STIGE FEST 2026 @ Legend Club - Milano

Pubblicato il 27/02/2026 da

Report di Giacomo Slongo

Settimana caldissima per gli amanti di certo metal estremo nel milanese (e non solo). A pochi giorni dal passaggio all’Alcatraz di Mayhem, Marduk e Immolation (qui il nostro report), al Legend Club è andata infatti in scena la sesta edizione dello Stige Fest, evento che nel corso degli anni – sotto la supervisione di Lo-Fi Creatures – ha saputo portare nel Bel Paese realtà del calibro di Tormentor, Revenge e Mysticum, per una selezione di black e death metal che, anche nel 2026, non si può dire abbia deluso le aspettative della frangia di pubblico più legata ai valori della tradizione e dell’underground.
E sebbene la risposta di paganti non sia coincisa con un locale strapieno (vuoi per una nicchia che in Italia è e resta limitata, vuoi per la concorrenza ‘sotto data’ dei colossi norvegesi, vuoi per un costo del biglietto sì allineato allo sforzo economico di ingaggiare certi nomi, ma non proprio ‘popolare’), qualità e spettacolo non ne hanno comunque risentito, nel segno di un sabato di febbraio i cui toni (quasi) primaverili hanno finito per accompagnare una carrellata di tenebre musicali provenienti tanto dall’Italia e dalla vicina Austria, quanto dalla più lontana Scandinavia…


Perse con nostro rammarico le esibizioni dei giovanissimi IGNOBLETH e dei più attempati WOUNDEAD, entriamo negli spazi della venue in tempo per quella degli ARSGOATIA, formazione di Salisburgo che ritroviamo a circa tre anni di distanza dalla volta sul palco dell’olandese Graveland Festival.
Nel frattempo, oltre a pubblicare un valido secondo full-length (“Agitators of Hysteria” del 2025), il quartetto ha continuato a farsi vivo in una serie di cornici live mirate e rispettate, dall’House of the Holy al De Mortem et Diabolum, e il suo rodaggio è evidente anche ai più distratti, accompagnato da una presenza scenica come sempre notevole, tra un face painting a base di sangue e fango e aste di microfoni adornate di teschi umani.
Come noto, parliamo di gente con un passato ben più elegante e intimista nei ranghi degli Our Survival Depends on Us, e questo tipo di background non può fare a meno di emergere anche stasera, attraverso una prova che mescola marciume e atmosfera con grande fluidità e disinvoltura. Le trame, avvolte dai suoni ottimi del locale, ondeggiano così fra aggressioni in odore di Carpathian Forest e compagnia autodistruttiva (“Cunt and Cocaine”, esplicativa fin dal titolo) e momenti in cui il comparto vocale e strumentale assume invece una postura ritualistica, quasi sciamanica, schiudendosi in parentesi dense e ipnotiche che finiscono per proiettare la mente in un sabba nel cuore delle Alpi.
Un ibrido che, molto probabilmente, non permetterà loro di ‘sfondare’, se non all’interno dei circoli black metal più attenti, ma che quest’oggi ha portato ad un nuovo show fatto di ardore, carattere e perizia esecutiva.

Attorno ai TENEBRO, inutile negarlo, si sta creando un hype importante, figlio in primis del concept su cui è basato l’intero progetto e dell’attenzione riservata a grafiche, merchandise e profili social.
Che i Nostri abbiano fatto tesoro dell’esperienza dei Fulci, ormai lanciati nella serie A della scena death metal con tour di spalla a Cannibal Corpse e Cryptopsy, è palese, ma – al tempo stesso – sarebbe ingiusto liquidare la band guidata da Il Becchino e Il Beccamorto come una mera copia carbone degli autori dei fortunatissimi “Tropical Sun” e “Duck Face Killings”.
Certo, i punti di contatti ci sono, a partire da una proposta groovy e ‘americana’, ma da qui i Tenebro si muovono per conferire all’insieme un taglio ancora più cupo, ignorante e ossessivo, senza mai perdere di vista l’operato di Will Rahmer e dei suoi famigerati Mortician.
Un clima perverso che il setting del palco, con fumo denso, luci rosso sangue e una testa finta maltrattata ripetutamente dal frontman, a ricordare certe trovate del compianto Killjoy dei Necrophagia, non fa altro che accentuare, mentre il gruppo si presenta appunto compattissimo nello sfoderare riff pesanti quanto colpi di clava e nel ripercorrere in lungo e in largo la grande stagione italiana dell’horror e del giallo, con una “Lo squartamento della tartaruga” dedicata a Ruggero Deodato, una “Dèmoni” a Lamberto Bava e così via, fino alla fine, per quasi un’ora di performance in grado di zittire le malelingue circa l’inconsistenza della proposta.
A conti fatti, quella dei Tenebro è una musica che, proprio in virtù del suo carattere cavernicolo e della sua componente ‘scenografica’, si completa in sede live, acquisendo persino più sfumature che su disco, e in occasione di questo Stige Fest la conferma è arrivata nel più barbaro e convincente dei modi possibili.
Ampiamente promossi.

Per quanto formalmente inattivi, in seguito alla morte di Trondr Nefas nel maggio 2012, gli URGEHAL stanno trovando un modo dignitoso per non eclissarsi e celebrare il lascito artistico del loro leader senza scadere nel ridicolo o nell’inflazione.
Prima con un album postumo, “Aeons in Sodomy”, ultimato nel 2016 grazie al contributo di amici come Nocturno Culto dei Darkthrone, Hoest dei Taake e Niklas Kvarforth degli Shining; poi con una prima reunion, a dieci anni dalla scomparsa del cantante/chitarrista e spalmata su un pugno di date di alto profilo (Inferno Festival, Party.San Metal Open Air, Eindhoven Metal Meeting, ecc.); oggi con un secondo ritorno sui palchi per la riproposizione integrale di uno dei loro lavori più riusciti e fortunati, quel “Goatcraft Torment” pubblicato nel 2006 da Agonia Records (che ne prossimi mesi dovrebbe farne una ristampa).
Con il chitarrista Enzifer e il batterista Uruz saldamente al timone della nave, e completati da una serie di turnisti ‘di lusso’ provenienti da Carpathian Forest, Endezzma e Svarttjern, i norvegesi si sono quindi resi protagonisti di una prova estremamente solida e convincente, la prima peraltro di questo nuovo corso, dimostrando di non aver assolutamente sottovalutato la portata dell’impegno.

La resa è infatti precisa, serratissima, con solo un breve problema alla sei corde di Enzifer (inconfondibile nella sua mise borchiata fin sul capo!) a cercare di mettere i bastoni fra le ruote ad un concerto altrimenti perfetto per intensità e cattiveria, il quale – attraverso episodi come “Antireligiøs” e “Satanic Black Metal in Hell”, o ancora l’assassina “Sentiment of Chaos” e la strutturata “Et steg nærmere Lucifer” – ha saputo davvero rievocare lo spirito freddo, spietato e nichilista del ‘true Norwegian black metal’ in quel del Legend Club di Milano, la cui risposta non si è certo lasciata pregare in termini di entusiasmo e fervore.
Non una celebrazione vuota o fine a se stessa, insomma, ma una fotografia autentica, priva di alterazioni o manomissioni, di un genere che gli stessi Urgehal – dalle retrovie del movimento – hanno sempre coltivato con competenza e dedizione, e che l’encore “Mirror Satan” (da “Through Thick Fog till Death”) ha più che mai sintetizzato prima dell’inevitabile congedo.
Siamo abbastanza sicuri che la visione di Nefas sia stata rispettata anche questa volta.

Nella musica, così come nella vita, esistono cliché e cliché. Ci sono quelli che sanno di stantio e di pigro adagiarsi su stilemi arcinoti, incapaci di essere incanalati in qualcosa di accattivante, e ci sono quelli che invece, come pompati direttamente dal cuore, trasmettono una passione tale da annullare critiche o illazioni riguardanti la loro mancanza di personalità.
Inutile dire che, nel caso degli headliner HELLBUTCHER, si parli a mani basse della seconda opzione, tanto su disco quanto (soprattutto) dal vivo. Così com’era stato per i Nifelheim, entrati da qualche anno in pausa, la creatura solista di Per Ola Arne Gustafsson (Hellbutcher, appunto) non è altro che uno sfacciato, sentitissimo omaggio a certo metal forgiato tra le fiamme degli anni Ottanta, con a corredo una presenza scenica che più datata e kitsch non si può.
Abiti in pelle, catene, borchie, face painting approssimativo, pose esagerate: tutto riporta alla mente la pacchianeria sfoggiata da gente come Venom, Infernal Majesty e Celtic Frost nelle foto promozionali scattate in quel decennio irripetibile, le stesse a cui Gustafsson – evidentemente – continua a guardare con amore dopo esserne rimasto folgorato da ragazzino.

La chiave dello show allo Stige Fest sta tutta qui, nel lasciarsi trascinare da questo manipolo di veterani (oltre al frontman, parliamo di gente con un presente o un passato tra le fila di Unleashed, Necrophobic, Aeternus e altri) in un’epoca durante la quale i confini tra metal classico, proto-black e thrash erano assai labili, senza badare agli aspetti derivativi e godendosi l’energia liberata dai riff elementari e ficcanti di brani come “Violent Destruction”, “Satan’s Power” e “Inferno’s Rage” (anche i titoli, come avrete capito, non deludono le aspettative di ignoranza).
E per quanto la voce di Gustafsson sia lungi dall’essere quella dei giorni migliori, bastano il suo carisma e il suo entusiasmo per portare in secondo piano la questione, in una scaletta che ripercorre l’intera tracklist dell’esordio rilasciato su Metal Blade nel 2024 prima di concentrarsi su un tris di cover perfette nel loro dare voce alle influenze principali del progetto: “Losfer Words (Big ‘Orra)” degli Iron Maiden, “Die in Fire” dei Bathory e “Black Metal” dei Venom spediscono infatti a casa il pubblico con il sorriso sulle labbra, sancendo quello che non esitiamo a definire un evento pienamente riuscito.
Alla prossima edizione, come si suol dire in questi casi.

Setlist Urgehal:

Goatcraft Torment
Risus Sardonius
Antireligiøs
Dødsmarsj til helvete
Satanic Black Metal in Hell
Nefastus Nex Necis
Gathered Under the Horns
Selvmordssalme
Sentiment of Chaos
Et steg nærmere Lucifer
Mirror Satan

Setlist Hellbutcher:

The Sword of Wrath
Perdition
Violent Destruction
Hordes of the Horned God
Death’s Rider
Possessed by the Devil’s Flames
Satan’s Power
Inferno’s Rage
Losfer Words (Big ‘Orra) (Iron Maiden cover)
Die in Fire (Bathory cover)
Black Metal (Venom cover)

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