17/08/2010 - SUMMER BREEZE OPEN AIR 2010 @ Dinkelsbuhl - Dinkelsbuhl (Germania)

Pubblicato il 07/10/2010 da

Introduzione a cura di Marco Gallarati
Report a cura di Marco Gallarati ed Emilio Cortese
con l’imbucata collaborazione di Francesco Maggioni
Foto di Enrico Dal Boni ed Emanuela Giurano

Si ringrazia Summer Breeze Open Air

Ed eccoci, per la nona volta consecutiva – quinta, se si contano solo le edizioni del festival svoltesi nei pressi di Dinkelsbuhl, paesotto medievale sito lungo la Romantische Strasse – pronti a raccontarvi le vicissitudini del Summer Breeze Open Air, happening germanico che continua imperterrito nella sua graduale crescita, ma che allo stesso tempo resta ancora del tutto vivibile e relativamente tranquillo, soprattutto se posto a confronto dell’immane magma metallico di birra, musica e persone del Wacken Open Air, guarda caso lasciato appena dieci giorni addietro. Quest’anno orfana del frequentatore di lunghissima data Luca Pessina, la vostra Redazione preferita è convenuta nella camping area da più parti, chi partendo da Milano, chi arrivando da Padova e chi caracollando distrutto in camper direttamente dal Brutal Assault ceco…

Non molto è cambiato nella logistica dell’evento, sebbene anche il 2010 – che ha visto il raggiungimento della tredicesima edizione complessiva – abbia portato con sé un ampliamento dell’area campeggio e un lieve aumento dei punti di ristoro, così come qualche aggiunta alle bancarelle della zona merchandise, fra le quali ci preme segnalare le presenze delle nostrane Punishment 18 Records e Kolony Records, quest’ultima una new entry. Per quanto riguarda i palchi, invece, oltre ai contigui Main e Pain Stage – con il Pain, al solito, di dimensioni leggermente minori rispetto al Main – e al Party Stage, tendone polveroso e puzzolente, quest’anno c’è stata la novità del quasi amatoriale Camel Stage, piccolo, poco frequentato e a dire il vero piuttosto by-passabile, in quanto ha visto esibirsi solamente gruppi minori (i The Very End hanno meritato un’occhiatina, poi nient’altro) durante i venti minuti utili ad effettuare i cambi-palco nella Tenda.

Attendavamo di sapere con curiosità come si sarebbe mosso il Summer Breeze per la questione ‘no circle-pits, no wall-of-death’, dopo la netta presa di posizione del Wacken. Ebbene, già l’anno scorso, senza bisogno di ridicoli divieti, l’organizzazione del festival aveva sistemato una serie di barriere (transenne più elaborate, con un corridoio e delle seggiole in lamiera per facilitare il lavoro della security) poco prima dei mixer, in modo da dividere l’audience in due tronconi: facendo così avevano di fatto evitato i mostruosi circle-pits del diametro di mezzo chilometro in previsione per l’esibizione delle band più seguite, senza però vietare il sorgere di pratiche da pogo di dimensioni più limitate; insomma, il concetto era: ‘per chi vuole buttarsi nella mischia c’è la zona del pit, prima delle barriere, e per chi invece preferisce guardare il concerto in tranquillità, c’è tutta l’area retrostante di prato da poter occupare’. Ecco, questo, dicevamo, già nel 2009: nel 2010, invece, la novità/aggiunta è stata la cementazione della zona moshpit, quella che parte dalle transenne davanti al palco e arriva alla seconda serie di barriere. Dunque, è verissimo che così chi cade rischia più di sbucciarsi mani, ginocchia e gomiti, ma certo sul piattume regolare del cemento si sta in piedi molto più facilmente rispetto alle gibbosità del terreno erboso o della sterpaglia. Tutto sommato, questa trovata si è rivelata una buona idea e soprattutto è da apprezzare la volontà di cercare soluzioni alternative e preventive senza ricorrere ad un poco convincente proibizionismo.

Infine – ma di certo quest’anno è stata la vera prova di forza del Summer Breeze – veniamo al bill, semplicemente eccezionale!! Il 2010 è stata un’ottima annata per i fan di death metal e hardcore, generi i cui esponenti hanno presenziato in larga parte, mentre un po’ in ribasso – finalmente – la presenza di gruppi dediti al folk-fintometal, esorbitanti in passato. Poche band classiche, e questo può piacere molto o per niente, ma per il resto dei sottogeneri metal bisogna ammettere che l’equilibrio del bill è stato praticamente perfetto: formazioni storiche, giovani realtà, cult-bands, gruppi affermati, concerti per pubblico di nicchia…c’è stato davvero di tutto un po’! E’ andata anche bene che non ci siano state sovrapposizioni troppo assurde di eventi interessanti e, nonostante ascoltare e vivere gli spettacoli di un festival pregno di musica come il Summer Breeze, dall’ora del brunch fino alle 4 di notte, sia una sfaticata abnorme, dobbiamo dirvi che i vostri Inviati si sono divertiti un mondo e avrebbero potuto andare avanti anche per un altro paio di giorni!

Non resta altro da fare che lasciarvi alla (lunga) lettura dei nostri trafiletti dedicati agli show, ricordandovi che non tutto è potuto transitare dai nostri occhi. Siamo quasi certi, però, di aver seguito tutto ciò che di interessante è salito sui palchi del Summer Breeze 2010…e se proprio non trovate la vostra band preferita, date pure un’occhiata alle Pillole finali, dove vi proponiamo tutti i photosets realizzati e brevi impressioni su alcune delle formazioni viste di sfuggita…
Avanti, forza e coraggio!

SUFFOCATION

Dopo le sei band in programma per il concorso New Blood Award – la cui vincitrice rivedremo l’indomani occupata ad aprire la giornata – i Suicidal Angels a dare il calcio d’inizio ufficiale al prologo del Summer Breeze 2010 e la prima coppia di birre trangugiata, ci tocca subito alzare i fondelli per andare a vedere gli storici Suffocation, prima formazione di un certo spessore ad esibirsi in questa tredicesima edizione della Brezza d’Estate. Alle 21.05 di sera e con un solo palco attivo, è chiaro come intrufolarsi nel Party Stage sia stata una vera impresa: gente stipata all’inverosimile all’interno della cupa struttura, in buona parte già su di giri ed al 100% in clima festival, alcune decine costrette ad allungare il collo per vedere lo spettacolo da appena fuori il tendone… Insomma, pane per i denti dei Suffocation, che assaltano l’audience come pochi altri sanno fare con “Thrones Of Blood” e “Liege Of Inveracity”, per la gioia dei fan della manina-blastbeat di Frank Mullen, ovviamente messa in moto dopo appena mezza nota. Il bordello, man mano che prosegue il concerto, aumenta con costanza e si creano discrete sacche di pogo non solo nella zona moshpit, ma anche parecchio più indietro. La band americana ha tre quarti d’ora a disposizione e li utilizza in pieno per far collassare in partenza il tendone, tra una “Pierced From Within”, una “Entrails Of You” e il finale devastante affidato a “Infecting The Crypts”. Suoni abbastanza confusi hanno un po’ limitato i Suffocation, ma supponiamo in pochi ci abbiano fatto caso…

(Marco Gallarati)

SETLIST

Thrones Of Blood
Liege Of Inveracity
Cataclysmic Purification
Catatonia
Pierced From Within
Blood Oath
Entrails Of You
Infecting The Crypts

UNLEASHED

Saltiamo i Rage, anche per evitare un’altra ora pigiati come sardine, e dopo aver intrattenuto una molesta germanica per fin troppo tempo, ci concediamo la seconda tornata di Unleashed nel giro di dieci giorni: visti in pieno solleone a Wacken, gli svedesoni di Johnny Edlund, al buio e in un ambiente più underground, sfoderano una prestazione ancora più efficace di quella di pochi giorni fa, durante la quale peraltro già ci avevano piuttosto sollazzato. I suoni sono pulitissimi e nitidi, il tiro della band è micidiale, vera macchina da guerra ormai rodatissima: ovviamente la scaletta ricalca quella di Wacken e anche le presentazioni dei brani non si differenziano molto, compresa la dedica di “Shadows In The Deep” alle dipartite di Peter Steele e Ronnie James Dio. Il pubblico tedesco partecipa in massa allo show degli Unleashed, che oltre ad avere un suono personale ed estremo, sanno anche scrivere brani che portano facilmente al volerli cantare, come hanno dimostrato le grandi esecuzioni di “This Is Our World Now”, “Hammer Battalion” e, chiaramente, “Death Metal Victory”, proposta dopo che la band ha finto di chiudere il concerto con “The Longships Are Coming” e abbandonato il palco. Di solito i festival non prevedono bis di alcuna sorta, se non per i gruppi headliners, ma forse in questo caso è stata semplicemente una burlata del buon vecchio Johnny… Ancora una volta grandi!

(Marco Gallarati)

SETLIST

Winterland
Blood Of Lies
This Is Our World Now
Shadows In The Deep
Hammer Battalion
The Greatest Of All Lies
Your Children Will Burn
Wir Kapitulieren Niemals
Into Glory Ride
Legal Rapes
The Longships Are Coming
Death Metal Victory

MILKING THE GOATMACHINE

Sono le 3.20 di notte, la gente ancora sobria comincia a barcollare, quella sbronza è già collassata…ma i veri ubriachi, a questo giro, li troviamo sul palco, nelle persone dei Milking The Goatmachine, un branco di caproni completamente fusi di testa, che si stanno costruendo un simpatico successo grazie alla trovata del mascherarsi da capre (appunto!) on stage e non solo. Oltre a ciò ed alla serie senza fine di titoli di loro canzoni aventi come protagonista l’inossidabile ‘goat’, i ragazzi tedeschi lasciano tanto spazio alla goliardia ed al divertimento, portando sul palco stelle filanti e coriandoli, buffe armi gonfiabili ed un trampolino elastico…tutto all’insegna del prendersi poco sul serio, insomma. Musicalmente parlando, i MTG non offrono poi chissà che cosa, ma il loro death-core brutale venato di grind e demenza si lascia tranquillamente ascoltare e opera bene la sua funzione, ovvero quella di far muovere il moshpit e far divertire tutti. In una quarantina di minuti, i Milking The Goatmachine hanno sciorinato una quindicina di pezzi, mandando a dormire i pochi (ma comunque tanti) rimasti fino a tarda notte con un bel sorriso stampato in faccia. Un gruppo che sa bene quello che vuole fare. E lo fa bene!

(Marco Gallarati)

SETLIST

March Into Shed
Born, Lost, Captured
Eaten Blessed Scum
Sour Milk Boogie
Goat Thrower
Wasting Away
Here Comes Uncle Wolf
Beware Of The Wolf
Milk Me Up Before I Go Go
Last Unigoat
Surf Goataragua
Feed The Goat
Bingo Bongo
Back From The Goats

BARREN EARTH

Giovedì mattina, primo giorno di Summer Breeze: la solita capatina in paese per la colazione è saltata causa iper-affollamento alla fermata della navetta per Dinkelsbuhl, ma i vostri baldi Inviati hanno comunque saputo come sopperire alla grande e si tengono il segreto per loro in vista dell’anno prossimo! Appreso che sono i Bleeding Red ad avere vinto il New Blood Award e quindi a poter suonare per primi sul Pain Stage, ci posizioniamo invece fra le prime file del Main Stage in curiosa attesa dei Barren Earth, superband finlandese che ha ottimamente impressionato con “Our Twilight” prima e “Curse Of The Red River” poi, rispettivamente EP e full d’esordio. La formazione finnica, stilisticamente ancora un po’ troppo simile ai suoi cuginetti Amorphis, offre un discreto spettacolo e propone un set coinvolgente e ben equilibrato, sebbene alla sequela di brani manchi clamorosamente la stupenda “The Ritual Of Dawn”, davvero un delitto non suonarla! Ci pensano comunque “Forlorn Waves”, “Our Twilight” e le più complesse “Flicker” e “The Leer” a tenere alte le quotazioni dei Barren Earth, il cui appeal su palco è purtroppo frenato dall’atteggiamento di Mikko Kotamaki – vocalist dei Swallow The Sun – troppo freddo, impegnato a fumare sigarette una dopo l’altra e dal sentore svogliato e appositamente depresso. Insomma, se si atteggiasse un po’ di meno e si ricordasse di non stare cantando per il suo gruppo principale – decisamente più depressive dei Barren Earth – probabilmente ci saremmo goduti di più il concerto! Comunque sia, una performance positiva.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Curse Of The Red River
Our Twilight
Forlorn Waves
Flicker
The Leer
Floodred

NAPALM DEATH

Oh…ecco i Napalm Death! Siamo ancora sul Main Stage e la folla comincia a farsi sotto sul serio di fronte alla leggenda vivente di Birmingham. Ammettiamo di non avere molte parole rimasteci libere per descrivere lo show del quartetto inglese, come al solito bruciante, grezzo, rozzo e sparato a mille sugli astanti. Greenway, Embury, Harris e Herrera sono personaggi che chiedono rispetto al solo sentirli nominare ed il carisma gigante che i Napalm si portano dietro dalla loro nascita è sempre ben presente e tangibile una volta che la band pone piede sulle assi del palco. Il nichilismo sonoro e concettuale che i ragazzi (?!?) sanno ancora esprimere con genuinità ed incredibile scioltezza è davanti a tutti i presenti e le piccole chiose di Mark ‘Barney’ Greenway sono sempre puntuali ed argute, ovviamente politicamente schierate. La setlist viene sputata sulla platea senza ritegno e, passando per “Unchallenged Hate”, “Suffer The Children”, “Silence Is Deafening” e “On The Brink Of Extinction”, si arriva in un batter d’occhio al rapido susseguirsi dei vari “The Kill”, “Deceiver” e soprattutto “You Suffer” che, se da una parte fanno impazzire i fan che ben conoscono i grindmasters per eccellenza, dall’altra sono ancora in grado di disorientare completamente le audience più distratte, del tutto perse nel delirio e nel tempo zero dei brani. “Nazi Punks Fuck Off” in Germania va suonata per forza, per poi lasciare a “Siege Of Power” il compito di dare il colpo di grazia al Summer Breeze 2010. Cosa dire? Un altro pezzo di Storia che perdura nel tempo.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Strong-Arm
Unchallenged Hate
Suffer The Children
Silence Is Deafening
Life And Limb
When All Is Said And Done
On The Brink Of Extinction
Scum + Life?
The Kill
Deceiver
You Suffer
Nazi Punks Fuck Off
Siege Of Power

AGNOSTIC FRONT

Il pomeriggio della prima giornata di concerti scorre via tranquillo, senza enormi particolarità da segnalare, se non il buon riscontro di pubblico avuto dai Parkway Drive e dai beniamini di casa Die Apokalyptischen Reiter. E’ però con il calare della sera che i concerti a cui assistere si fanno pressanti e ravvicinati. Si parte alle 19.35 sul Pain Stage con lo show degli Agnostic Front, uno dei grandi eventi hardcore di questa edizione del Summer Breeze: Roger Miret e compagni si dannano l’anima per far muovere un pit abbastanza scatenato ed in grado di gestire in autonomia le ripetute sessioni di circle-pits; suoni compressi e dai bassi pulsanti caratterizzano il concerto del Fronte Agnostico, una cinquantina di minuti di hardcore (metallizzato) old-school che fanno saltellare e pogare – alla vecchia maniera, come spesso richiesto da Miret – un po’ tutti i presenti nel pit. Il ricambio di gente avvenuto tra i DAR e i newyorchesi è stato sfavorevole a questi ultimi, come prevedibile, ma l’impatto di pezzi quali “For My Family”, “Peace”, “Dead To Me”, la vecchissima “Victim In Pain” oppure l’anthem “Gotta Go” ci ha fatto apprezzare in pieno l’operato degli Agnostic Front. E adesso non ci resta che aspettare, più o meno alla stessa ora fra due giorni, la risposta dei Sick Of It All, per il gran duello a distanza fra le due storiche compagini del New York hardcore style…

(Marco Gallarati)

SETLIST

The Eliminator
Dead To Me
Outraged
For My Family
Friend Or Foe
All Is Not Forgotten
Peace
Crucified
Victim In Pain
Warriors
Black And Blue
Gotta Go
Take Me Back
Outro
Addiction

INSOMNIUM

E’ quasi ora di cena quando i finlandesi Insomnium calcano il palco della Tenda, denominato Party Stage. Il fascino di un concerto di un gruppo del genere è sicuramente amplificato dall’effetto visivo delle luci blu e dall’atmosfera più intima, plumbea e non dispersiva che si riesce a creare in un luogo al chiuso come questo tendone. E’ così che ci godiamo pienamente lo show di questo notevolissimo quintetto, autore di un melodic death a tinte gotiche molto originale e piacevole. Le melodie chitarristiche, accompagnate egregiamente dal tappeto sonoro creato dalle tastiere, ci ipnotizzano sin dalle prime note di “Equivalence” e ci accompagnano per le prime quattro canzoni di questa esibizione, suonate nel medesimo ordine dell’ultima fatica in studio, “Across The Dark”. La scaletta poi riprende anche brani da “Above The Weeping World”, ignorando completamente i precedenti lavori. Peccato, qualche canzone da “Since The Day It All Came Down” l’avremmo sentita più che volentieri, ma abbiamo comunque assistito a un bel concerto e questo ci spingerà a tornare a vederli, qualora ce ne fosse l’occasione, in una performance più lunga.

(Emilio Cortese)

SWALLOW THE SUN

Un po’ lo stesso discorso degli Insomnium lo si potrebbe fare anche per gli Swallow The Sun: il gothic doom di questo combo finlandese si adatta decisamente all’atmosfera più intima che si riesce a creare sotto la tenda del Party Stage, che sarà anche piena di fango maleodorante ed avrà pure raggiunto un tasso di umidità tale da farci sentire all’Equatore, ma ha come pregio decisivo quello di essere al chiuso e di essere perfettamente adatta a concerti di questo tipo che, ad un festival normale, probabilmente non ci godremmo appieno. Logicamente gli Swallow The Sun decidono di dare ampio spazio ai brani estratti da “New Moon”, ultimo studio album della band, e dal vivo dobbiamo dire che i brani estratti (le prime tre più la title-track) ci sono risultati maggiormente evocativi che su disco. Mikko Kotamaki si presenta sul palco con tanto di maglia commemorativa in onore a Peter Steele, e ci regala poco più di quaranta minuti di musica di ottimo livello, trasportandoci in valli di suono decadente e raggiungendo il picco emotivo del concerto proprio sulle note di “Plague Of Butterflies”. Si conclude con “Swallow”, e veniamo lasciati in balia della notte con uno stato d’animo tra il confuso e l’annichilito. Applausi scroscianti.

(Emilio Cortese)

DARK TRANQUILLITY

Dopo il pesante headbanging degli Obituary, ci troviamo di fronte ad un bel dilemma: i classici Dark Tranquillity sul Pain Stage o i nuovi Triptykon di Tom Gabriel Fischer sul Party Stage? Qui facciamo decidere al cuore e siccome siamo curiosissimi di sentire quanto rendono dal vivo i brani di “We Are The Void”, optiamo per seguire la band svedese, vista tantissime altre volte ma ancora mai con alle spalle un disco molto bello ma di lenta assimilazione quale l’ultimo. Al posto del solito telone con il logo del gruppo, appeso al fondopalco c’è un grosso drappo quadrato utile alla proiezione di immagini richiamanti i vari periodi trascorsi dalla formazione di Mikael Stanne e Niklas Sundin. “At The Point Of Ignition” deflagra subito dopo l’intro e diciamo pure che non ci fa impazzire, con ancora tutti i suoni da aggiustare ed uno Stanne fin troppo aggraziato e sorridente nel suo personale frontman-style. Con “The Fatalist”, però, uno degli episodi migliori di “We Are The Void”, i Dark Tranquillity si tirano subito su, per poi piazzare la doppietta “Focus Shift”/”The Wonders At Your Feet” che conquista tutto il pubblico, anche quello all’oscuro di quanto combinato dagli scandinavi negli ultimi tempi. Poi arriva “Final Resistance”, presentata da uno strano ammonimento del rosso-crinito singer: “Potrebbe essere l’ultima volta che la suoniamo, quindi fate casino!”. E perché diavolo mai, che dal vivo è sempre una garanzia? “Therein”, “Lost To Apathy”, “Misery’s Crown”: si va sul sicuro e sul tranquillo, prima di tirar fuori dal cilindro l’inossidabile “Punish My Heaven”. Un po’ di sorpresa per la sentita esecuzione di “Iridium”, dal nuovo disco non ce l’aspettavamo; mentre assolutamente ottimo il riscontro ottenuto da “Dream Oblivion”, ennesimo futuro must dei concerti degli svedesi più amati d’Italia. “Terminus (Where Death Is Most Alive)” chiude a tutta birra una performance discreta – ammosciata un po’ solo dalle solite chitarre bassine di volume dei Dark Tranquillity – e che ci fa ben sperare per le esibizioni italiane in programma nella prima metà di ottobre, a cui di certo non mancheremo!

(Marco Gallarati)

SETLIST

At The Point Of Ignition
The Fatalist
Focus Shift
The Wonders At Your Feet
Final Resistance
Therein
Lost To Apathy
Misery’s Crown
Punish My Heaven
Iridium
Dream Oblivion
Terminus (Where Death Is Most Alive)

RAISED FIST

La nefasta cancellazione dei Behemoth a causa della grave malattia che ha colpito Nergal comporta un paio di spostamenti nel programma: al posto dei polacchi entrano i blackster Endstille – il cui show immaginiamo sia stato seguito da miriadi di tedeschi adoranti – che vanno ad occupare lo strettissimo (per loro) Party Stage, mentre gli hardcorers svedesi Raised Fist vengono promossi sul Pain Stage, dove trovano un buon numero di fans ad accoglierli. Lo show da headliners dei Subway To Sally è appena finito e si cambia completamente approccio quando gli iper-dinamici scandinavi irrompono sul palco al suono di “You Ignore Them All”: l’hardcore-punk metallizzato del Pugno Alzato è una botta d’adrenalina notevole per chi già immaginava di imbucarsi in tenda a mezzanotte. Ma anche oggi c’è da stare alzati fino a notte fonda e quindi ben vengano le bordate “Perfectly Broken”, “Friends And Traitors” e “Sound Of The Republic”, inferte da una band che non sta ferma un secondo sul palco e guidata dal fisicato Alexander ‘Alle’ Rajkovic, in grado di proporre dei salti in alto e delle sforbiciate veramente impressionanti. Un’ora di intensi movimenti, dunque, per il parterre assegnato ai Raised Fist, che per chi scrive hanno offerto uno degli spettacoli più belli e convincenti di tutto il festival. Con “Breaking Me Up”, ultima song proposta, perfetta nel compito di spazzare via tutto quello ancora rimasto in piedi.

(Marco Gallarati)

SETLIST

You Ignore Them All
Pretext
Perfectly Broken
Running Man
Wounds
Friends And Traitors
Get This Right
Some Of These Times
Tribute
Killing It
Breaking Me Up

AHAB

Ed eccoci – ebbene sì! – al concerto più atteso da chi scrive in programma al Summer Breeze 2010: i nautik doomsters tedeschi Ahab sul palco del Party Stage dalle 3.20 alle 4 di notte…a dir poco un’esperienza catatonica! Siamo comunque in parecchi a presenziare di fronte allo stage già durante il soundcheck, nel mentre del quale viene fatto andare in loop l’intro atmosferico della setlist, giusto per far entrare in clima ipnotico gli astanti: sciabordio d’onde, strida di gabbiani e corde di pontile che vengono tirate…tutto per una ventina di minuti! Poi Daniel Droste e gli altri Ahab scompaiono un attimo nel backstage e finalmente si può iniziare! Dei quaranta minuti a disposizione, la band di casa ne ha utilizzati ben cinquanta (!), sforando alla grande per la conclusiva “Redemption Lost”, allungata di minutaggio e a quanto pare mai eseguita prima dal vivo. Sinceramente non avremmo potuto concludere meglio la prima giornata di spettacoli, in quanto gli Ahab sono sì a tratta ostici da reggere, soprattutto durante le sezioni acustiche o quelle più lente e ossianiche, ma sanno anche benissimo come ripartire in quarta con riffoni death metal pesantissimi e marci, di quelli da farci sopra headbanging, insomma! “O Father Sea” e “The Divinity Of Oceans” hanno occupato mezza performance, mentre l’esecuzione della stupenda “Old Thunder” ha fatto precipitare tutti in un abisso plumbeo e piovoso, fracassato da improvvise ondate di mareggiata. Il vostro Inviato, mani in tasca e cappuccio della felpa tirato su, si è trovato spesso a barcollare, ma cullato dall’andamento della musica degli Ahab e non per il sonno incombente. Superlativa la band, veramente precisa e puntuale nell’esecuzione di partiture assolutamente non facili. E a questo punto speriamo solo di non esserci sognati questo concerto stupendo…

(Marco Gallarati)

SETLIST

O Father Sea
The Divinity Of Oceans
Old Thunder
Redemption Lost

DESTINITY

Ad aprire le danze sul palco del Party Stage di questo venerdì di festival sono i transalpini Destinity. Il loro thrash-death metal su disco ci aveva dato impressioni tutto sommato positive, risultando divertente e dinamico pur non essendo i ragazzi dei campioni di originalità. La loro esibizione live ha sostanzialmente confermato questo trend: una buona band ma nulla di troppo esaltante. Il frontman Mick si danna l’anima per cercare di coinvolgere i presenti correndo da una parte all’altra del palco, gettandosi sulla folla e squassando i capelli con tutta la forza possibile. I suoi colleghi – con un suono un po’ impastato e non particolarmente nitido – hanno tutti quanti il controllo della situazione e, senza regalarci un’esibizione da mani nei capelli, i Destinity ci ripropongono soprattutto brani estratti dalle ultime due release, dando stranamente più spazio al penultimo disco “The Inside” piuttosto che a “IX Reasons To See”, uscito quest’anno, da cui vengono suonate soltanto “A Dead Silence” e la conclusiva “Your Demonic Defense”. Piccola curiosità: quest’anno al Summer Breeze vi era un buon numero di francesi tra il pubblico, i quali, in occasione del concerto dei connazionali Destinity, si erano muniti di tricolore rosso bianco e blu e alla fine della performance intonavano patriotticamente l’inno nazionale a gran voce…completamente ignorati però proprio dalla band stessa!

(Emilio Cortese)

THE BLACK DAHLIA MURDER

Mentre nella tenda si danno da fare i Destinity, finalmente qualcosa di interessante calca i palchi principali in questo venerdì dal tempo splendido, dopo che per tutta la tarda mattinata ed il primo pomeriggio una sequela di band trascurabili ci ha ammorbato le orecchie: sono i The Black Dahlia Murder a risvegliarci dal torpore e a farci staccare dai barilotti di birra della Vip Area, prendendo a schiaffi e a panzate (sebbene il vocalist Trevor Strnad sia parecchio dimagrito) i tanti presenti al Pain Stage. Sempre corroborante e corrosivo, il death metal acido e velocissimo del combo americano si è dipanato in tutta la sua furia attraverso una setlist suonata al fulmicotone e che in tre quarti d’ora ha visto proposte tutte le canzoni più note dei ragazzi, partendo da “Everything Went Black”, passando per “Statutory Ape” e “A Vulgar Picture”, fino ad arrivare a “Miasma” e “I Will Return”, per uno show parossistico e nel quale i TBDM non si sono mai risparmiati, come loro solito, né energie, né intensità. Una formazione che dal vivo ha poco da invidiare a chicchessia.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Everything Went Black
Elder Misanthropy
Black Valor
Statutory Ape
Necropolis
Closed Casket Requiem
A Vulgar Picture
What A Horrible Night To Have A Curse
Funeral Thirst
Miasma
Deathmask Divine
I Will Return

PANTHEON I

Chi scrive aveva avuto modo di conoscere il gruppo dei Pantheon I, per puro caso, proprio nella loro terra madre, la Norvegia, in un piccolo locale del centro di Oslo dove la band suonava. In quell’occasione il quintetto era parso decisamente a proprio agio in una location piccola e intima, con un pubblico esiguo. Pur essendo la tenda del Party Stage migliore dello sconfinato spazio aperto dei principali palchi, i Pantheon I sulle prime ci sono sembrati un po’ disorientati e quasi impauriti dalle dimensioni del festival. Una volta preso il via, però, il loro furioso e tagliente black metal ha avuto tutto il suo effetto. Con le loro incursioni sinfoniche, ad opera della bella violoncellista Julianne Kostol, e un suono pungente quanto basta, i Pantheon I ci hanno saputo regalare una mezz’ora di sana violenza senza troppi fronzoli ma con un’efficacia davvero niente male. Una menzione particolare la merita la riproposizione di “Enter The Pantheon”, estratta dal primo demo della band, una vera e propria bordata di violenza. Godibili.

(Emilio Cortese)

WE BUTTER THE BREAD WITH BUTTER

Con più di una punta di curiosità, ci accingiamo a vedere lo spettacolo di questi electro-metalcorers teutonici. La prima impressione che si ha non è proprio positiva, considerato che esteticamente parlando, da una band quale la loro, si riescono a tirar fuori tutti i cliché emo possibili ed immaginabili. Fortunatamente, però, lo show dei giovanissimi We Butter The Bread With Butter è davvero energico! In quanto ad originalità non gridiamo certo al miracolo, dato che i nostri eseguono un metal-core sentito e risentito con inserti elettronici qua e là; ma è l’energia che sprigionano e l’ottima tenuta di palco che fanno muovere un Party Stage veramente infuocato per la prova più che maiuscola di questi imberbi tedeschi. Gli estratti dai loro due lavori, “Das Monster Aus Dem Schrank” e “Der Tam An Dem Die Welt Unterging”, vengono cantati a squarciagola dalla folla in estasi (praticamente tutti i presenti conoscono a memoria le parole!), che alla fine tributerà ai WBTBWB la giusta ovazione.

(Francesco Maggioni)

SETLIST

Intro
Der Tag An Dem Welt Unterging
Alle Meine Entchen
Oh Mama, Es Gibt Kartoffelsalat
Breekachu
Glühwürmchen
Superfön
Remmi Demmi
Backe Backe Kuchen
13 Wünsche
World Of Warcraft
Extrem

ANATHEMA

E’ piuttosto ovvio intuirlo – e sappiamo bene che solitamente i tedeschi su questi aspetti ci prendono – gli Anathema sul palco in pieno giorno e in pieno Sole rendono un buon 50% in meno che a seguirli di notte e con l’impianto luci ben registrato, si voglia solo per la mancata ideale atmosfera che dovrebbe accompagnare sempre i loro brani. Posta tra le diverse caciare di Ensiferum e Cannibal Corpse, la band di Liverpool cerca in tutti i modi di mantenere alta la tensione del festival, in parte riuscendoci, in parte no, ma non certo per mancanza sua…semplicemente non è proprio l’ambientazione adatta! Si parte benissimo con “Deep” e la movimentata “Empty”, prima di cedere il passo alla struggente “Lost Control”, ottimamente interpretata da un Vincent Cavanagh particolarmente presente e non ancora stordito dai fumi dell’alcol. Con l’esecuzione di “Closer”, una delle canzoni più intense e sperimentali mai scritte dalla band, si raggiunge l’apice della performance, in un crescendo ossessivo di ritmiche, ipnosi ed effetti vocali, quasi da lacrime se solo non ci trovassimo a 35 gradi in mezzo a gente sconosciuta. Per l’interpretazione di “A Natural Disaster” sale on stage, con la sua innata timidezza e la voglia di trovarsi sei chilometri lontana, la bionda Lee Douglas, che al momento delle sue parti vocali, però, riesce magicamente a stregare tutti. E’ poi la volta dell’immancabile “Sleepless”, al solito stuprata e distrutta dall’interpretazione dei ‘nuovi’ Anathema: ragazzi, in tutta sincerità forse è meglio che per un po’ la mettiate da parte, no? Dal nuovo lavoro “We’re Because We’re Here” vengono tratte “A Simple Mistake” e “Universal”, quest’ultima arrivata decisamente lunga sulla tempistica a disposizione dei fratelli Cavanagh: restano due minuti per eseguire l’ultima “Fragile Dreams”, dunque, e che faranno a questo punto gli Anathema? Rapido confabulare, taglio netto dell’iniziale crescendo di pathos ed ecco una fantastica versione punk del brano, con strofa-ritornello-strofa-ritornello e chiusura violenta. Una piccola chicca che ha dato la scossa finale ad uno show bello ma non del tutto.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Deep
Empty
Lost Control
A Simple Mistake
Closer
A Natural Disaster
Sleepless
Universal
Fragile Dreams

DISBELIEF

Per riuscire a vedere un concerto dei Disbelief dobbiamo andare in Germania, dove i nostri nutrono di una certa, meritata popolarità. L’inconfondibile, cavernosissima e vomitata ugola di Jagger ci accoglie nella tenda del Party Stage e, con il trittico delle prime tre canzoni di “Protected Hell”, i Disbelief ci hanno già rapito completamente nelle loro atmosfere plumbee e al contempo piene di rabbia e sofferenza. Il loro groove è assolutamente magnetico e ci costringe a chiudere gli occhi e a venire trasportati nei tempi quadrati di “Rewind It All”, che insieme a “Sick” è l’unica estratta da “66Sick”. La title-track e “The One” sono le canzoni che i nostri ci suonano da “Navigator”, ma purtroppo nessuna canzone da “Spreading The Rage” viene eseguita e ci dobbiamo accontentare di “Misery”, unico episodio tratto dai primi lavori della band. Un concerto avvolgente e coinvolgente, magnetico e ricco di un pathos trascinante e irresistibile: tutte quante le buone impressioni che avevamo dei Disbelief su disco le confermiamo pienamente anche in sede live.

(Emilio Cortese)

HYPOCRISY

Dopo i prezzemolini End Of Green – che si vedono pure stolidamente raffigurati, ormai da più anni, sui bicchieri di plastica atti a servire la birra del festival – è finalmente l’ora dei tanto attesi Hypocrisy, da troppo tempo assenti dai palchi internazionali e quest’anno obbligati a promuovere un po’ il loro ultimo, ottimo “A Taste Of Extreme Divinity”. In realtà, Peter Tagtgren e i suoi pards, come prevedibile, non si affidano troppo al materiale del loro lavoro più recente, dal quale estrapolano solo “Weed Out The Weak”, ma si lanciano in una rivisitazione quasi completa di tutta la loro discografia, lasciando a secco solamente il controverso – ma per chi scrive assolutamente godibile – “Catch 22”. “Fractured Millennium” è l’incipit un po’ scontato dello show, che serve al quartetto svedese per calibrare i suoni, a dire il vero rimasti impastati anche in seguito, soprattutto per quanto riguarda le chitarre. Gli Hypocrisy hanno nel repertorio il punto di forza dal vivo, considerato che come presenza scenica, tralasciando il carisma e lo status di guru del loro leader, non fanno certo spellare le mani. Con Horgh alla batteria, però, i ragazzi riescono a mantenere un tiro micidiale per tutta la setlist, che ha visto nella prima parte l’esecuzione del ‘solito’ medley composto dalle vecchie “Pleasure Of Molestation”, “Osculum Obscenum” e “Penetralia”, per la gioia dei fan della prima ora. “Apocalypse” e la sua aura sinistra hanno sempre un fascino magnetico sull’audience, letteralmente ondeggiante all’incedere catatonico del pezzo. Arriva poi presto la fantastica “Adjusting The Sun”, proprio mentre il Sole ci dona gli ultimi barlumi di luce della giornata: il sottoscritto non aveva mai ascoltato dal vivo questa canzone, una delle sue preferite del gruppo, e quindi vi assicuriamo che l’esaltazione è stata davvero notevole! Tagtgren è in forma e la sua voce riecheggia poderosa su tutti i campi agricoli alle nostre spalle, dove si attende da un momento all’altro soltanto l’arrivo di astronavi aliene venute a rapire tutti quanti. “Killing Art” ci fa precipitare nell’agonia più totale, mentre “Fire In The Sky” e l’atomica “Warpath” precedono la gigante chiusura di “Roswell 47”, cantata a più non posso dalla quasi totalità dei presenti. Da qui in poi facciamo fatica a capire dove siamo, perché un improvviso raggio traente ci risucchia nell’atmosfera e ci troviamo stipati in sale piene di led luminosi incastonati tra pareti di poco definito materiale viscido e gocciolante. Cosa? Troppe birre, dite? Può essere, meglio rifiatare un attimo…

(Marco Gallarati)

SETLIST

Fractured Millenium
Weed Out The Weak
Eraser
Pleasure Of Molestation/Osculum Obscenum/Penetralia
Apocalypse/The Fourth Dimension
Let The Knife Do The Talking
Adjusting The Sun
A Coming Race
Killing Art
Fire In The Sky
Warpath
Roswell 47

DESPISED ICON

Ultime esibizioni per i canadesi Despised Icon e ovviamente non potevamo perderli al Summer Breeze. Le doti dei deathcorers le conosciamo bene tutti: l’accoppiata di cantanti è qualcosa di assolutamente devastante dal vivo, i loro show sono sempre energici in qualsiasi momento, dato che i due frontman si alternano con una padronanza del palco che impressiona ed esalta alla follia il pubblico presente. Un concerto dei Despised Icon è un’esperienza da vivere, in quanto questi ragazzi sarebbero capaci di coinvolgere chiunque nel loro sound così pieno di death metal imbevuto in un violentissimo hardcore. “In The Arms Of Perdition”, “Retina” e “A Fractured Hand” sono autentiche badilate in pieno volto che investono l’ascoltatore e costringono le prime file a sfoggiare tutto il repertorio del mosher, con tanto di capriole, calci volanti, circle pit e wall of death, costringendo ovviamente chiunque a slogarsi le spalle a forza di mulinellare le braccia. E’ un vero peccato che uno dei gruppi più validi della scena deathcore si sciolga e se da un lato rispettiamo e comprendiamo la sua scelta, dall’altro il non poter più assistere ad un concerto dei Despised Icon ci fa piangere il cuore.

(Emilio Cortese)

HEAVEN SHALL BURN

Si arriva allo show degli Heaven Shall Burn consapevoli che questo è probabilmente l’evento più atteso dell’intero festival: già nel 2006 e soprattutto nel 2008, la band di Saalfeld era stata in grado di devastare completamente il Summer Breeze Open Air, lasciando ricordi apocalittici in tutti i presenti. Ci si chiede, dunque, se anche dopo l’uscita di “Invictus” e con una popolarità mai così importante, gli HSB sapranno ripetersi ai livelli del passato. Certo, le transenne non permettono assolutamente il riproporsi dei mega-circle-pits di due anni fa, ma il sospetto che il bordello sarà elevato ce l’abbiamo lo stesso. Piccola sorpresa in negativo, purtroppo, è l’assenza inaspettata del drummer titolare Matthias Voigt, sostituito da tale Benny, che però non abbiamo potuto meglio identificare, non capendo lo stolido tedesco di Marcus Bischoff. Un grave deficit, come dicevamo, in quanto almeno per i primi 3-4 brani si è percepita una mancanza d’affiatamento piuttosto palpabile, cosa davvero inusuale per una formazione molto unita e compatta come gli Heaven Shall Burn. L’inizio è affidato ad una breve intro e alla insospettabile “Architects Of The Apocalypse”, che scatena da subito un marasma leggendario, anche nella seconda parte di platea, con gente che vola in surf-crowding fin dai primi secondi e altri che dal fondo della zona del moshpit chiedono aiuto alla security per uscirne – noi ci troviamo proprio in prima fila nella seconda parte di platea, quindi vediamo benissimo cosa succede. Come se non bastasse, le successive “The Weapon They Fear” e “Counterweight” non calmano certo gli animi, anzi: l’adrenalina sale alle stelle e servono un paio di brani nuovi per far ‘rifiatare’ un po’ la platea. Quest’anno non ci sono i neon e le luci sfavillanti a condire lo spettacolo degli HSB, perché al loro posto troviamo un gigantesco video dove vengono proiettate immagini sarcastiche e socialmente impegnate che si accoppiano con le tematiche delle canzoni. I fratelli Bischoff, Maik Weichert e Alexander ‘Ali’ Dietz sanno ormai muoversi ottimamente sul palco, ma in realtà è la loro musica che trascina tutti in un vortice di violenza ed eccitazione. “The Omen” e la stupenda “Buried In Forgotten Grounds” anticipano una piccola pausa, interrotta da “Awoken”, l’incipit che porta alla hit “Endzeit”, che tutti – TUTTI! – cantano indefessi. Il grido ‘we are the final resistance!’ deflagra imponente nella notte di Dinkelsbuhl ed il concerto raggiunge il suo apice di intensità. Tanti altri pezzi vengono eseguiti e fa quasi impressione constatare quante canzoni di valore abbiano nel repertorio i tedeschi, a partire da “Voice Of The Voiceless” – sicuramente fra le più apprezzate dal pubblico – per passare per la saltellante “Forlorn Skies”, ritornando indietro fino a “Behind A Wall Of Silence” e finendo con la cover di “Black Tears” degli Edge Of Sanity, che termina una setlist massacrante eseguita in maniera discreta ed in crescendo, ma non roboante e perfetta come nelle scorse occasioni. Siamo soddisfatti ma anche un po’ delusi, quindi, e però già in ansiosa attesa della calata italica di Maik e compari prevista ad inizio novembre. Se volete morire a breve, ci vediamo tutti in Riviera!

(Marco Gallarati)

SETLIST

Intro
Architects Of The Apocalypse
The Weapon They Fear
Counterweight
The Omen
Buried In Forgotten Grounds
Awoken + Endzeit
Combat
The Disease
Voice Of The Voiceless
Return To Sanity
Forlorn Skies
The Lie You Bleed For
The 7th Cross
Behind A Wall Of Silence
Unleash Enlightenment
To Inherit The Guilt
Black Tears

WATAIN

Col calar della sera arrivano a mettere a fuoco e fiamme il palco del Party Stage i blackster Watain che, bardati dalla testa ai piedi, addobbano lo stage di tutto punto, con tanto di forconi incendiati ai lati che bruciano per tutta la durata del concerto. Il loro sound è abrasivo, malefico e disturbante, le urla lancinanti del frontman Danielsson ci perforano i timpani e annichiliscono tutti quanti i presenti. I Watain sono diventati, nel corso degli anni, veramente un gruppo notevole e con le loro composizioni dinamiche e coinvolgenti danno vita ad uno show davvero degno di nota, riproponendo principalmente brani estratti dall’ultima fatica “Lawless Darkness”. Canzoni come “Malfeitor” o “Reaping Death” sono vere e proprie rasoiate che il pubblico accoglie con entusiasmo. Ma abbiamo tempo anche per una “Legions Of The Black Light” e la relativa title-track di “Sworn To The Dark”, giusto per tenere gli animi surriscaldati. Si chiude con “Total Funeral” e, mentre abbandoniamo la tenda, ci domandiamo se la prossima volta vedremo i Watain sul palco principale di questo festival a rappresentare il black metal. Noi ce lo auguriamo.

(Emilio Cortese)

GWAR

Chi scrive, nella giornata di venerdì, ha lasciato la tenda del Party Stage, dove ormai stava mettendo radici, soltanto per non perdersi la scoppiettante esibizione dei Gwar. E ciò pur non essendo appassionato della musica dei cinque mascherati, noti ai più per inscenare dei concerti che definire ‘bagni di sangue’ non è soltanto un modo di dire. Canzonatori, irriverenti, cafoni, volgari e provocatori sono soltanto alcuni degli aggettivi che potremmo utilizzare per descrivere la band alle prese con uno dei loro spettacoli. I cinque si presentano mascherati e bardati di tutto punto e – pronti-via! – iniziano col tagliare la testa a uno dei loro pupazzi, il quale inonda le prime file di sangue scenico per metà del pezzo. Col procedere dello show, ogni pretesto è buono per sbudellare e sgozzare gli altri avventori del palco e ovviamente per inondare le prime file di sangue che copiosamente sgorga dagli arti mutilati dei fantocci che vengono feriti regolarmente da Oderus Urungus, frontman della band. Tra i personaggi che spruzzano ettolitri di sangue, stasera segnaliamo: Adolf Hitler – che si masturba in eterna lotta con Gesù – Osama Bin Laden, il Papa, il presidente del fan club ufficiale della band… E non dimentichiamo poi il poliziotto impalato che vuole arrestare tutti i metallari giunti fin qua! Il tutto condito da un heavy metal veloce e ben suonato. Alla fine del concerto, pare di aver assistito ad un genocidio, con centinaia di persone completamente ricoperte di sangue che si fotografano con pose e maschere improbabili. Onestamente, anche se non si è amanti del genere, uno spettacolo dei Gwar almeno una volta nella vita andrebbe visto.

(Emilio Cortese)

HAIL OF BULLETS

Abbiamo saltato i Dying Fetus, scusateci, ma il bisogno di riprendersi un attimo e scolarci una birra era davvero impellente; siamo così pronti per un’altra fine-giornata da stakanovisti del Metallo, una tripletta di concerti davvero da spellarsi le mani! Si parte con gli olandesi Hail Of Bullets, mancati di reportare due anni fa causa ingorgo disumano all’arrivo: non stiamo nella pelle di sentire l’imminente nuovo disco “On Divine Winds”, ma quando la setlist decolla con “General Winter” é tutta la pesantezza di “…Of Frost And War” a venirci addosso come muro di cemento armato. Martin Van Drunen ha un timbro di growl talmente particolare che può fare schifo così come creare sensazioni di onnipotenza…e sinceramente, quando si arriva prima al breaking riff con susseguente accelerazione e poi all’up-tempo cadenzato di centro canzone, ci sentiamo del tutto invincibili! “Red Wolves Of Stalin” e “Nachthexen” volano sulla folla come pioggia di proiettili ed è poi la volta dell’atteso brano nuovo, “Operation Z”, una bella manata in faccia pure questo! I cinque oranje sono tutti esperti ed il loro status di icone del death metal lo fanno valere tutto: poche parole, qualche ringraziamento e giù di headbanging, come “Advancing One More” arriva a dimostrare. “Berlin” non ce la si aspettava, ma il suo incedere da carro armato in perlustrazione dopo un’azione vittoriosa lascia un sentore di pesante piombo nel Party Stage, dissipato solo dalla conclusione ciclopica affidata a “Ordered Eastward”, altro masterpiece. Abbiamo sulle spalle più di dodici ore di musica, ma gli Hail Of Bullets ci hanno definitivamente risvegliato!

(Marco Gallarati)

SETLIST

General Winter
Red Wolves Of Stalin
Nachthexen
Operation Z
Warsaw Rising
Advancing Once More
Berlin
Ordered Eastward

ORPHANED LAND

Gods Of Metal prima, Wacken poi e ora Summer Breeze: in piena overdose da Orphaned Land, chi scrive barcolla ma non molla! Son le due e un quarto e siamo ancora sotto la tenda per vedere di nuovo gli israeliani più noti nell’universo metallico. Ancora con la presenza della bella paciarotta (cit. Massimo Boldi) ballerina mediorientale in occasione dell’esecuzione di “Sapari” e “Nora El Nora” e con indosso dei gilet dal richiamo ebraico (tranne Kobi Farhi, al solito avvolto nella sua tunica immacolata), il gruppo di Tel Aviv fornisce sicuramente la prestazione migliore fra quelle viste quest’anno, baciata da un coinvolgimento notevole da parte del pubblico e dal particolare trasporto con cui la Terra Orfana ha accarezzato e aggredito gli spettatori: “Birth Of The Three” e “Olat Ha’tamid” hanno aperto le danze e subito i primi cori sono partiti, poi giunti all’apice con la già predisposta “The Kiss Of Babylon”. Il tempo non è tantissimo stavolta, ma la band decide di inserire in setlist un brano tratto da “El Norra Alila”, “Thee By The Father I Pray”, e i die-hard fan non possono che esultare, prima di ballare e saltare in preda ai crampi sulle note di “Nora El Nora” e prodursi in ondeggiamenti di braccia in piena atmosfera peace&love seguendo le note della strumentale conclusiva – e mai incisa su disco – “Ornaments Of Gold”. Un concerto positivo per una formazione che fa solo bene e potrà fare solo bene all’heavy metal, sempre che Kobi smetta di ripetere ad ogni concerto che ‘by the way…I’m not Jesus Christ’. L’ironia di un mangianastri incantato.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Birth Of The Three
Olat Ha’tamid
Barakah
The Kiss Of Babylon
Sapari
Ocean Land
Thee By The Father I Pray
Nora El Nora
Ornaments Of Gold

LONG DISTANCE CALLING

Mentre come (grande) band da studio li conosciamo da qualche anno, avevamo apprezzato per la prima volta la bravura dal vivo dei Long Distance Calling soltanto nel marzo scorso, in occasione della data milanese di supporto a Katatonia e Swallow The Sun. Furono così perfetti quel giorno, che non abbiamo remore oggi a tenerci svegli a sberloni per poterli ammirare una seconda volta, sebbene la natura strumentale del combo tedesco, proposta alle 4 di notte, sia ancora peggio dell’esperienza Ahab di ventiquattro ore fa! Ebbene, riempiendo simpaticamente di mazzate quei grappoli di spettatori che parlavano e urlavano nel mentre il gruppo suonava, possiamo tranquillamente dirvi che questi cinque ragazzi sono davvero fenomenali. Malinconici, deprimenti, emozionali – d’accordo – ma anche tremendamente coinvolgenti e pesanti quando partono con i loro groove sghimbesci à la Tool/Katatonia, che fan fare pure headbanging ai più infoiati. Tre quarti d’ora di grande, grandissima musica, durante i quali i Long Distance Calling hanno anche proposto due lunghi pezzi inediti e ancora senza titolo, riscuotendo applausi da ogni settore del tendone, ormai piuttosto vuotino ma ancora con una bella fetta di pubblico a presenziare. Bisogna affondare nel flusso di emozioni e poi riemergere nelle loro cadenze ipnotiche per apprezzare la non-voce dei LDC, una band per pochi ma buonissimi. Ci han dato una signora buonanotte, insomma!

(Marco Gallarati)

SETLIST

I Know You, Stanley Milgram!
pezzo inedito
Aurora
Metulsky Curse Revisited
pezzo inedito

THE FORESHADOWING

Ultimo giorno di Summer Breeze, sabato mattina, ancora un Sole spaccasassi: sono le 11.35 e – toh! – ci troviamo di nuovo sotto al Main Stage per vederci con piacere l’unica band italiana presente al festival, i dark-doomsters romani The Foreshadowing, di certo non inseriti nell’ambientazione ideale per esprimersi al meglio. L’audience, giunta al terzo giorno e già piuttosto provata, fatica a tirarsi fuori dalle tende e per i nostri alfieri la platea è purtroppo un po’ latente; il caldo asfissiante ed il dark metal plumbeo e decadente che contraddistingue Marco Benevento e gli altri ragazzi fanno un bel po’ attrito fra loro, ma bisogna dire che i The Foreshadowing hanno dato prova di grande professionalità e capacita, sfoderando una prestazione positiva e convincente, che sicuramente avrà aperto loro qualche breccia nel cuore degli astanti avvezzi alle sonorità tristi del genere. Setlist incentrata sull’ultimo lavoro “Oionos”, ovviamente, e la sola “The Wandering” ad alzare vessillo per il debutto “Days Of Nothing”. Buona la presenza scenica della band – in linea chiaramente con la musica – come buona è risultata l’interazione di Benevento con il pubblico tedesco, freddo ma applaudente e attento. Nonostante l’infelice posizione in scaletta, dunque, il sestetto romano ha dato prova di essere del tutto meritevole della sua partecipazione all’happening tedesco, confermandosi di assoluto valore internazionale.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Lost Humanity
The Outsiders
Oionos
The Wandering
Chant Of Widows

FEJD

Dopo una serie di bands totalmente inutili procrastinatesi sui palchi principali, fra le quali i penosi Van Canto, finalmente alle 15.00 apre il Party Stage e ci fiondiamo nella sua ombra per seguire il concerto dei Fejd, combo svedese che è del tutto spoglio da riferimenti metallici, ma che comunque propone un folk-rock acustico inseribile nel filone delle formazioni folk-da-festival. Fa davvero strano sentire degli svedesi che fanno fatica a spiccicare parole in inglese, e spesso è il bassista Thomas Antonsson – certo non il membro principale del gruppo, ma sicuramente quello più spigliato – a prendersi la briga di interagire senza imbarazzo con il pubblico; pubblico che, dalla sua, tributa i Fejd di un’accoglienza mirabile e quasi inaspettata: la band incide per l’austriaca Napalm Records ed in molti evidentemente hanno acquistato il suo ultimo disco “Storm”. La forza dei Fejd sta ovviamente nelle melodie folkish, per fortuna non troppo pacchiane, e nella sezione ritmica, settata come se dovesse sostenere l’impatto delle chitarre elettriche e quindi di chiaro stampo aggressivo. Doppia cassa e basso incalzante, infatti, supportano i fratelli Patrik e Niklas Rimmerfors, impegnatissimi a gestire le chitarre ed una vasta serie di strumenti tipici, fra cui il kazoo, lo scacciapensieri, il mandolino e il violino. Una bella mezzoretta di musica andante con brio che ci ha rinfrescato le membra e ci ha spianato il terreno per i prossimi concerti!

(Marco Gallarati)

SETLIST

Drängen & Krakan
Morgonstjärnan
Offerök
Storm
Farsot
Yggdrasil

CALLISTO

Altra formazione poco adatta ad un festival della portata del Summer Breeze, per di più suonante in pieno pomeriggio e non a tarda notte, è quella dei finlandesi Callisto, uno dei gruppi di punta del post-rock-metal progressivo e sperimentale. Introspettivi, un po’ freddi e restii a prendere in mano la scena, ad eccezione del bassista Juho Niemela, l’elemento un po’ più in evidenza del combo, i ragazzi di Turku propongono quattro pezzi in trentacinque minuti di spettacolo, per un altro concerto destinato a pochi eletti, imperniato su emozioni da trasmettere, visioni da iniettare e atmosfere da controllare prima e lasciare a briglia sciolta poi. Sono bravi e raffinati i Callisto, forse anche troppo: sebbene l’audience del Summer Breeze sia eclettica abbastanza da essere in grado di comprendere la musica dei finnici, sono relativamente pochi quelli che si spellano le mani per applaudire. A noi, che non li avevamo mai visti prima, non sono dispiaciuti e hanno fatto una buona impressione, ma certo è che l’attenzione richiesta in questo caso è tanta e i Callisto non sempre sono in grado di tenere alta la tensione ed il pathos, come ad esempio i Long Distance Calling riescono a fare alla grande. Comunque bravi!

(Marco Gallarati)

SETLIST

Insession
Wormwood
Rule The Blood
Providence

SEPULTURA

L’ultimo ricordo che abbiamo dei Sepultura dal vivo è l’ottima performance fornita di spalla agli In Flames, nell’ormai lontana primavera del 2006. Siamo quindi piuttosto curiosi di tastare lo stato di forma della formazione brasileira, dopo aver dato alle stampe un anno e mezzo fa l’ultimo “A-Lex”, lavoro che senza riportare ai fasti gloriosi del passato il nome della band è però riuscito in parte a convincere critica e fans. E’ sempre interessante, poi, avere modo di fare un paragone ravvicinato con i Soulfly di Max Cavalera, visti al Gods Of Metal del giugno scorso in buona forma, ma più per la bravura di Marc Rizzo che per le doti canterine dell’ormai claudicante Max. Ebbene, pronti via! Alle 18 spaccate i Sepultura-Senza-Fratelli-Cavalera salgono sul palco e, dopo l’intro affidata a “A-Lex IV”, partono a razzo sparando sulla folla la nichilista “Moloko Mesto”. Kisser e Paulo Junior tengono senza problemi i ritmi vorticosi dettati dal nuovo drummer Jean Dolabella – diciamo pure una sorpresa positiva – e il Gigante Nero Derrick Green rivaluta le sue scarse prestazioni da studio con una veemenza ed una grinta da palco semplicemente spaventose! Il pubblico, ben presente davanti al Main Stage, applaude senza aver capito molto cosa sia successo e, già solo qualche minuto dopo, si trova basito ad assistere ad una esecuzione grindcore del classico “Arise”, proiettato alla velocità della luce per l’etere in fase di collasso. Non si riesce quasi nemmeno a cantare ‘under a pale and grey sky we shall arise’ da quanto il riffing e le ritmiche sono accelerate! Adrenalina a mille, quindi, anche per la seguente “Refuse/Resist”, forse il più classico dei classici dei Seps. Segue un trittico di brani recenti (scorrere setlist sotto, prego), durante il quale l’attenzione del pubblico si tramuta in preoccupante indifferenza, salvo poi rianimarsi di colpo con l’esecuzione delle storicissime “Troops Of Doom” ed “Escape To The Void”. I carioca sono ormai lanciati in pieno revival e il finale di concerto è occupato da pietre miliari del metallo anni ’90: “Territory”, “Inner Self”, “Ratamahatta” e “Roots Bloody Roots”, per un’apoteosi in crescendo che i fan dimostrano di apprezzare molto. Il riffone finale di “Roots…” è la chiusura pesantissima di uno show che a noi è piaciuto molto e che ha mostrato un’altra volta come i Sepultura siano una ottima band dal vivo, che però mai riuscirà a ricreare la magia degli anni d’oro. E per una volta strappiamo un voto a favore di Derrick Green nel confronto a distanza con Max Cavalera: KO tecnico al primo round per manifesta inferiorità.

(Marco Gallarati)

SETLIST

A-Lex IV
Moloko Mesto
Alex I
Arise
Refuse/Resistg
What I Do
Convicted In Life
The Treatment
Troops Of Doom
Escape To The Void
Territory
Inner Self
Rattamahatta
Roots Bloody Roots

SICK OF IT ALL

Dopo un assolutamente by-passabile Surprise Act – rivelatosi essere un comico tedesco di origini turche che ha occupato il Main Stage per l’assurda durata di venti minuti tutti trascorsi in favella germanica – scocca l’ora dei Sick Of It All, pronti a rispondere agli Agnostic Front di due giorni fa. Lo scontro a distanza fra i due capostipiti del New York hardcore style diciamo pure che si conclude in parità, sebbene forse i SOIA abbiano toccato vette più elevate in quanto a risposta di pubblico, vuoi anche per il fatto di essersi esibiti di sabato e ad un orario ideale per raccogliere la maggior parte della gente sotto il palco. L’ora di concerto ha visto la proposizione di ben diciannove pezzi, intervallati da poche pause e sciorinati uno dopo l’altro senza riserve e senza risparmi energetici, come da una pietra miliare dell’hardcore americano ci si deve aspettare. Lou Koller è bello in palla e con lui anche suo fratello Pete e i loro due poco raccomandabili compagni d’avventure. Essendo della vecchia guardia ed avendo stile, i Sick Of It All non stanno ogni tre secondi a spronare l’audience a muoversi e a fare circle-pits, ma il loro bel caos organizzato riescono ad imbastirlo comunque, soprattutto grazie al popolo tedesco, ormai in procinto di prendere la laurea in Pogologia. Bello spettacolo, dunque, per i newyorchesi, ancora una volta all’altezza della loro pressoché leggendaria nomea.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Death Or Jail
Good Looking Out
Uprising Nation
The Divide
America
Built To Last
Clobbering Time
Lowest Common Denominator
Step Down
A Month Of Sundays
Busted
Take The Night Off
My Life
Waiting For The Day
Dominated
Injustice System
Machete
Scratch The Surface
Us Vs. Them

WARBRINGER

Trovare un frontman come John Kevill non è cosa da tutti i giorni. Il cantante degli americani Warbringer è proprio il classico frontman, nel vero senso della parola, un vero e proprio animale da palco dotato di un carisma eccezionale, una personalità magnetica, da cui per un motivo o per l’altro non si riesce a scrollare gli occhi di dosso. Le sue urla sulla mitragliata di riff e mid-tempo dei Warbringer sono accompagnate dal vocalist con un continuo scapocciamento, e gli stessi stacchi strumentali più esaltanti ed adrenalinici sono accentuati benissimo dalla sua gestualità, che ci spinge inevitabilmente a tenergli gli occhi incollati addosso, come per farci spiegare il suo modo di vivere le canzoni della sua band. Poi ci sono i suoi compagni di avventura, i quali ovviamente non sono da meno: se infatti, oggi come oggi, non è facile essere un frontman efficace, è ancor meno semplice suonare thrash metal old school in maniera credibile. Be’, gli americani Warbringer ne sono capaci e anche bene! A cominciare da “Total War”, veniamo presi d’assalto dalla furia cieca dei loro riff galoppanti e veniamo sballottati a destra e a manca tra una “Severed Reality” e una “Prey For Death”. Una sorsata di birra e via che si riparte con “Jackal” e “Systematic Genocide”. Si chiude tra gli applausi con “Combat Shock”…e questi ragazzi si godono i meritati onori della folla.

(Emilio Cortese)

DARK FUNERAL

Non sappiamo se a causa del concerto dei Sick Of It All, oppure se in effetti di sabato già un po’ di gente ha iniziato ad andarsene sin dal pomeriggio, ma di fatto siamo riusciti, senza nemmeno fare troppa fatica, a guadagnare i posti ideali per goderci lo show dei Dark Funeral, l’ultimo con Emperor Magus Caligula a urlare dietro al microfono. L’imponente frontman aveva infatti annunciato che questo sarebbe stato il suo ultimo concerto con questa band, e per nessun motivo ce lo saremmo potuti perdere. Si parte con “The End Of Human Race”, la canzone di apertura anche del loro ultimo disco, e sull’attacco, assieme all’esplosione musicale, di fronte al palco ecco che appaiono varie lingue di fuoco a sottolineare la potenza del suono. Si prosegue con “666 Voices Inside”, “Goddess Of Sodomy”, “The Arrival Of Satan’s Empire” e “Stigmata”. Se Emperor Magus Caligula aveva intenzione di uscire dalla band lasciando un buon ricordo anche in sede live, be’, non c’è dubbio che lo show di stasera avrà lasciato agli appassionati un segno molto forte, dato che lo svedesone ha urlato con tutto quanto il fiato in gola – e quanto fiato! – tutta la sua rabbia. Dopo una piccola pausa si riprende con la intensissima “Atrum Regina”, ricca di pathos e di sentimento quasi umano. Ci si avvia verso la conclusione del concerto e quindi ecco arrivare “An Apprentice Of Satan”, “King Antichrist” e “In My Dreams”. Il finale però è quasi da brividi: Emperor ci annuncia che “My Funeral” sarà l’ultima canzone che canterà per i Dark Funeral e noi ce la gustiamo con le corna alzate e lo salutiamo, augurandoci che questa band sappia trovare un frontman, ma soprattutto un vocalist, all’altezza della situazione. E dopo averlo visto in questa sede, crediamo che non sarà proprio un compito semplice per Lord Ahriman.

(Emilio Cortese)

MAROON

Stiamo entrando nel gran finale del Summer Breeze e, mentre i Dark Funeral danno l’addio al loro frontman Emperor Magus Caligula, sotto al Party Stage si consuma il concerto più violento e partecipato dell’intero festival, quello dei padroni di casa Maroon, finalmente in grado di spazzare via i dubbi sulla loro reale validità, dopo un paio di performance anonime del passato e studio-album via via sempre meno avvincenti. Ebbene, nella serata conclusiva della Brezza d’Estate, ciò che si scatena nel tendone è l’anticamera dell’Inferno: fin dallo scontato inizio di “Stay Brutal” e proseguendo poi lungo una setlist terremotante, i ragazzi nel pit se le sono date di santa ragione, condotti per mano da una formazione incazzatissima e che non ha guardato in faccia nessuno, andando dritta al punto attraverso suoni debordanti ed un’attitudine in-your-face quasi malvagia. E qui sì, finalmente, che abbiamo potuto riesumare il circle-pit attorno al mixer, impossibile da tirare in piedi durante gli Heaven Shall Burn: i ragazzini che ci passano davanti a mo’ di arieti imbizzarriti riescono addirittura a creare un vortice d’aria fresca che fa respirare un po’ la gente assiepata nella struttura! Ah, beata gioventù. La scelta dei pezzi da eseguire è ben equilibrata, con episodi pescati da tutta la discografia dei Maroon, che hanno anche il buon gusto di terminare lo show con l’esecuzione della più pacata ed atmosferica “Schatten”, utile a farci salutare il gruppo con un lungo e meritatissimo applauso. I migliori; e proprio non ce l’aspettavamo!

(Marco Gallarati)

SETLIST

Stay Brutal
Without A Face
And If I Lose, Welcome Annihilation
The Ship Is Sinking
The Worlds Havoc
Reach (The Sun)
Shadow Of The Vengeance
Annular Eclipse
Wake Up In Hell
Schatten

CHILDREN OF BODOM

Ed eccoci pronti per l’ultimo headliner del Summer Breeze 2010. I fans – ma soprattutto, per la gioia dei maschietti, LE fans – sono assiepati sotto il Main Stage in attesa dell’entrata in scena dei cinque Bambini finlandesi che, dopo l’intro affidato ad un pezzo anni ‘80, partono subito con “Follow The Reaper”. Nonostante il visibilio del pubblico, che subito si diletta innescando la classica marea di crowd-surfers che contraddistingue buona parte degli show nei festival germanici, la nostra impressione non è granché positiva nei confronti dei Children Of Bodom, complici anche un audio non troppo perfetto, una scelta di brani piuttosto infelice per i gusti del sottoscritto e troppe pause durante l’ora e un quarto a loro disposizione (un paio di canzoni in più ci sarebbero state, magari!). Il compitino dobbiamo ammettere che la band lo svolge bene ma, a parte qualche siparietto piuttosto inutile tra Alexi Laiho ed il tastierista Janne Wirman, i ragazzi non fanno poi tanto per movimentare un po’ la situazione, considerata anche la quasi staticità di Henkka T. Blacksmith e Roope Latvala. Fortunatamente, via via che il tempo scorre, sia i suoni che i Bodom si riprendono un po’ e l’esecuzione in chiusura di “Silent Night, Bodom Night” e “Downfall”, sebbene eseguite in maniera leggerina, ci fanno strappare qualche applauso; chiaro che per una formazione arrivata al loro livello, ci si aspetta qualcosina di più. Comunque non tutto è da buttare e, nell’insieme, Laiho e compagni la sufficienza riescono a strapparla.

(Francesco Maggioni)

SETLIST

Follow The Reaper
Hate Crew Deathroll
Bodom Beach Terror
Everytime I Die
Living Dead Beat
Sixpounder
Blooddrunk
In Your Face
Angels Don’t Kill
Kissing The Shadows
Hate Me!
Silent Night, Bodom Night
Needled 24/7
Downfall

ASPHYX

Dopo una capatina fuori dalla tenda per andare a rifocillarci, nel mentre in cui i Children Of Bodom iniziano il loro show da headliner sul Main Stage, è tempo già di riposizionarsi nel tanfo fangoso e alcolico del Party Stage per seguire gli Asphyx, altro pezzo di storia del death metal europeo. Gli olandesi, con Martin Van Drunen e Paul Baayens a concedere il bis dopo l’esibizione con gli Hail Of Bullets di ventiquattro ore fa, ci graziano di quarantacinque minuti di performance letteralmente devastanti e sfiancanti, durante i quali tutti i presenti si sono lasciati andare all’headbanging più spaccacollo: davvero impossibile tenere ferma la testa sotto le ritmiche e i riff quadrati ed ignoranti del quartetto oranje, perlopiù sparati a tutto volume. La scaletta ha visto l’esecuzione esclusivamente di brani tratti dai lavori in cui ha cantato in studio Van Drunen, come facilmente prevedibile, ma ciò non ha affatto limitato le potenzialità del combo, soprattutto considerato l’attuale stato di grazia che può vantare l’invero poco aggraziato growler in questione. Tra sfuriate spietate, mid-tempo poderosi e rallentamenti rocciosi, tutto il death metal olandese minuto per minuto è andato in onda senza intoppi, lasciandoci sfiniti e con i muscoli del collo indolenziti. Carri armati senza freno.

(Marco Gallarati)

SETLIST

Vermin
Scorbutics
MS Bismarck
Death … The Brutal Way
Wasteland Of Terror
Asphyx (Forgotten War)
The Rack

MY DYING BRIDE

Per chi scrive, il Summer Breeze 2010 non poteva concludersi nel migliore dei modi, ovvero con i My Dying Bride, una delle sue band preferite. D’accordo, nel Party Stage andranno avanti a suonare anche questa sera fino alle 4, ma la qualità dei gruppi non ci stimola affatto un’altra maratona notturna, perciò preferiamo trascorrere le ultime ore di festival con le gambe sotto i tavoli della Backstage Area, bevendoci l’ultimo paio di birre. Prima però ci facciamo l’ultima scarpinata verso il Pain Stage, dove sta per iniziare il concerto della Sposa Morente: non c’è il batterista Dan Mullins, a quanto pare rimasto a casa con una gamba rotta, ed al suo posto troviamo David Gray dei britannici Akercocke. Aaron Stainthorpe, Andrew Craighan, Hamish Glencross e la bassista Lena Abé – che con i capelli corti e scalati è diventata più che carina – fanno muro davanti al pubblico, che attende ansioso di soffrire ancora una volta assieme al frontman più straziato e tormentato della nostra musica preferita. Una scaletta particolare ha segnato lo show dei Bride al Summer Breeze 2010, partita con due pezzi tratti dall’ultimo “For Lies I Sire”, “Fall With Me” e il singolo “Bring Me Victory”, e poi proseguita a sbalzelli attraverso i dischi della band, ma con episodi non spesso eseguiti, come ad esempio la cupissima “The Wreckage Of My Flesh” e la suite-capolavoro “Turn Loose The Swans”. Il meglio però è arrivato con i brani successivi, la vecchissima e sinistra death-doom metal song “Vast Choirs” e l’epica e possente “She Is The Dark”, in parte cantata da molti ragazzi nelle primissime file. “My Body, A Funeral” segue a ridosso, in attesa del probabile commiato affidato a “The Cry Of Mankind”: purtroppo, invece, il tempo è quasi esaurito e, pur essendo l’ultima formazione in programma sui due palchi principali, evidentemente non sono stati concessi agli inglesi i cinque minuti di sforo per poter proporre il loro migliore cavallo di battaglia. Mezzo sacrilegio per quasi tutti i fan della Sposa, ma la severità teutonica è proverbiale. Ci accontentiamo dunque di quello che abbiamo ascoltato ed andiamo ad affogare i nostri dispiaceri in grossi boccali di birra. Cos’altro possiamo fare, se non bere per dimenticare il fatto che l’indomani ci aspetta il ritorno a casa?

(Marco Gallarati)

SETLIST

Fall With Me
Bring Me Victory
The Wreckage Of My Flesh
Turn Loose The Swans
Vast Choirs
She Is The Dark
My Body, A Funeral

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