Report di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Foto di Fabio Livoti
Domenica, è risaputo, non è il giorno in cui la gente alza il culo per andare ai concerti. Milano inoltre è sotto una pioggia battente che rende il traffico difficoltoso sin dalla prima mattina, di conseguenza l’opzione divano guadagna svariati punti per gli indecisi dell’ultimo minuto. C’è un grande ‘però’ in questa domenica di metà novembre: gli Stray From The Path arrivano in Italia per un’unica data in quello che è l’ultimo giro di saluti della loro onorabile carriera.
La band, che tra il 2011 e il 2014 ha frequentato spesso il nostro paese, aveva preso la via di quelle hardcore band che preferiscono dedicarsi ad Europa continentale e Regno Unito, saltando l’Italia svariate volte con un’ultima apparizione a Bologna nel lontano 2019.
In questo esteso tour d’addio però siamo presenti, pronti a salutare la hardcore band di New York e a goderci opener di tutto rispetto: parliamo degli Alpha Wolf con il loro hardcore nu metal, dei nu metaller inglesi Graphic Nature e dei rocker inglesi Calva Louise.
Per una volta i Magazzini Generali si preparano ad accogliere il pubblico delle grandi occasioni, mostrando che una nutrita partecipazione è possibile anche la domenica, anche dalle nostre parti, anche per l’hardcore.
Stranisce un po’ vedere la figura di Jess Allanic, con la sua frangia e il suo vestito goth, prendere le luci del palco davanti a un’audience in felpa e pantaloncini da basket.
I CALVA LOUISE, passati a Milano a marzo coi Bloodywood, hanno però un ventaglio di influenze da poter suonare tranquillamente anche davanti al pubblico di stasera: nella mezz’ora a loro disposizione la manciata di brani dall’ultimo “Edge Of The Abyss” passa per alternative metal, punk, elettronica e nu metal con disinvoltura, con alcuni brani in spagnolo a testimoniare l’identità multietnica.
E’ evidente come Jess, che suona anche chitarra e tastiere, sia il travolgente fulcro del trio, sfoggiando un’indole onesta e spontanea e una bella versatilità vocale.
Per essere la prima volta che li ascoltiamo restiamo un po’ confusi dal tripudio di influenze ed input, ma dobbiamo concedere un certo fascino per una formazione eclettica e personale, che riesce ad attirare l’attenzione anche come elemento fuori dalle coordinate della serata.
Quanto tocca ai GRAPHIC NATURE è tutta un’altra storia: il quintetto di Kent, Inghilterra, ha un’identità molto ben definita e un sound che la rispecchia, facendo rivivere quel nu metal a tinte industrial cupo, pesante e serissimo, esplorando ansia, solitudine, depressione e neurodivergenza.
Tutti vestiti di nero, alcuni col cappuccio tirato su, i Graphic Nature picchiano duro e sodo, con le movenze e l’estetica dei primi anni Zero che sicuramente stanno tornando alla ribalta e risuonano tra gli appassionati presenti tra il pubblico.
Tutta la sala è vittima del groove e dell’energia di brani come “Killing Floor”, “Sour”, “Bad Blood” e “White Noise”: il pubblico risponde bene, così si allargano le maglie tra le prime file con i primi focolai di mosh e circle pit.
A confermare la connessione strettissima con il nu metal che fu il carismatico frontman Harvey Freeman mette in campo il trucco più vecchio della comunità delle tre strisce: parliamo del ‘tutti giù per terra’, in attesa del crescendo e del breakdown capace di smontare il locale.
“A Mind Waiting to Die” e “Who Are You When No One Is Watching?” sono due bei dischi che si ascoltano volentieri, ma dal vivo gli inglesi assumono la loro forma migliore.
Sono gli ALPHA WOLF ad occupare il ruolo dei main supporter della serata: il pubblico è già scaldato grazie alle altre band, ma l’ingresso della formazione australiana scatena un’esplosione di energia nel pit.
Si palpa con mano il motivo per cui la loro traiettoria è in salita, ovvero un’identità ben caratterizzata, con quell’hardcore dalle influenze nu metal che fa facile presa in sala, un’attitudine trascinante e diretta, che riesce ad essere naturalmente contagiosa creando una connessione istantanea, e quell’estetica originale presa in prestito da manga ed influenze urban che non guastano mai – ovviamente in riferimento al chitarrista Sabian Lynch, con la sua immancabile mascherina sul viso ed il suo streetwear ricercato da vero hypebeast.
Gli australiani danno spazio tanto ai brani di “A Quiet Place To Die” tanto a quelli di “Half Living Things”, con l’esplosiva “Sub Zero” a dividere il set in due parti. Oltre a movimentare gli spazi senza mai scendere nella violenza – niente crowdkill o mosse da ninja del pit – il pubblico canta in maniera molto partecipe, testimoniando come gli australiani abbiano fatto breccia anche negli ascolti di molti italiani.
La tensione e l’energia salgono di pari passo quando si arriva ad “Haunter” e “Mangekyō”, due dei pezzi più frequenti nelle setlist della bandd; è però ancora “Akudama”, il brano eseguito per ultimo, a mantenere la corona di pezzo più atteso ed amato, una vera e propria hit che ha definito la carriera degli Alpha Wolf.
Da quanto abbiamo visto stasera, ci sembra di capire che siano pronti per ulteriori tour da headliner anche dalle nostre parti.
Tutte le cose belle arrivano a una fine, così il cammino degli STRAY FROM THE PATH giunge al termine senza rancori, con una scelta condivisa volta a mettere fine alla propria carriera scampando ad un lento declino, mettendo un punto con un disco forte e ispirato come “Clockworked” e compiendo un bel giro di saluti quando tutti sono ancora in piena forma fisica.
Al momento di salire sul palco, i Magazzini mostrano un pubblico nutrito, che forse non arriva a sfiorare il sold-out ma riempie in modo consistente la sala e dimostra che l’hardcore/crossover degli SFTP è forte anche dalle nostre parti.
Sin dall’apertura con “Kubrick Stare”, singolo dell’ultimo disco la cui copertina occupa curiosamente il backdrop di questa sera, i presenti mostrano evidentemente di essere a conoscenza del materiale del gruppo, e anche se la band sembra proseguire con distacco è evidente come il quartetto si nutra di questa carica.
Il frontman Andrew Dijorio regala evidentemente la performance più atletica, con mosse e dispendio energetico degne di un ballerino.
Il primo blocco è fatto di pezzi veloci e compatti che fanno da detonatore al moshpit, con corpi che spingono e frequenti crowd surfing; la band non perde tempo in chiacchere, ogni minuto è concepito per mantenere altissimi i livelli di tensione, che si taglia col coltello per tutta la durata del set.
I pezzi più politicizzati come “Goodnight Alt-Right” fungono da momenti unificanti, in cui il pubblico ripete slogan e ritornelli come una risposta collettiva. Sembra girare tutto per bene per questo commiato, anche dal punto di vista tecnico: i volumi sono adeguati e il mix non sacrifica nulla, inoltre non si inciampa in alcun inconveniente.
Si arriva velocemente al finale, e sulle note di “Clockworked” e “Guillotine” assistiamo ad una vera e propria pioggia di corpi, al quale il personale della sicurezza sembra sinceramente impreparato. Ci penserà in prima persona il titolare della booking agency Hellfire, che organizza la serata, a dar loro manforte manforte col sorriso sulle labbra davanti a tanto calore nella risposta del pubblico.
Il saluto definitivo avviene sulle note del classico “Fortune Teller”, con Dijorio a battere il cinque alle prime file e il batterista Craig Reynolds a distribuire per l’ultima volta memorabilia.
Non è stato un set antologico e pensato per ripercorrere la storia del gruppo, e questo lascia aperta forse la possibilità di un ritorno, ma se l’obiettivo è quello di fermarsi nel pieno delle proprie energie e possibilità possiamo esser sicuri che gli Stray From The Path lasceranno un bellissimo ricordo nelle menti di coloro che hanno partecipato a quest’ultimo concerto.
CALVA LOUISE
GRAPHIC NATURE
ALPHA WOLF
STRAY FROM THE PATH











































































































































