15/07/2012 - Suffocation + Origin @ Traffic Live Club - Roma

Pubblicato il 19/07/2012 da

Introduzione a cura di Claudio Giuliani
Report a cura di Claudio Luciani e Claudio Giuliani

Freschi della delusione del nuovo album dei Nile, gruppo che del death metal è stato per anni alfiere, cosa c’è di meglio per tirarsi su il morale di vedere lo show di Origin e Suffocation? Fra i gruppi americani, gli Origin sono in perenne ascesa e stanno supportando i Suffocation – o quel che ne resta – durante la tournée estiva che ha toccato anche l’Italia, e addirittura a Roma, la quale sta colmando sempre di più il gap concertistico con Milano. Ha organizzato il tutto la Extreme Agency, che ha chiuso i battenti con questo show offerto al pubblico a soli cinque euro. Certo, se il 15 di luglio tocca rinchiudersi dentro quattro mura sprovviste di aria condizionata deve esserci veramente un buon motivo. Il combinato disposto fra il bill e il prezzo a cui è stato offerto era decisamente allettante e infatti il pubblico ha risposto massicciamente. Ad aprire per il duo ben quattro gruppi: i finlandesi Re Armed, i canadesi Unbreakable Hatred e i nostrani Slaughter Denial e Hellvate, quest’ultimi inseriti all’ultimo momento. Lo show è iniziato alle 20 e purtroppo non ci è stato possibile presenziare fin dall’inizio. In ogni caso, ci è parso di capire che il caldo abbia tenuto alla larga dal palco del Traffic buona parte della gente presente. Solamente gli Origin prima e i Suffocation poi hanno richiamato il pubblico dentro il locale. Ad ogni modo, con ingresso fissato a cinque euro, c’è poco da criticare; d’altronde: “Parigi, val bene una messa”.

ORIGIN
È “Expulsion Of Fury”, con quel riff di chitarra impazzito all’inizio del brano cui si accompagnano delle rullate di batteria pazzesche a iniziare lo show degli Origin. Quando il brano decolla si odono le prime fragorose sfuriate di John Longstreth alla batteria, rapido come un fulmine. Manco il tempo di riprendersi, con il caldo che invoglierebbe solo ad abbandonare il locale se non si fosse amanti del death brutale nella sua espressione migliore e più vigorosa, e arriva “Purgatory”. Anche qui gli occhi vanno tutti sugli strumentisti; detto del batterista, un autentico portento, si ammirano anche gli addetti agli strumenti a corda impegnati ad affastellare note a una velocità rara nel death metal. Ma fa troppo caldo, e quindi il gruppo, mentre il cantante intrattiene la folla e fa di tutto per tenersi la sua maglietta indosso, apre la porta subito dietro il palco per rifiatare qualche secondo e lavare via il sudore dagli strumenti. È tempo di ripescare brani da “Antithesis”, fortunato predecessore di “Entity”. Arriva quindi il killer riff che caratterizza l’inizio di “Wrath Of Visnu”. Il brano è tritaossa e il pubblico sembra fregarsene di stare dentro una bolgia infernale in termini di temperature. E allora via a spintonarsi, gasarsi senza pensare agli oltre 40 gradi dentro il locale. Si procede via velocemente e dopo una devastante “Swarm” si possono ammirare i quattro, col frontman in grande spolvero, in “Saliga”, brano lungo – quasi sette minuti – in cui gli Origin affermano di essere nell’élite del death metal. C’è spazio ancora per “The Aftermath”, altra perla di brutalità musicale prima di terminare lo show con “Portal” dall’album “Informis Infinitas Inhumanitis” del 2002, con il cantante Jason Keyser capace di cantare mentre la folla lo porta in giro per il locale come nei migliori episodi di crowd surfing. A fine show, la fuga verso le uscite, verso l’aria, verso la respirazione, da parte della sala è immediata. Bisogna riprendersi in fretta perché a breve sul palco ci saranno i Suffocation, che per togliere dalla mente dei fan i quaranta minuti di concerto degli Origin dovranno sudare, e non solo letteralmente. Ad ogni modo, la nostra impressione è che dopo uno show con le velocità degli Origin, ogni altra band di death metal chiamata a suonare rischi di sembrare un gruppo thrash.
(Claudio Giuliani)

SUFFOCATION
Alla fine entrano i Suffocation, in un clima di vago sconforto da parte del pubblico che, nei momenti precedenti, era venuto a conoscenza della defezione di Frank Mullen: cosa ragionevole, diremmo, perché la presenza scenica e il carisma del cantante newyorkese sono difficilmente sostituibili. La soluzione adottata, tuttavia, è stata ampiamente soddisfacente, dal momento che alla voce si è rivisto Bill Robinson (Decrepit Birth, su tutti), esattamente come nei mesi precedenti: l’aspetto più sorprendente, quindi, è stato l’assenza di un annuncio ufficiale. Ciò che non ha sorpreso per niente, invece, è stata la sua indubbia capacità di frontman coinvolgente, con cui ha riempito in modo convincente la voragine lasciata da Frank: certo, non abbiamo visto la “manina” posseduta dal raptus della doppia cassa, però ci siamo goduti un cantante che ha il suo modo di interagire col pubblico, molto dialogico, e che – soprattutto – ha confermato di possedere qualità vocali di grande impatto live. Come era prevedibile, non essendo Bill Robinson il cantante ufficiale del gruppo, la setlist è risultata ridotta (il concerto è durato quarantacinque minuti) e prevalentemente strutturata sui classici: l’apertura, affidata a “Depths Of Depravity”, mostra un gruppo in forma con un Bill Robinson perfettamente inserito, sia umanamente che contestualmente, grazie anche alla profondità del suo growl. Il pubblico, nel frattempo, dimentica la “presa a male” e si lascia coinvolgere dal gruppo che pare decisamente in forma. Dietro le pelli c’è Dave Culross, meno fisico del defezionario Mike Smith, ma altrettanto preciso e finemente tecnico (se non di più). Si ha l’impressione di guardare una band contemporaneamente diversa e uguale, con il solo Terrance Hobbs – caloroso come sempre – a fare da ponte con la formazione classica. La scaletta continua a snocciolare classici, a mo’ di osceno rosario carnale: “Effigy Of The Forgotten” continua a colpire basso col suo incipit, “Catatonia” continua a ricordarci che perla sia “Despise The Sun”, “Pierced From Within” continua ad essere estranea ad ogni processo d’assuefazione, mentre “Liege Of Inveracity” e “Mass Obliteration” danno ulteriore conferma di come pezzi scritti più di venti anni fa continuino a rendere clamorosamente bene, dal vivo, anche oggi. Non è mancato nemmeno modo di proporre qualche “nuovo classico”, come “Abomination Reborn” e “Cataclysmic Purification”, cui viene affidata una chiusura purtroppo senza bis. A concerto finito, il locale si svuota rapidamente, visto il caldo insostenibile che ha vessato tutti gli avventori e la stessa band: se ci consentite, non è certo il massimo che un locale non sia organizzato per quest’evenienza.
(Claudio Luciani)

9 commenti
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