05/02/2026 - STYGIAN BOUGH + 40 WATT SUN @ The Dome - Londra (Gran Bretagna)

Pubblicato il 06/02/2026 da

Giovedì 5 febbraio, Londra è avvolta da quella pioggia insistente che sembra non voler concedere tregua: piove quasi ogni giorno da settimane e la città ha riassunto quell’aria uggiosa e introversa che molti ricordano come la sua forma più autentica.
In un contesto del genere, la proposta della serata al Dome appare quasi ‘ineluttabile’: due set profondamente contemplativi, declinati in maniera personale come Patrick Walker (40 Watt Sun), e la collaborazione tra Bell Witch e Aerial Ruin sanno fare, lontani da qualsiasi idea di intrattenimento facile, ma capaci di dialogare in modo naturale con l’atmosfera esterna su atmosfere in bilico tra introspezione e sonorità doom.
Il locale non è strapieno, ma l’affluenza è più che buona per una proposta così di nicchia, segno di un pubblico consapevole e motivato. Ancora una volta il Dome si conferma uno dei migliori spazi cittadini, accessibile, ben gestito e soprattutto dotato di un’acustica capace davvero di valorizzare un certo tipo di sonorità.

Ad aprire la serata sono i 40 WATT SUN, ovvero Patrick Walker, questa volta senza la sua band. Per questo tour europeo, i 40 Watt Sun – realtà che da sempre si muove a cavallo tra ormai lontane radici doom e un alternative rock estremamente delicato nelle atmosfere – si presentano infatti in una veste essenziale, quasi spogliata fino all’osso: solo voce e chitarra, nessuna sezione ritmica.
È una scelta che trasforma immediatamente il concerto in qualcosa di intimo, nonostante le dimensioni non esattamente ridotte del locale. Come prevedibile, Walker costruisce lo show come un dialogo sommesso con il pubblico, alternando brani tratti da tutti i full-length pubblicati a brevi interventi parlati, intrisi di quel tipico humour britannico fatto di autoironia, sarcasmo sottile e un tono volutamente dimesso.
Le canzoni scorrono lente, malinconiche, spesso struggenti, sostenute da una scrittura che regge perfettamente anche senza l’impatto della band al completo. “Carry Me Home” emerge come uno dei momenti più toccanti, accolta da un silenzio quasi religioso. Il pubblico, già numeroso e attento, dimostra un rispetto raro: nessun brusio, nessuna conversazione fuori luogo, solo ascolto; in una performance in cui ogni sfumatura conta, questo clima contribuisce in modo decisivo alla riuscita del set.
Walker appare a suo agio, vulnerabile quanto basta, e riesce a trasformare un’esibizione unplugged in un’esperienza emotivamente densa, che prepara il terreno alla proposta ancora più austera della band principale.

Quando salgono sul palco gli STYGIAN BOUGH, la collaborazione tra Bell Witch e Aerial Ruin, il cambio di atmosfera è netto ma coerente. Il funeral doom, soprattutto quello firmato Bell Witch, potrebbe sembrare poco adatto alla dimensione live: tempi dilatatissimi, dinamiche sottili, un peso specifico che in studio si fonda molto sulla resa sonora. Eppure, negli anni il gruppo statunitense ha dimostrato il contrario, diventando una presenza sempre più costante e apprezzata sui palchi internazionali.
Anche questa sera la formula funziona: qualche dettaglio si perde inevitabilmente rispetto alla versione studio, ma viene compensato da una ruvidità maggiore, da un trasporto fisico e da una carica emotiva che in sala si avverte con forza.
Il trio è ormai affiatato: Dylan Desmond al basso, Jesse Shreibman alla batteria e all’organo, ed Erik Moggridge – mente di Aerial Ruin – a chitarra e voce. Moggridge, statunitense ma nato a Londra (a quanto pare, in un ospedale vicinissimo al locale) sembra particolarmente coinvolto; la sua prova è sentita, intensa, come se questo ritorno nella città natale avesse un peso specifico.

Il set è interamente dedicato a “Stygian Bough: Volume II”, ultimo capitolo della collaborazione, pubblicato lo scorso anno, proposto integralmente nelle sue quattro tracce, senza interruzioni significative. Nel complesso, si tratta del materiale più melodico ed espressivo del progetto, e anche dal vivo emerge con chiarezza il suo slancio emotivo.
Il basso di Desmond, estroso e profondissimo, si intreccia con la chitarra di Moggridge creando trame suggestive, mentre la batteria colpisce con decisione, costruendo un low-end tonante che avvolge la sala. I contrasti sono continui: passaggi delicati e quasi meditativi lasciano spazio a esplosioni di peso e densità, in un’interpretazione del doom personale e riconoscibile, soprattutto per via del tocco personale di Desmond, che rende il basso uno strumento particolarmente estroso. Il cantato non è sempre impeccabile, ma risulta autentico, coerente con lo spirito del progetto e il contesto live.
Anche qui il pubblico si dimostra esemplare: silenzio assoluto nelle parti più soft, pochi telefoni alzati, attenzione costante. È una rarità, ormai, che sembra possibile solo in contesti così mirati, e forse bisogna davvero scendere nella nicchia per ritrovare certe sane abitudini.
Il concerto si chiude senza enfasi superflua, lasciando però la sensazione di aver assistito a qualcosa di speciale: una collaborazione che, per molti appassionati, ha ormai un peso paragonabile a quello dei Bell Witch stessi. Una grande serata, perfettamente in sintonia con la Londra grigia e piovosa che l’ha ospitata.

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