A cura di Luca Pessina e Valentina Spanna
Foto di Shelley Slater (http://www.evilshell.net/)
Il Summer Breeze, che si svolge ormai da cinque anni sulle verdi colline di Abtsgmund, alle porte di Stoccarda, è un ottimo festival open air che dimostra di aver ben messo a frutto l’esempio organizzativo del cugino anziano Wacken Open Air, sempre all’insegna del costante miglioramento. Ed è un piacere fare queste constatazioni, considerato il desiderio mai sopito del popolo metal di trovare manifestazioni ben congegnate dove poter finalmente vedere esibirsi le band seguite. E come non potevano i redattori di Metalitalia.com farvene un resoconto? Più che assonnati, la mattina del 21 agosto abbiamo preso il meraviglioso regionale Stuttgart-Aalen lasciandoci alle spalle la movimentata amichevole Germania-Italia e soprattutto gli Stoccardesi (?), ovvero un manipolo di bigotti eccellenti! Inaspettatamente, sul treno aromatizzato al burro rancido, vecchietti cattolici in gita si mescolavano a metallari più o meno truci! Giunti ad Aalen abbiamo preso il bus per Abtsgmund cominciando a socializzare con i tedeschi già ubriachi, impazientissimi di vedere i concerti. Ed è così che, nel pieno del ridente paesello, a due passi dalla suggestiva chiesa gotica, ogni anno si danno appuntamento metallari di tutta Europa (e oltre!). A livello di band la scelta del Summer Breeze privilegia i campi più estremi del metal e una buona dose di dark-gothic (che in Germania va sempre fortissimo!) rispetto al Wacken, tradizionalmente promotore anche di molte band classic metal e di un ventaglio di proposte in grado di accontentare davvero chiunque. L’area concerti, con alle spalle i boschi e e i campeggi (costo 10 euro a persona, puliti e con abbondanti servizi), è abbastanza ampia e vi trovano posto numerosi stand di merchandising e punti di ristoro… e naturalmente i due palchi, dove i gruppi si alternano da mezzogiorno a notte. Il Pain stage fa da contraltare all’i
Un ringraziamento speciale va a Jones e a tutti i ragazzi del Badia Rocks festival, senza i quali non saremmo mai potuti tornare a casa!!!
NAPALM DEATH
Il primo vero highlight della giornata di giovedì è stato rappresentato dallo show dei Napalm Death che, come al solito, hanno dato vita ad un concerto esplosivo che non ha risparmiato niente e nessuno! Presentatisi inspiegabilmente senza Jesse Pintado, i Napalm Death non hanno comunque risentito dell’assenza di una chitarra e hanno sciorinato la solita vagonata di classici che tutti attendevamo. “Suffer The Children”, “From Enslavement To Obliteration” o “Greed Killing” sono state accolte a gran voce praticamente da tutti i presenti ma per scrive l’apice del concerto lo si è raggiunto durante l’esecuzione di “Siege Of Power” e della recente “Continuing War On Stupidity”, dedicata da Barney al terrorista George W. Bush! Precisissima come sempre e carica di un odio fuori dal comune, la band non si è persa d’animo neanche quando un violento acquazzone ha indotto molti fan a correre lontano dal main stage per ripararsi, facendo buon viso a cattiva sorte e tirando fuori dal cilindro un graditissimo medley di brani tratti dal seminale “Scum”. Peccato che per circa la metà della durata dello show i suoni non siano stati all’altezza ma i Napalm Death, anziché farsi problemi, l’hanno buttata sul fisico e, tanto per cambiare, hanno avuto ragione loro. Sempre grandissimi.
RAGE
Dopo essersi ripresi dallo shock di vedere il buon vecchio Peavy Wagner completamente rasato a zero, non si è potuto far altro che lasciarsi trascinare dall’ennesimo show impeccabile della lunga storia della band. “Don’t Fear The Winter”, “Sent By The Devil” e “From The Cradle To The Grave” sono solo alcuni dei classici che hanno infiammato il pubblico, continuamente incitato a cantare dagli irresistibili e ormai famosissimi ritornelli della band. Peccato che il chitarrista Victor Smolski sul palco continui a far la figura del pesce fuor d’acqua, il suo atteggiamento così distaccato infatti mal si sposa con la carica dei pezzi proposti e con l’attitudine spensierata e divertita del drummer Mike Terrana e dello stesso Peavy ma, a parte ciò, il concerto si è rivelato senz’altro uno dei più coinvolgenti dell’intero festival. Parlando poi ancora di musica, il terzetto ha proposto anche la nuovissima (e bellissima) “War Of Worlds”, canzone che apparirà sull’atteso “Soundchaser”, lavoro che suppongo sarà già nei negozi quando avrete modo di leggere queste pagine!
PUNGENT STENCH
Chiamati all’ultimissimo momento per tappare il buco causato dalla defezione degli attesissimi Meshuggah (maledetti!!!) i Pungent Stench sono apparsi comunque in buona forma e hanno ben presto catturato l’attenzione di un gran numero di persone che intanto stavano attendendo lo show dei Krokus sul main stage. Con il loro death metal senza compromessi e con le solite deliranti trovate sceniche la band avrà senz’altro guadagnato tanti nuovi fan dopo questo concerto, era infatti numerosissima la folla assiepata sotto il Pain Stage, tanto che gli stessi membri del gruppo sembravano alquanto stupiti! I nostri hanno proposto una sorta di best of show e le ovazioni maggiori si sono registrate durante l’esecuzione dei pezzi tratti dai primissimi lavori: “For God Your Soul… For Me Your Flesh” e “Been Caught Buttering”. Un gran concerto, ma vedere i Meshuggah avrebbe rappresentato ben altra cosa…
THE KOVENANT
Ai The Kovenant spetta il compito di mettere la parola fine alla giornata d’apertura, per la gioia dei numerosissimi fan pronti al bagno di polvere del pain stage. E la band non si fa pregare, mettendo a ferro e fuoco il palco senza esitazioni di sorta. Si presentano dal vivo con un nuovo drummer, sostituto del dimissionario Hellhammer, ma è Lex Icona dominare la scena senza risparmiarsi, dando profondità alle lyrics con la sua esecuzione, ammonendo ed incitando il pubblico nel viaggio verso l’ignoto della loro musica. Del malato balck metal delle origini non è rimasto quasi nulla, ma i The Kovenant rimangono sempre un’entità indescrivibile: Psy Coma descrive trame oniriche e carnali con la sua chitarra mentre tutto è dominato da ritmiche ossessive ed improvvise dilatazioni. E’ quasi una trance che infine esplode in cosmico splendore quando il gruppo ci regala la virulenta “Chariots Of Thunder” da “Nexus Polaris”.
THUNDERSTORM
I Thunderstorm, insieme ai Graveworm, hanno avuto l’onore di rappresentare l’Italia a questa edizione del Summer Breeze. Il terzetto, artefice di un heavy-doom dalla grande carica emotiva, è considerato un gruppo di culto in terra germanica e può vantare uno zoccolo duro di fan fedelissimi tanto che, negli ultimi anni, è stato più volte convocato a presenziare ad alcuni festival e a tenere concerti. Purtroppo il Summer Breeze non è certo il festival più consono ad ospitare una band del loro genere, e infatti il loro concerto è stato seguito da un ristretto numero di persone, ma la loro prova è stata ugualmente molto positiva e si sono sprecati gli applausi tra un brano e l’altro. Spero vivamente di rivederli in un altro contesto!
HYPNOS
Ero molto curioso di vedere all’opera questo terzetto, avevo letto e sentito solo pareri positivi sul loro death metal e dopo averli finalmente ammirati on stage devo proprio ammettere che gli ex Krabathor sanno proprio il fatto loro! Gli Hypnos hanno infatti svolto un ottimo lavoro nella mezz’ora a loro disposizione, proponendo il loro ultra classico death metal con una furia ed una precisione che davvero non mi aspettavo. Onestamente non capisco per quale motivo un gruppo come quello in questione sia ancora così poco conosciuto ed underground: se una band quale quella dei Vader, brava ma certamente non trascendentale, ha successo non vedo perché non debbano riscuoterlo gli Hypnos. Caldamente consigliati!
GRAVEWORM

DISBELIEF
Praticamente dei veterani del Summer Breeze, i tedeschi Disbelief sono stati chiamati all’ultimo momento per sostituire Vintersorg, impossibilitato a venire poiché i Borknagar, band di cui è il cantante, hanno accumulato parecchio ritardo nelle registrazioni del loro nuovo album. Il quintetto tedesco ha comunque colto l’occasione per riprendere confidenza con il palco dopo alcuni mesi di pausa trascorsi a preparare “Spreading The Rage”, il loro nuovo album che dovrebbe vedere la luce in autunno. La band ha tra l’altro presentato un nuovo brano al numeroso pubblico accorso davanti al pain stage, brano che si è rivelato sullo stile dell’ultimo “Shine”, ovvero un’interessantissima miscela di Voivod, Neurosis ed Hypocrisy! Non sono ovviamente mancati pezzi come “Misery” e “No Control”, in pratica gli inni della band, e il pubblico si è lasciato coinvolgere dall’inizio alla fine del loro (purtroppo) breve show. Una garanzia.
AMON AMARTH

NAGLFAR

CHILDREN OF BODOM
Presentatisi sul palco con più di mezz’ora di ritardo, i Children Of Bodom sono stati uno dei gruppi che hanno avuto maggior seguito di pubblico durante il concerto. I finlandesi stanno promuovendo con successo il loro ultimo cd “Hate Crew Deathroll”, così la setlist ne prevedeva parecchi brani, accompagnati da incursioni nei precedenti “Follow The Reaper” e “Hatebreeder”. La qualità dell’esecuzione è stata come sempre molto buona, niente cadute di tono né di tensione, ma uno spettacolo omogeneo e coinvolgente. La band è sembrata molto motivata e anche il nuovo chitarrista proveniente dai Sinergy di Kimberly Goss si è inserito senza problemi, dimostrando la giusta aggressività con il suo strumento. Uno scatenatissimo Alexi Lahio ha tenuto banco per tutta l’ora e mezza concessa al suo gruppo, sfoderando con la chitarra le consuete pose tamarre che hanno mandato letteralmente in visibilio i fan. Dal punto di vista musicale niente di nuovo sotto il sole: i Children Of Bodom si confermano una realtà ormai di un certo peso, considerato il loro abile modo di commistionare tastiere, riff power-thrash e voci sporche in un ibrido sempre capace di catturare il pubblico. Unico appunto le inutili e noiosissime sequele di ‘fuck’ e ‘fuckin’ sparate a raffica dal singer… se ne potrebbe fare tranquillamente a meno!
AMORPHIS
Pur esibendosi sul Pain stage dopo gli acclamatissimi Children Of Bodom, il pubblico del Summer Breeze non è mancato nel tributare il meritato entusiasmo alla favolosa prestazione degli Amorphis. Già, perché i nostri hanno incendiato la notte sulle colline di Abtsgmund, rendendola indimenticabile con la loro musica. Davvero in gran forma, sono entrati in scena regalando subito alcuni dei loro brani migliori, tra cui la storica “Against Widows” da “Elegy”. Peccato solo che il chitarrista Tomi Koivusaari abbia rinunciato a cantare, anche se il singer Pasi si è impegnato a dovere per non far rimpiangere il suo growl. Il concerto si è subito caratterizzato per il ritmo serratissimo, con l’ottimo Esa Holopainen a guidare il gruppo nei loro celebri ed unici intrecci melodici folk ed aggressivi. La scelta dei brani in scaletta sembrava proporre un viaggio attraverso l’evoluzione del suono Amorphis. Infatti, hanno trovato spazio le sonorità settantiane di “Tuonela” con “Divinity”, la triste “Alone” da “Am Universum” e due tracce dal nuovo “Far From The Sun”: “Day Of Your Belief” e “Evil Inside”. Ed è un piacere constatare quanto le canzoni del nuovo full length abbiano conservato il loro impatto e la loro magia anche dal vivo, trasmettendo quella disperazione amplificata che solo gli Amorphis sanno creare, in questa serata di ritorni, di suoni ritrovati, la band ci ha sorpreso (molto piacevolmente) eseguendo “Grails Mysteries” da “The Karelian Isthmus”! Cosa si sarebbe potuto sperare di più? Ovviamente di sognare sulle note di “My Kantele”, sulle note di atmosfere lontane riportate alla luce magicamente dai sei finlandesi. La chiusura dello show è affidata ad una delle loro migliori song di sempre, l’emblematica “Black Winter Day”, che non fa altro che ribadire l’ottimo stato di salute della band, motivatissima nel coinvolgere l’audience nel suo universo acquatico di paesaggi mitici, di solitudini e di rimpianto, dove ogni umanità svanisce. Per gli Amorphis, nonostante il sole sia lontano, c’è un futuro luminoso.
IN EXTREMO

FINNTROLL
Tocca ai simpatci Finntroll chiudere in bellezza sul Pain Stage un lungo venerdì davanti ai mai troppo esausti
DARKSEED
Chiamato a promuovere il loro nuovo “Astral Adventures”, il sestetto tedesco ha faticato un bel po’ a coinvolgere il discreto pubblico accorso a vederli a causa di suoni un po’ confusi, ma soprattutto per il fatto che il loro concerto si stava svolgendo alle due del pomeriggio, sotto un sole micidiale che certamente non ha aiutato il gruppo a ricreare l’atmosfera presente sui loro dischi. Inoltre la scaletta, incentrata prevalentemente sulla fatica più recente (che a quanto pare non tutti conoscevano) non è stata a mio avviso molto indovinata, la band avrebbe potuto puntare un po’ di più sui vecchi cavalli di battaglia anziché dedicare gran parte del tempo a sua disposizione alla presentazione del nuovo album. “Astral Adventures” infatti non è esattamente un capolavoro e, purtroppo per la band, buona parte dei presenti sembravano pensarla come il sottoscritto. Alla prossima.
DESASTER

CALLENISH CIRCLE

GOD DETHRONED

SINNER
Un altro dei pochi gruppi classic/power chiamati a presenziare a questa edizione del Summer Breeze è stato quello dei Sinner di quel vecchio volpone di Mat Sinner. Approfittando dell’opportunità offerta loro dall’organizzazione, la band ha presentato qualche brano estratto dal recente “There Will Be Execution” e da “The End Of Sanctuary” per poi gettarsi a capofitto nel proprio passato, passando in rassegna tutte le composizioni più note del loro repertorio che, giudicando dall’accoglienza tributata, in Germania è ben conosciuto anche dai più truci black metaller! Mat Sinner e compagni hanno ben svolto il loro compito e, pur essendo qui totalmente fuori contesto, hanno regalato una piacevolissima quarantina di minuti a qualche centinaio di persone.
WITHIN TEMPTATION

HOLLENTHON

THE CROWN
Con gli svedesi The Crown ci ritroviamo qui dopo la grande performance al Wacken Open Air, su di un Pain Stage che, per la caratura e per la qualità delle band che vi si sono esibite, dovrebbe come minimo cambiare nome! I nostri si confermano una piacevolissima realtà del panorama death metal, fornendo un brillante show e la stessa, distruttiva setlist di wackeniana memoria. Si susseguono brani degli ultimi album, sparati in faccia al pubblico con la velocità e la violenza consuete, mentre il singer Johan Lindstrand dà una prova di esaltante ruvidezza e la band non perde un colpo, nemmeno quando si tratta di giocare coi midtempo. Sempre buona la resa del nuovo brano, presentato in anteprima e presente sulla loro imminente release “Possessed 13” che, salvo inconvenienti, sarà disponibile dalla seconda metà di ottobre. E di sicura presa è poi il finale a cui i the Crown ci hanno abituati ultimamente: la letale sequenza di “1999 Revolution 666”, “Total Satan” e “Death Metal Holocaust”. Spettacolare e cafonissimo Lindstrand del presentare “Total Satan”: “This song is about the first word we learn when we’re young, this word is not mom, is not dad… this word is Satan!”. Più cafoni di così…
IN FLAMES
Secondo appuntamento estivo con la band svedese dopo l’esibizione al Wacken Open Air. L’attesa dei fan è sempre molto accesa tanto che, quando gli In Flames hanno calcato il palco, sono stati accolti da una vera ovazione. Il loro seguito di sostenitori è enormemente cresciuto dopo l’ultima fatica in studio! Ma chi si aspettava che la band bissasse il successo della buona prova in quel di Wacken è rimasto deluso. Infatti lo show di Anders & co. di buono questa volta ha avuto solo gli effetti coreografico-spettacolari utilizzati a piene mani. Tutto questo dispendio di luci e fuochi non è servito comunque a distogliere dalle pecche (alcune al limite del grottesco) che hanno condizionato l’intera performance. Il gruppo, eccezion fatta solo per il singer, si è dimostrato oltremodo distaccato, quasi annoiato, per tutta la durata del concerto. Anders ha avuto un bel gridare: “I can’t hear you, this is a metal show, not a pop show!”… ha cantato con al fianco quattro mummie! La setlist è rimasta pressoché invariata rispetto a quella wackeniana, annoverando dunque brani in prevalenza da “Reroute To Remain”, “Clayman” e “Colony”. L’esecuzione è stata però svogliata e talora è scaduta in errori grossolani. A funestare il tutto sono arrivate poi quelle che Anders ha definito sorprese, ma che in realtà hanno fatto raccapricciare chi scrive e non solo. Un pallida versione, in alcuni punti addirittura INVENTATA, di “Behind Space” e uno stupro bello e buono di “Clad In Shadows”, suonata davvero malissimo. Un modo discutibile di voler per forza accontentare i vecchi fan. Quello del Summer Breeze è stato un concerto incolore senza un minimo di motivazione da parte della band. Ma dove sono finiti gli In Flames? Probabilmente a fare a botte nella neve con i Soilwork…
