15/08/2012 - SUMMER BREEZE OPEN AIR 2012 @ Dinkelsbuhl - Dinkelsbuhl (Germania)

Pubblicato il 03/10/2012 da

Introduzione a cura di Marco Gallarati
Report a cura di Luca Pessina, Marco Gallarati, Thomas Ciapponi e Giacomo Slongo
Foto di Enrico Dal Boni ed Emanuela Giurano

 


Un’abitudine dura a morire, la gitarella agostana presso l’incantevole Dinkelsbühl, sulla Romantische Strasse. Il Summer Breeze Open Air Festival, infatti, ha pochi segreti ormai per la Redazione di Metalitalia.com, ancora una volta presente sul campo per fornirvi un report scritto e fotografico che definire esauriente e ricco è un puro eufemismo. Non vogliamo stare a tediarvi più del dovuto con i soliti discorsi sulle differenze numeriche nei confronti dell’immenso Wacken Open Air, oppure sul target più estremo/hardcore/gothic/post che la manifestazione germanica ha, quindi questa introduzione avrà più le sembianze di ‘breve’ riassunto e presentazione dell’accaduto, per poi lasciare spazio a parole ed immagini.
Giunto al 15° anniversario dalla propria nascita, il Summer Breeze anche nel 2012 ha proposto heavy metal dal primo pomeriggio di Ferragosto, partendo dal conciso concorso New Blood Award – che finalmente a questa tornata ha visto vincere una formazione davvero interessante, gli Obscure Sphinx! – per terminare nella sagra del power e del thrash tedesco con le popolatissime esibizioni di Rage e Tankard. E per poi protrarsi nei seguenti tre giorni con il solito menù a base di death metal, folk-metal e non, thrash, hardcore, gothic, post e quant’altro. Sacrificatissime, in questa annata, le sonorità più classicheggianti, realmente contabili sui palmi delle mani e aventi probabilmente negli Iced Earth gli esponenti di maggior spicco e notorietà.
Gli headliner ufficiali dell’evento, Subway To Sally, Immortal e Amon Amarth, fanno ben capire come il Summer Breeze sia ancora un happening orientato all’underground, ma sarebbe ingannevole basarsi sulle tre band menzionate per definire la grandezza e l’appeal di questo festival, da sempre coinvolgente appunto per il bill ricercato e per i più sottogeneri rappresentati. Da sottolineare, però, come all’annuncio della prima formazione confermata per l’edizione 2013, gli svedesi In Flames, il pubblico sia esploso in un urlo entusiasta, probabilmente affamato di nomi un po’ più altisonanti dell’usuale.
Quattro palchi a disposizione per l’audience – sebbene il piccolo Camel Stage sia pressoché inutile e atto solo ad intrattenere per qualche minuto chi proprio non riesce a fare a meno di musica neanche durante i soundcheck: Main Stage e Pain Stage, posti affiancati e con solo cinque minuti di intervallo tra uno show e l’altro, e il Party Stage, il tendone dedito alle formazioni minori e/o più estreme e rifugio perfetto dalle situazioni meteorologiche più disagevoli. Meteo che peraltro, nella versione 2012 del Summer Breeze, è stato abbastanza clemente, lasciando spazio a pioggia, freddo e nuvole solo nella prima parte della giornata di giovedì. Per il resto, temperatura piacevole o caldo mostruoso.
Un’edizione, quindi, che è trascorsa veloce e senza intoppi, nella migliore tradizione dell’organizzazione Summer Breeze, organizzazione che quest’anno ha provato una innovativa, ma anche rischiosa, disposizione dei bagni chimici lungo tutta la camping area, non più raggruppati in zone addette, ma regolarmente intervallati e sistemati più vicino a tende e automobili, probabilmente in modo da non generare enormi piscine fangose in caso di acquazzoni.
Davvero poche altre modifiche apportate ad una struttura che ha bisogno di pochi accorgimenti per migliorare ulteriormente e che quest’anno, tornando un attimo sul bill e poi concludendo, ha dato anche parecchio spazio a band italiane, con ben quattro presenze a tenere alta la nostra bandiera: i giovani Tasters, i più svezzati The Foreshadowing – alla seconda esibizione alla Brezza Estiva – i quasi casalinghi Graveworm e i Lacuna Coil, molto attesi al varco da chi scrive e non troppo fortunati nella loro performance.
Vi lasciamo ora, senza ulteriori indugi, alla lettura del mega-report seguente. Prendetevi tempo e pause, che da leggere e guardare c’è tanto! In fondo agli articoli classici, troverete altri mini-report denominati Pillole di Summer Breeze e Supposte di Summer Breeze, che riguardano le band che abbiamo visto con meno interesse e attenzione per svariati motivi e che ci hanno colpito in positivo (Pillole) o in negativo (Supposte). A chiudere, infine, tutte le fotografie scattate ai gruppi rimasti senza parte scritta. Buona e paziente lettura!

 

MUNICIPAL WASTE
Con gli irriverenti thrasher americani Municipal Waste inizia ufficialmente l’edizione 2012 del Summer Breeze, ancora una volta forte di un pre-serata che vede affollatissimo il consueto Party Stage, unico avamposto operativo in questo regno del metal. Quale band migliore per dare il via a quella che, a tutti gli effetti, è una vera e propria festa? I quattro di Richmond sanno come gestire al meglio questo tipo di situazioni e quindi, pur non avendo a disposizione il proprio habitat naturale (palco a stretto contatto con il pubblico in un locale minuscolo), riescono a intrattenere al meglio la massa di metallari accorsi gia alle prime battute del festival, vomitandogli addosso tutto il thrash verde e tossico che gli scorre nelle vene. Data la breve durata dei pezzi in repertorio, i ragazzi possono contare su una setlist tutto sommato lunga e sostanziosa, spaziando per tutta la propria discografia e accontentando praticamente tutti i presenti, a dir la verità più invasati dagli ettolitri di birra che già si sono riversati a fiumi nei pratici bicchieri del festival. Tra un attacco di chitarra e l’altro, e con il solito atteggiamento goliardico del frontman Tony Foresta, sempre ineguagliabile quando si tratta di intrattenere in prima persona il pubblico, lo show si chiude in maniera soddisfacente con la letale accoppiata “Sadistic Magician” e “Born To Party”, pezzi che sembrano essere scritti apposta per occasioni come questa. Un’impressione, quest’ultima, che sembra trovare riscontro in una risposta del pubblico che non ha bisogno di alcun commento. Un’apertura di danze decisamente degna del proprio nome.
(Thomas Ciapponi)

Setlist:
Unleash The Bastards
Mind Eraser
You’re Cut Off
Wolves Of Chernobyl
The Thrashin’ Of The Christ
Beer Pressure / Authority Complex
Acid Sentence
Black Ice
Wrong Answer
The Fatal Feast
Toxic Revolution
Bang Over / Sweet Attack
Headbanger Face Rip / Terror Shark
Black President
Repossession
Sadistic Magician
Born To Party

OBSCURE SPHINX
La prima giornata ‘ufficiale’ del Summer Breeze 2012 viene aperta dagli Obscure Sphinx, realtà “post” metal polacca che la sera precedente si è aggiudicata il New Blood Award, convincendo critica e pubblico con un’esibizione sul Party Stage. Siamo qui a parlare della band di Varsavia in quanto siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla sua proposta; una volta tanto, i vincitori del succitato award non sono la classica death-core band di quarta categoria locale, bensì una formazione ben più preparata e originale, che anche sul palco dimostra di sapere come muoversi. Gli Obscure Sphinx intrattengono i primi avventori della giornata con una sorta di mix di Neurosis, primi Mastodon e Crisis: pezzi medio-lunghi e ricchi di sfaccettature, su cui si stagliano le urla agghiaccianti e le cantilene ipnotiche dell’arcigna frontgirl Wielebna, vero asso nella manica dei ragazzi. Il gruppo, che ha rilasciato nel 2011 il debut album autoprodotto “Anaesthetic Inhalation Ritual” si rivela una sorpresa per parecchi astanti e riesce ad entusiasmare ben più di tante altre note formazioni chiamate a suonare nel corso della giornata. Proveremo a tenerli d’occhio in futuro.
(Luca Pessina)

BE’LAKOR
Il Main Stage probabilmente mal si adatta ad un gruppo ancora poco esperto come i Be’Lakor: gli australiani al momento non hanno ancora grande confidenza col palco e le grandi dimensioni del suddetto li mettono un po’ in difficoltà in questo lievemente assolato primo pomeriggio. Nessuno dei ragazzi di Melbourne osa compiere un passo lontano dalla propria posizione di partenza e, anche se il chitarrista/cantante George Kosmas si dimostra sufficientemente ciarliero con la folla (fra l’altro piuttosto nutrita), resta l’impressione che una location come il Party Stage avrebbe giovato maggiormente all’attitudine e alla proposta musicale dei Nostri. In ogni caso, la performance non può dirsi affatto negativa, visto che i Be’lakor, nonostante tutto, hanno dalla loro un repertorio più che convincente, all’insegna di un melodic death metal atmosferico e molto strutturato. Sono solo quattro gli episodi che la band riesce a suonare quest’oggi, ma l’esecuzione non presenta sbavature e, almeno nei passaggi maggiormente ritmati, il coinvolgimento tra gli astanti appare discreto, con tanto di bandiera australiana esibita tra le prime file. Sicuramente i ragazzi devono ancora migliorare parecchio sul fronte live, ma d’altra parte gli eventuali progressi passano proprio attraverso esperienze come quella di quest’oggi. Li rimandiamo con fiducia.
(Luca Pessina)

Setlist:
Venator
Fraught
Remnants
Sun’s Delusion

NAPALM DEATH
Si inizia a martellare giu duro con i Napalm, una di quelle band leggendarie, intramontabili, che ti danno sempre garanzie e che ti fanno dimenticare di tutto ciò che ti circonda per l’intera durata del concerto, tutto questo a discapito della mancanza a causa di infortunio o malattia (comunque ci è parso di capire non gravi) del leader storico Shane Embury. Li avevamo visti in grande spolvero in occasione della nuovissima edizione del SoloMacello Fest, li ritroviamo qui in un contesto forse meno adatto ma pur sempre degno di considerazione quando si parla dei padri del grindcore, esibitisi in concomitanza con la sofisticata proposta dei francesi Alcest e per questo non propriamente supportati da un vero e proprio “pienone”, come al contrario accadde in occasione della data milanese. Puntualizzato ciò, lo show non mostra comunque nessuna piega, costruendosi su una prima parte sempre in supporto del nuovo album, “Utilitarian”, gia molto conosciuto dai fan, e su una seconda più datata e variegata, con la proposizione di estratti dal miticizzato “Scum” e altri dai vari dischi a seguire. Se non c’è Shane, Barney non è comunque tipo da lasciarsi condizionare e, in completa sintonia con il suo ruolo da mattatore psicopatico, urla, sbraita e si dimena come se sul palco ci fosse ancora quel ragazzino poco più che ventenne di “Harmony Corruption”. Il resto è il solito perfetto connubio di brutalità disorientante e professionalità trentennale, una professionalità che non accenna a diminuire ma che, al contrario, di anno in anno sembra dare nuova linfa vitale a questi eterni ragazzini di Birmingham, bravi nel gestire la loro non più rosea età con delle esibizioni schiacciasassi ma intelligentemente stoppate quando il fiato è poco, dando carta bianca alle consuete morali politico-sociali di un Barney acclamatissimo. Lo spettacolo si porta a conclusione passando per un pericolosissimo susseguirsi di pezzi del calibro di “Analysis Paralysis”, “Dead”, Unchallenged Hate”, “Nome De Guerre”, “Suffer The Children” e “Scum”, lasciando spazio anche alla cover dei Dead Kennedys, “Nazi Punks Fuck Off”. “Instinct Of Survival” chiude, infine, uno dei concerti più cattivi e soffocanti dell’intera edizione del Summer Breeze, un’edizione dove i Napalm Death hanno lasciato ben più che un semplice biglietto da visita per venire ancora chiamati.
(Thomas Ciapponi)

Setlist:
Circumspect
Errors In The Signals
Everyday Pox
Protection Racket
Silence Is Deafening
The Wolf I Feed
Practice What You Preach
Quarantined
Analysis Paralysis
Dead
Deceiver
When All Is Said and Done
Unchallenged Hate
Nom De Guerre
Suffer The Children
Nazi Punks Fuck Off (Dead Kennedys cover)
Scum
You Suffer
Instinct Of Survival

BEHEMOTH
Sono da poco scesi dal palco del Pain Stage gli idoli locali Die Apokalyptischen Reiter, fra l’altro dotati di un divertente tastierista a bordo di un’altalena (!!), che ecco si vede arrivare on stage la vera corazzata epico-apocalittica del festival, i polacchi Behemoth! Visti a febbraio a Trezzo sull’Adda, durante la data da co-headliner con i Cannibal Corpse, ci avevano già ben impressionato; ma evidentemente, con il protrarsi del recupero delle condizioni fisiche di Nergal e con l’incredibile aiuto dell’impianto scenografico del Main Stage, il bello doveva ancora venire. Il Sole è agli sgoccioli dietro i due palchi del Summer Breeze e la sera è quasi calata completamente, quando “Ov Fire And The Void” deflagra con immane potenza. Gli ultimi barlumi di luce rimasti si incendiano all’istante, non appena i fuochi e le vampate pirotecniche prendono a funzionare, in un bailamme che puzza d’Inferno (non il batterista, proprio la creazione dantesca) lontano un miglio. L’impatto visivo è entusiasmante e le coreografie/pose marziali di cui il combo è maestro completano l’opera di un concerto certamente fra i migliori di tutta la manifestazione, per chi scrive addirittura il migliore. La setlist non presenta grandi novità ma abbonda di conferme e ci congeda dal blackened death metal del gruppo con la speranza che presto sia la volta di un nuovo album, atteso e annunciato del resto per il prossimo anno. Ottimi Behemoth!
(Marco Gallarati)

Setlist:
Ov Fire And The Void
Demigod
Moonspell Rites
Conquer All
Christians To The Lions
Alas, Lord Is Upon Me
At The Left Hand Ov God
Slaves Shall Serve
Chant For Eschaton 2000
23 (The Youth Manifesto)
Lucifer

ELUVEITIE
Terminata l’apoteosi luciferina dei Behemoth, giriamo la testa di una quarantina di gradi, facciamo quattro passi a destra e ci presentiamo puntuali all’appuntamento con gli Eluveitie, tra le folk-metal band più in voga al momento, sebbene l’ultimo “Helvetios”, presentato in pompa magna ovunque, non si sia dimostrato più di tanto soddisfacente. Gli svizzeri salgono gasatissimi sul palco e il pubblico li accoglie con le ovazioni dovute, pubblico che in buona parte è già riunito nell’area palchi per gustarsi la successiva performance degli headliner di giornata Subway To Sally. L’audience c’è, quindi, ma la band un po’ meno. La prestazione è buona, ma l’impressione è che gli Eluveitie siano un po’ inflazionati e stanchi e che perciò tendano a fare il compitino. E’ sempre apprezzabile la particolarità della band di suonare dal vivo tutti gli strumenti, senza l’aiuto, almeno si presume, di basi registrate. Un appunto va comunque fatto all’attesa Anna Murphy, sempre più presente alle female vocals, oltre che alla ingombrante ghironda: dotata di una bella voce squillante e potente, dovrebbe però cercare di apprendere qualche trucchetto da vocalist, come ad esempio allontanarsi dal microfono nei momenti di maggior espressione; infatti, a tratti è risultata quasi fastidiosa e troppo monocorde sul pezzo, come ad esempio nell’opener “Helvetios”. Altro ‘sentito dire’ che abbiamo raccolto in giro, e che in effetti ci sentiamo di approvare, è la mancata cura del look della band che, per il genere proposto, potrebbe puntare un po’ di più su scenografie e costumi a tema, giusto per non far sembrare la stessa Murphy e la violinista Meri Tadic delle semplici passanti sul palco per caso… Tutto sommato, però, gli Eluveitie ci hanno divertito e brani quali i coinvolgenti “Inis Mona” e “Uis Elveti” hanno messo d’accordo un’altra volta tutti.
(Marco Gallarati)

Setlist:
Helvetios
Luxtos
Neverland
Meet The Enemy
Uis Elveti
A Rose For Epona
Inis Mona
Alesia
The Uprising
Kingdom Come Undone
Havoc
The Siege
Epilogue

GHOST BRIGADE
Zitti zitti, i Ghost Brigade sono riusciti a crearsi un importante seguito attorno a loro. La loro musica piace: introspettiva, oscura, notturna, delicata, e poi in caduta libera verso un baratro di rimorsi. Elementi che vanno a comporre una proposta  sempre più in voga, supportata da una professionalissima Season Of Mist e concretizzata dalle prove live sempre positive ed accattivanti. Questa sera non è un’eccezione, in quanto i finlandesi, complice anche l’intimità del Party Stage e un orario da privilegiati, hanno messo in piedi uno scenario che qualsiasi fan della band vorrebbe rivivere ad ogni suo concerto. Niente di ambizioso, sia chiaro, i Nostri sono semplicemente saliti sul palco in punta di piedi e hanno fatto il loro grande lavoro, proponendo una setlist breve ma intensa, rafforzata dalle prove generosissime dei singoli e valorizzata da suoni degni del contesto. Uno spettacolo giocato quasi completamente su luci soffuse e un’atmosfera adatta alla musica malinconica del gruppo, che parte in rodaggio con “Lost In A Loop” e che rende giustizia a pezzi estratti dall’ultimo album, “Until Fear No Longer Defines Us”, vale a dire “Traces Of Liberty” e “Breakwater”, decisamente meglio dal vivo che su disco. Picchi emotivi vengono invece raggiunti con la letale accoppiata “Into The Black Light” / “My Heart Is A Tomb”, tra i brani che meglio rappresentano la proposta e che riscuotono maggior consenso tra i presenti. Unico neo, la totale assenza di brani estratti dall’esordio “Guided By Fire”, a quanto pare sacrificato dalla band in favore di un numero maggiore di pezzi proveniente dall’ultima fatica, attualmente in fase di promozione. Anche dal vivo, quindi, i Ghost Brigade si confermano una band sempre in crescita e oramai vicina ad un livello successivo di popolarità. Ci piacerebbe, ora, vederli in qualità da headliner con una setlist meno riassuntiva, magari dove possano trovare spazio anche episodi meno conosciuti come “22:22 Nihil”, “Secrets Of The Earth” e “Disgusted By The Light”.
(Thomas Ciapponi)

Setlist:
Lost In A Loop
Traces Of Liberty
Breakwater
Into The Black Light
My Heart Is A Tomb
Clawmaster
Soulcarvers

DEATHSTARS
By-passati di peso gli headliner Subway To Sally, è la volta dei Deathstars, ultima band di punta chiamata a chiudere le danze del primo giorno. Formazione amata e odiata, dagli atteggiamenti tipici del genere che propongono e dall’immaginario trasgressivo, gli svedesi sono oramai riusciti ad accumulare esperienza a sufficienza per poter gestire al meglio questo tipo di show, dall’audience numerosa e particolarmente allegra: il frontman Whiplasher, pur non essendo certo un simpaticone ed una persona solare, si dimostra in grado di intrattenere il pubblico con il suo umorismo tipicamente svedese (?) e con i suoi continui incitamenti all’urlo, mentre il reparto strumentale porta a termine, in maniera più che dignitosa, una performance energica e ricca di forti ritmiche hard rock-industrial. Annullata qualsiasi tipo di scenografia, lo show si tinge più che altro di tinte blu e grige, contribuendo a creare quell’alone elettrico che la band ha sempre voluto suggerire con le proprie copertine. Dicevamo, appunto, hard rock a camionate e ritmiche trascinanti, industrializzate nella maniera più classica possibile per un concerto ricco di hit cantabili, selezionate apposta dal repertorio del gruppo per far muovere il culo a tutti i presenti e far divertire anche chi, come noi, non è propriamente un fan della proposta. Dobbiamo ammettere che la performance ci ha stupito in positivo: grazie ai pezzi da traino “Blitzkrieg Boom”, “Metal” e “Tongues”, l’atmosfera non ci ha messo molto a rendersi particolarmente calda e agitata, segno che i crucchi apprezzano molto questo tipo di performance dirette e senza troppe pretese. Saranno anche antipatici e apparentemente monotoni nella loro immagine da Marilyn Manson o Rammstein dei poveri; c’è da dire, però, che i Deathstars, a livello di energia sprigionata, non devono invidiare niente a nessuno; e questa sera lo hanno dimostrato a tutti i presenti. Dunque, alla fine dei conti, prova più che positiva per i cinque di Stoccolma e, se proprio vogliamo esagerare, una delle esibizioni più divertenti dell’intero festival.
(Thomas Ciapponi)

THE FORESHADOWING
Ai nostrani The Foreshadowing spetta l’ingrato compito di aprire i giochi il mattino del secondo giorno di festival, per giunta all’orario improponibile delle 11.00, neanche il tempo di digerire la colazione. L’immaginario crepuscolare e la proposta non proprio allegra della band capitolina perdono logicamente d’atmosfera visto il contesto nel quale sono costretti a esibirsi, beffati, oltretutto, da un Sole cocente che, durante il pomeriggio, darà il meglio di sé in quanto a ustioni varie. Pochi, ma neanche tanto, i presenti, ripagati da una prestazione professionale e svolta nella più totale serietà nonostante la scomoda posizione. Una prova che si costruisce attorno al supporto dell’ultima release, “Second World”, salvo un paio di estratti dall’acclamato debutto “Days Of Nothing” e dall’altrettanto apprezzato “Oionos”. I sei capitolini, accompagnati alla batteria per l’occasione da Giuseppe Orlando dei Novembre, rendono comunque giustizia al loro gothic-doom tradizionalista ma orecchiabile al tempo stesso, trovando in Marco Benevento un frontman di tutto rispetto, capace di tenere sull’attenti tutti gli astanti con il semplice timbro della sua voce profonda e malinconica. Non da meno la sezione ritmica a opera della coppia Andrea Chiodetti – Alessandro Pace, come sempre precisa e priva di sbavature, generosissima nel dare tutto il possibile per rafforzare una situazione non propriamente agevole. Le band che esportiamo all’estero dovrebbero essere tutte come i The Foreshadowing, di una professionalità e di una classe che riescono a superare anche questo tipo di scogli. E i tedeschi ripagano con applausi e apprezzamenti vari.
(Thomas Ciapponi)

CROWBAR
Non è mai facilissimo vedere dal vivo i Crowbar di Kirk Windstein, soprattutto da quando il barbuto chitarrista/cantante è entrato a far parte dei più fortunati Down, i quali ormai monopolizzano il suo tempo e le sue energie. Gli organizzatori del Summer Breeze hanno però insistito vari anni e alla fine sono riusciti a far arrivare il gruppo di New Orleans in quel di Dinkelsbühl per un concerto evidentemente piuttosto atteso. Quest’ultimo si svolge sul Main Stage nel primo pomeriggio di venerdì, in maniera tale da permettere ai Nostri di avere tempo a sufficienza per arrivare in tempo in Francia, dove il giorno dopo saranno ospiti di un altro festival. Il soundcheck viene curato dalla stessa band, che avvia poi lo show senza troppi giri di parole. E’ la vecchia “Conquering” la prima canzone snocciolata, alla quale segue la più recente “New Dawn”. Forse consapevole del fatto che molti astanti hanno atteso anni per vedere i Crowbar on stage, Windstein nei quaranta minuti a propria disposizione sceglie di proporre una scaletta assai variegata, che pesca estratti da ben sei differenti album della discografia. I classici più acclamati sono naturalmente le famose “The Lasting Dose”, “All I Had (I Gave)” e “Planets Collide”, ma, in verità, l’intero set viene seguito con partecipazione dalla folla, nonostante un caldo soffocante che porta la security ad attivare gli idranti per donare un po’ di refrigerio. Nonostante gli anni, la voce di Windstein dimostra ancora di avere una certa tenuta, mentre in questa occasione non convincono troppo i suoni, lievemente impastati e regolati su volumi tutto sommato bassi per gli standard dell’evento. Il wall of sound tipico del gruppo è di rado stato tanto sottile, ma nel complesso lo show di oggi è comunque di quelli che si ricordano con piacere.
(Luca Pessina)

Setlist:
Conquering
New Dawn
The Lasting Dose
Sever The Wicked Hand
Self-Inflicted
High Rate Extinction
All I Had (I Gave)
Planets Collide
The Cemetery Angels

TOXIC HOLOCAUST
L’ignoranza dei Toxic Holocaust viene fuori con prepotenza soprattutto dal vivo. La thrash metal band statunitense compone brani semplici e prevedibili, ma gode di un’ottima ispirazione e può vantare un affiatamento sul palco assolutamente invidiabile. Il leader Joel Grind detta i tempi dello show, apparendo sprezzante quasi come un giovane Dave Mustaine, sia nell’incitare la folla, sia nel presentare i pezzi; ma sono proprio questi ultimi a fare la differenza: diretti, concisi, ricchi di riff di facile presa, sui quali l’headbanging è praticamente d’obbligo. Le parti mosh dei Nostri fanno sfracelli sotto il tendone del Party Stage e, anche se alla lunga queste sembrano sempre assomigliarsi un po’ tutte, il colpo d’occhio è di quelli speciali: fan e astanti seguono il terzetto con adorazione e si lanciano costantemente in un pogo divertito nel pit, cosa non esattamente scontata in terra tedesca, dove la gente di solito preferisce manifestare il proprio apprezzamento in maniera più composta. Il finale dello show è poi da brividi: “Nuke The Cross” e “Bitch”, due delle maggiori hit della band, vengono proposte in rapidissima sequenza e investono il pubblico con una sequela di break e ripartenze in grado di stremare anche i più esagitati. Grazie anche a dei suoni perfetti, i Toxic Holocaust dominano il venerdì pomeriggio nel Party Stage, confermandosi ottima live band soprattutto in un contesto festivaliero.
(Luca Pessina)

Setlist:
War Is Hell
Wild Dogs
Reaper’s Grave
Death Brings Death
In the Name of Science
666
I Am Disease
Endless Armageddon
The Lord of the Wasteland
Nuke The Cross
Bitch

NILE
I Nile vanno a insinuarsi tra due eventi sul Main Stage che richiamano larghe frotte di giovani metal-corer, quindi probabilmente la band filo-egizia si trova leggermente a disagio: tra Unearth e il combo Jamey Jasta + Kirk Windstein, infatti, il ricambio di pubblico potrebbe essere non facilmente favorito. C’è comunque attesa e un bel po’ di gente per vedere Karl Sanders e compari all’opera dopo l’uscita claudicante dell’ultimo “At The Gate Of Sethu”. E’ parso piuttosto evidente come i Nile abbiano puntato su una setlist sicura e rassicurante, affidandosi alla sola “Supreme Humanism Of Megalomania” per rappresentare il nuovo nato fra gli album. Chi taccia solitamente di noia e cacofonia gli show della band americana stavolta si sarà dovuto ricredere, soprattutto grazie alla rasata nuova di zecca di Dallas Toler-Wade e alla spettacolare visione del Sanders Ubriaco, rara specie ormai in via di estinzione. A dir la verità, per la serietà solitamente mostrata sul palco e per l’epicità che contraddistingue le composizioni della band, la condizione approssimativa di Karl è un segnale deficitario, più che divertente, ben soppesato però dalle poderose prestazioni di Kollias alle pelli e dell’ennesimo, ottimo bassista/vocalist che i Nile scovano, questa volta a nome Todd Ellis. La setlist ha spaziato bene lungo la discografia dei ragazzi, riservando all’ovvia “Black Seeds Of Vengeance” e a “Defiling The Gates Of Ishtar” la posizione di materiale più antico eseguito. Devastante l’apertura di “Sacrifice Unto Sebek” e sempre piacevole ri-gustarsi “Sarcophagus”. Dunque, a parte la professionalità andata un po’ a farsi benedire, possiamo dirvi di aver apprezzato l’esibizione dei Nile, non memorabile ma onesta.
(Marco Gallarati)

Setlist:
Sacrifice Unto Sebek
Defiling The Gates Of Ishtar
Ithyphallic
Supreme Humanism Of Megalomania
Permitting The Noble Dead To Descend To The Underworld
4th Arra Of Dagon
Sarcophagus
Lashed To The Slave Stick
Black Seeds Of Vengeance

JASTA VS. WINDSTEIN
Una delle esibizioni che eravamo intenzionati a seguire con maggior interesse di questa edizione del Summer Breeze era senza dubbio questo siparietto denominato Jasta vs Windstein. I due, amici da tempo, hanno voluto provare a proporre qualcosa di diverso rispetto ai soliti pezzi di Hatebreed e Crowbar, ma tant’è che, ci spiace dirlo, il tutto è sembrato un pretesto, non privo di un briciolo di furbizia, per proporre brani del progetto solita di Jasta e altri dei Kingdom Of Sorrow, formazione che vede la partecipazione di entrambi i musicisti e che, se fosse stata proposta come nome in cartellone, avrebbe di certo attirato qualche fan in meno. Chiudiamo un occhio e concentriamoci sull’esibizione di quest’oggi, comunque abbastanza divertente ed energica e ricca di diversi siparietti del carismatico frontman Jasta, oramai abile quanto basta da saper intrattenere al meglio le grandi folle. Riffoni ‘ciccioni’ e muri di suono poderosi sono stati il fulcro dell’intero spettacolo, caratterizzato da una prima parte tutta targata Kingdom Of Sorrow e da una seconda dedicata al povero repertorio solista del frontman, con l’abbandono a metà strada di Kirk e le conseguenti perplessità sul nominativo dato all’evento. Nulla da segnalare in particolare sulle tracce soliste riproposte dal vivo, abbastanza prevedibili e in pieno stile Jasta, quindi energiche e adatte ad essere cantate dal pubblico, che ben risponde alla solita prova adrenalinica di questi musicisti statunitensi, abili mattatori e fortunati ad essere inseriti in un contesto ricco di supporter di questo tipo di sonorità. Tanti brani sono un azzardo, poco conosciuti e adatti ad un seguito piu ristretto: la performance, soprattutto sulle battute finali, accusa un leggero calo di partecipazione dell’audience, tutta in fervore per sentire qualche pezzo dei beniamini Hatebreed; pezzo che puntualmente arriva con la chiusura affidata a “I Will Be Heard”, per un delirio generale memorabile.
(Thomas Ciapponi)

SIX FEET UNDER
I Six Feet Under barano ignobilmente decidendo di avviare il loro concerto con “Stripped, Raped And Strangled”, uno dei principali classici dei Cannibal Corpse dell’epoca Barnes. La folla davanti al Pain Stage va ovviamente subito in delirio di fronte a questo incipit inaspettato, tributando al sempre più trasandato frontman notevoli ovazioni. Nei più maligni si fa subito strada il sentore che nemmeno Barnes sia più tanto convinto della bontà del repertorio della sua attuale band, ma in verità lo show di lì a poco prende una piega personale, iniziando a presentare i vari pezzi-cardine dei Six Feet Under. Arrivano così, fra i tanti, “No Warning Shot”, “Feasting On The Blood Of The Insane” e “Human Target”, suonati in maniera ineccepibile da una lineup che, con Kevin Talley alla batteria e Jeff Hughell al basso, appare pure sin troppo preparata per l’effettiva difficoltà (minima) dei pezzi. Ma, d’altronde, se Steve DiGiorgio suona con Sebastian Bach, non vediamo il motivo per cui l’ex Brain Drill Hughell non debba sollazzarsi con il materiale ultralineare dei Six Feet Under. Verso la conclusione dello show, trova poi spazio un’altra super hit dei Cannibal Corpse, quella “Hammer Smashed Face” che, in realtà, è proprio la canzone più celebre dell’ex gruppo di Barnes; mossa ruffiana e risultato scontato: le scene viste per “Stripped…” si ripetono e Barnes esce da vincitore con il minimo sforzo. Nel complesso, un concerto divertente per un gruppo dal quale è bene non aspettarsi mai troppo.
(Luca Pessina)

KRISIUN
Ci ricordiamo i ‘brasileiri’ Krisiun, durante il tour effettuato qualche anno fa con Nile e Grave, come dei death metal pestatori con pochissime vie di mezzo e nessun compromesso. E così è conosciuta anche la loro ormai ventennale carriera nell’underground death metal. Con gli ultimi lavori, però, soprattutto “The Great Execution”, risalente al 2011, ecco la scelta di variare e ammorbidire un po’ il suono brutale canonico della band. La curiosità di scoprire se l’evoluzione si è trasferita anche in sede live è davvero alta e, per la prima volta in tanti anni, chi scrive sacrifica i Dark Tranquillity per altre sonorità. Ebbene, gran performance dei Krisiun! Suoni deflagranti e potentissimi, il terzetto di fratelli affiatato e assalente come un sol uomo, setlist incentrata proprio su “The Great Execution” e gran varietà, tra accelerazioni psicopatiche e groove monolitici, il tutto, purtroppo, seguito solo da un’esigua cornice di pubblico. Peccato, perché i fratelli Alex, Max e Moyses – fratelli, sì, anche se Alex usa il cognome Camargo e Max e Moyses usano Kolesne, cognome della madre – hanno sfoderato un savoir-faire eccezionale on stage, badando al sodo e poco altro, poche parole e tanta musica. “Blood Of Lions” e “Descending Abomination” ci hanno impressionato alquanto, ma tutti i tre quarti d’ora a disposizione sono stati sfruttati benissimo dai Krisiun, quasi rinati grazie al nuovo corso un po’ meno ortodosso ma certo più redditizio.
(Marco Gallarati)

IMMORTAL
E’ una folla di modeste dimensioni quella che vediamo accalcarsi nei pressi del Main Stage a pochi minuti dallo show degli Immortal, senza ombra di dubbio gli headliner meno appetibili e convenzionali di questa quindicesima edizione del Summer Breeze. Un vero peccato, considerata la maestria con la quale il trio norvegese ha saputo gestire il palco questa sera, capeggiato da un infaticabile Abbath al microfono e alla sei-corde. E’ spettato agli otto minuti della monumentale “Withstand The Fall Of Time” incendiare gli animi della platea, dando il via a quella che non esitiamo a definire una delle esibizioni meglio riuscite di questa seconda giornata di festival. Tutto, a partire dalla componente scenica data dalle immancabili esplosioni e dalle sferzate di ghiaccio secco, è parso studiato nel dettaglio, così come la resa strumentale dei brani proposti (a tratti pareva di stare ascoltando un CD). Nulla da eccepire sotto questo punto di vista: i Nostri si confermano delle bestie da palcoscenico, incuranti dello scorrere del tempo e forti di una preparazione tecnica invidiabile. La sola polemica che ci sentiamo di sollevare è data dalla scaletta, immutata da diversi anni a questa parte e pressoché priva di grandi classici del passato (ad eccezione della già citata traccia d’apertura e di un altro paio di pezzi estratti dal capolavoro “At The Heart Of Winter”). Inutile dire quanto avremmo preferito raggelare di fronte alla maestosità di una “The Sun No Longer Rises”, piuttosto che ascoltare una comunque ottima “All Shall Fall”, posta in chiusura a celebrare trionfalmente il terzetto. Abbath, Horg, Apollyon, fate tesoro di quanto detto: il tour promozionale di “Sons Of Northern Darkness” è finito da un pezzo!
(Giacomo Slongo)

Setlist:
Withstand The Fall Of Time
Solarfall
Sons Of Northern Darkness
The Rise Of Darkness
Damned In Black
Triumph
At The Heart Of Winter
In My Kingdom Cold
Tyrants
One By One
Beyond The North Waves
All Shall Fall

MENHIR
Il gran finale tutto-tedesco del venerdì prende forma sul Party Stage, dove dopo Morgoth e Eisregen – due spettacoli deludenti in modo diverso – tocca ai pagan black metaller Menhir condurci verso ore ancora più piccole. Sono le 2.20 in punto, infatti, quando il quintetto di Breitungen, Turingia, sale sul palco con davanti la metà delle persone presenti per la band precedente, gli appena citati e osannati Eisregen. Chi scrive conosceva a malapena i Menhir, frutto di un fugace e passato incontro al tempo dell’EP “Buchonia” (1998), ed era parecchio curioso di testare le capacità dal vivo di questa formazione, considerato anche che è da cinque anni che ha praticamente fermato le attività. Ebbene, performance assolutamente coinvolgente e devastante! Quaranta minuti di black metal pagano e folkeggiante vecchio stampo, con una setlist composta da una manciata di brani di lunga durata ma soprattutto con un vocalist, Heiko Gerull, davvero eccezionale, forte nello screaming e sorprendente nel pulito epico e ridondante tipico delle band pagan. Non ci è sembrato ci fossero basi vocali di supporto, ci possiamo ovviamente sbagliare, ma l’effetto avvolgente delle vocals è stato rimarchevole. Musica atmosferica e sognante, ma allo stesso tempo battagliera e ferale, letteralmente ideale per risvegliarci dal torpore in cui si era crollati. Di certo la sorpresa/scoperta più piacevole del festival. E ora…sotto con la prova di resistenza agli Ahab!
(Marco Gallarati)

AHAB
Un déjà-vu: due anni fa, stesso festival, stesso palco, stesso tardissimo orario. C’è solo più gente e a ‘sto giro siamo in prima fila. Gli Ahab, da “The Divinity Of Oceans” a “The Giant”, ne hanno fatta di strada e, per certi versi, sono diventati uno dei gruppi trainanti e più di culto in campo doom metal, ormai non più funeral, bensì progressive e psichedelico. In quaranta minuti è chiaro che Daniel Droste, Christian Hector, Stephan Wandernoth e Cornelius Althammer possono eseguire solo una minuscola manciata di pezzi, per la precisione quattro; dei quali la metà sono serviti a presentarci dal vivo il nuovo nato nella discografia Ahab, quel suddetto “The Giant” che cresce inesorabilmente ascolto dopo ascolto. “Deliverance (Shouting At The Dead)” e l’incredibile “Antarctica The Polymorphess” ci hanno fatto ondeggiare catarticamente a cavallo tra il mondo dei sogni e la visione reale di quattro modesti metallari concentrati sugli strumenti e sull’headbanging. L’ipnosi – o il sonno per taluni – di fronte a composizioni infinite è quasi inevitabile, ma il fascino del quartetto tedesco è anche questo: di non essere di facile e comune fruizione, di richiedere ai propri fan una ferrea attenzione. L’opening-track “The Hunt”, spesso usata come chiusura di spettacolo, ha fatto subito precipitare l’audience, grazie al suo lungo arpeggio d’incipit, in una dimensione onirica, fin quando nel silenzio è risuonato l’urlo straziante di Daniel: ‘whale ahead!’, ‘balena in vista!’; e lo scapocciamento alla moviola ha iniziato a serpeggiare tra gli astanti, cullati da un suono denso e oppressivo. Gli Ahab sono la classica formazione che fa parlare la musica e che dà poco spazio alla teatralità, limitando parole e atteggiamenti sopra le righe per rifugiarsi in un’attitudine di basso profilo, ma certamente consona. E noi continuiamo ad adorarli così. Prova di resistenza, ma alquanto piacevole! Speriamo solo che, se ci sarà una prossima occasione, gli orari siano più clementi!
(Marco Gallarati)

Setlist:
The Hunt
Deliverance (Shouting At The Dead)
O Father Sea
Antarctica The Polymorphess

NIGHT IN GALES
Purtroppo non molti di voi ricorderanno i Night In Gales, formazione melodic death metal tedesca che ha ripreso seriamente l’attività dopo praticamente un decennio di pausa più o meno voluta. Usciti all’epoca quasi coevi di At The Gates, In Flames e Dark Tranquillity, non ebbero la medesima fortuna: un po’ perché non svedesi, un po’ perché il loro debutto “Towards The Twilight” presentava una fin troppo ricercata e complessa versione di death metal melodico. Comunque sia, è chiaro come la curiosità di vedere un combo storico così bravo, ma anche così disperso nello svolgere del tempo, ci abbia portato senza indugi e a orario brunch di fronte al Main Stage per la sua esibizione. Il vocalist Bjorn Goosses è un aficionado del Summer Breeze, in quanto lo abbiamo sempre visto negli anni aggirarsi nell’area backstage in cerca di chiacchiere e birra; lo ricordiamo simpaticamente anche perché Bjorn ha militato per qualche anno nei milanesi Infliction, fornendo loro certamente una voce di livello e qualità. Dicevamo tanta curiosità: curiosità ripagata da una prestazione energica e sicuramente positiva, tecnicamente superiore alla media e con un batterista, l’oriundo italiano Adriano Ricci, davvero in palla. Molti i brani estratti da “Five Scars”, l’album del rientro sulle scene, fra i quali “Days Of The Mute” e la title-track ci sono sembrati i più convincenti. Ma gli highlight dello show ci sono stati decisamente all’altezza dei pezzi eseguiti dai primi due lavori, “Towards The Twilight” e “Thunderbeast”: l’apertura di “Tragedians” è stato un salto indietro nel passato, così come l’esecuzione di “Intruder”, nel piccolo microcosmo del vostro inviato, è stato uno dei momenti più emozionanti di tutto il festival. Ci tenevamo proprio a vedere i Night In Gales, esattamente come quando si ha voglia di incontrare una persona che conosciamo magari solo per iscritto, ma che riteniamo cara per averci dato qualcosa. Bel concerto.
(Marco Gallarati)

NAGLFAR
I Naglfar sono tornati sul mercato pochi mesi fa con “Téras” – album uscito un po’ in sordina, a dire il vero – e quello al Summer Breeze è solo il loro secondo concerto dopo anni trascorsi lontani dalle scene e dai palchi. Gli svedesi una volta erano una buona live band, ma il Sole a picco e le dimensioni esagerate (per un gruppo del loro tipo) del Main Stage oggi sembrano metterli un po’ in difficoltà. Suonare sul Party Stage sarebbe stato probabilmente più adatto per i Nostri, ma bisogna evidentemente fare buon viso a cattivo gioco: con una setlist che presenta diverse hit recenti, i Naglfar provano a infiammare una folla che, dal canto proprio, tutto sommato risponde bene, anche se il black metal istintivo e tagliente della formazione non è esattamente la proposta più immediata e fruibile sulla piazza. I Nostri suonano sostanzialmente per i fan e questi, nonostante dei suoni un po’ confusi, sembrano gradire, anche se si sente la mancanza di almeno una perla estratta dal celebre debut album “Vittra”. La cadenzata “The Brimstone Gate” rinfranca comunque i più nostalgici, ma, nel complesso, resta la sensazione di trovarsi davanti a un gruppo ancora un pochino arrugginito, lontano da quella coesione che solo una costante attività live può produrre. Un plauso comunque a Kristoffer Olivius, che, nonostante tutto, pare impegnarsi sempre molto come frontman.
(Luca Pessina)

Setlist:
Pale Horse
Spoken Words Of Venom
The Darkest Road
The Perpetual Horrors
III: Death Dimension Phantasma
I Am Vengeance
The Brimstone Gate
A Swarm of Plagues
Harvest

UNLEASHED
Un altro gruppo che senz’altro rende meglio in un club o al buio anziché in un open air è quello degli Unleashed che, nonostante siano alfieri di un sound death metal molto diretto, quest’oggi paiono soffrire non poco la luce e la calura estiva. Johnny Hedlund e soci comunque non si tirano indietro e si lanciano nel loro solito concerto energico e un po’ pacchiano, dove un ruolo di una certa importanza viene giocato anche e soprattutto dai discorsi di Hedlund, sorta di Joey DeMaio della vecchia scena death metal, che tra un brano e l’altro non perde mai l’occasione di aizzare il pubblico, celebrare la propria band e bere birra da un corno vichingo. Gli Unleashed sono tutto sommato prigionieri di alcuni cliché, ma si fanno sempre apprezzare per la loro indubbia genuinità e per il loro forte attaccamento alla causa; solo di recente si sono un po’ piegati alle mode – ostentando con più insistenza la loro cosiddetta componente viking e pagana – ma se si pensa che per anni sono stati praticamente gli unici portabandiera di un certo modo di intendere il death metal, quando trend e imprevisti si erano portati via buona parte dei loro vecchi compagni, non si può non provare almeno un minimo di simpatia per questi svedesi. Lo show al Summer Breeze, a dispetto del caldo torrido, procede rapido e veemente: parecchi sono gli estratti dagli ultimi dischi, ma i Nostri per fortuna trovano il tempo anche per piazzare qualche vecchio classico ben assestato, tra cui una “To Asgaard We Fly” e una “Victims Of War”. Si poteva fare di meglio, ma quest’oggi forse non è il caso di essere troppo severi.
(Luca Pessina)

INCANTATION
Gli Incantation sono reduci da un breve tour europeo che li ha portati ad esibirsi in alcuni dei maggiori festival extreme metal estivi, come il Brutal Assault e il Party.San. Quello al Summer Breeze è l’ultimo show di questa serie di date; l’ultimo prima di una pausa lontana dai palchi che i Nostri utilizzeranno per completare il loro atteso nuovo album. Quando arriviamo sotto il tendone del Party Stage rimaniamo sorpresi dalla misera risposta di pubblico che i Nostri quest’oggi si ritrovano ad affrontare: il death metal ha sempre trovato terreno fertile al Summer Breeze, ma, a quanto pare, il nome Incantation non ha stuzzicato più di tanto la curiosità degli avventori. Il leader John McEntee, in effetti, a tratti pare non riuscire a nascondere un po’ di delusione, ma nel corso dei brani la sua performance risulta comunque convinta e potente. Con Sam Inzerra (Funerus, Mortician) alla batteria al posto di Kyle Severn, la band durante il set trova pure il tempo di proporre un paio di tracce dei Funerus, ma naturalmente l’attenzione maggiore è tutta per il repertorio Incantation e, in particolare, per pezzi come “Oath Of Armageddon” e “The Ibex Moon”, che destano un buon entusiasmo tra i fan e spazzano via i miscredenti con riff quadratissimi e i soliti rallentamenti abissali tipici dei Nostri. Il quartetto, del resto, oggi appare decisamente in forma e, se non fosse per un colpo d’occhio un po’ triste a livello di pubblico, non esiteremmo a definire il concerto in oggetto una delle esperienze migliori del nostro sabato al Summer Breeze.
(Luca Pessina)

CATTLE DECAPITATION
Il 2012 sembra proprio essere l’anno dei Cattle Decapitation. Dopo la consacrazione a livello discografico con quel mostro di “Monolith Of Inhumanity”, arriva anche quella dal vivo con questo macello sonoro proposto sotto il tendone del Party Stage. Una vera e propria carneficina musicale quella messa in piedi dai californiani, svalorizzati da un’audience relativamente povera, ma fedele a una band che si è fatta prepotentemente largo a spallate con gli ultimi due lavori in studio. Tale fedeltà viene ripagata nel migliore dei modi proprio con la riproposizione praticamente per intero dell’ultima fatica, salvo una manciata di pezzi esclusi più l’intermezzo “The Monolith”. Chi ha amato ed apprezzato il disco sa cosa attendersi, dunque: death-grind del più schizzato e imprevedibile, ricco di cambi improvvisi di sensazioni e di crisi isteriche del frontman Travis Ryan, oramai una sicurezza anche dal vivo, vero e proprio mattatore dello spettacolo, capace di mutare tono vocale con la stessa disarmante naturalezza dimostrata su disco. “The Carbon Stampede” e “A Living, Breathing Piece Of Defecating Meat” maciullano crani con la furia dell’uomo-gorilla rappresentato in copertina, ponendosi solo come “leggero” antipasto prima della carneficina che seguirà con “Forced Gender Reassignment” e “Your Disposal”, precedute dalla sola “Testicular Manslaughter” a rappresentare il periodo pre-“The Harvest Floor”. Lo show guadagna carica man mano che i minuti passano, avvantaggiato da una durata non eccessiva e il conseguente dispendio massimo d’energie da parte della band. In una setlist che non lascia spazio alle boccate d’ossigeno, le mastodontiche “Do Not Resuscitate “, “Projectile Ovulation” e soprattutto la terrificante “Regret & The Grave” hanno lo stesso effetto di un palmo di mano pressato sulla bocca, pesantissime con il loro groove gestito nel migliore dei modi da una formazione che ha preso totale confidenza con i propri mezzi. Spiace per tutti i concorrenti, ma con la superba “Kingdom Of Tyrants” posta in chiusura, i Cattle Decapitation se ne escono da questa edizione con la Palma d’Oro di band estrema.
(Thomas Ciapponi)

Setlist:
The Carbon Stampede
A Living, Breathing Piece Of Defecating Meat
Testicular Manslaughter
Forced Gander Reassignment
Your Disposal
Do Not Resuscitate
Lifestalker
Regret & The Grave
Projectile Ovulation
Kingdom Of Tyrants

VALLENFYRE
Smessi i panni di icona gothic metal con i Paradise Lost, che si sono esibiti qualche ora prima sul Main Stage, Greg Mackintosh indossa quelli di old school death metaller senza troppe pretese per esibirsi in qualità di frontman dei Vallenfyre, chiamati a presentare il loro fortunato debut “A Fragile King” sul Party Stage del Summer Breeze. La resa sonora durante lo show dei britannici è piuttosto caotica, ma il vero trambusto sul palco viene scatenato in primis dallo stesso Mackintosh, visibilmente alticcio e su di giri. Lo stato di ebbrezza lo porta senza dubbio a essere un frontman più spigliato – almeno rispetto al concerto al Boltfest di aprile – ma come ‘contro’ va segnalato che il Nostro riesce a malapena a stare al passo dei compagni durante i pezzi più ritmati e che i suoi discorsi tra una canzone e l’altra prendono una piega sempre piu’ tragicomica con il passare dei minuti. Di conseguenza, “Humanity Wept” diventa praticamente irriconoscibile, con versi urlati a caso mentre il corpo ciondola pericolosamente in prossimità dei monitor, mentre “The Grim Irony” viene letteralmente introdotto come ‘il brano più tristissimo di sempre’, cosa che fa scatenare le risate di metà dei presenti, membri della band compresi. Insomma, chi si aspettava un austero concerto death metal dalle venature doom sarà rimasto deluso: questa sera al Summer Breeze è emersa tutta la vecchia anima punk anarchica del noto musicista inglese.
(Luca Pessina)

KATATONIA
Come al solito al Summer Breeze, il programma sui due palchi principali si chiude sul Pain Stage con una band che fa dell’oscurità e dell’introspezione alcuni dei suoi dogma. Con negli occhi e nelle orecchie la deludente performance di tre anni fa, sempre in chiusura di festival, quando i Katatonia si trovarono a fare una pausa nelle registrazioni di “Night Is The New Day”, ci apprestiamo ad ascoltare la band svedese con alle porte “Dead End Kings”, l’ennesimo centro stilistico. Non esattamente il prototipo della band live, Jonas Renkse e compagni hanno dimostrato un’altra volta di essere più a loro agio in studio, fornendo una prestazione a dir poco dubbiosa. Suoni male calibrati, imprecisioni nelle esecuzioni, dettagli non a punto, l’inadeguatezza di Jonas come frontman…tutta una serie di situazioni che, viste dopo decine di concerti piacevoli e positivi, fanno storcere il naso. I ragazzi si salvano grazie all’incredibile repertorio e ad un finale comunque in crescendo, che, da “Evidence” in poi, li ha visti interpretare meglio i brani. Ci è piaciuta l’esecuzione di “Buildings”, unico estratto dal nuovo disco; per il resto, stanchi e claudicanti, attendiamo il gruppo scandinavo alla prova sulla lunga distanza, questo autunno a Milano.
(Marco Gallarati)

Setlist:
Forsaker
Liberation
My Twin
The Longest Year
Nephilim
Soil’s Song
Teargas
Omerta
Evidence
July
Buildings
Leaders

ANAAL NATHRAKH
Letteralmente mostruosa la prestazione degli Anaal Nathrakh di questa sera. Al combo di Birmingham basta una “Drug-Fucking Abomination” – posta sapientemente in apertura di concerto – per scatenare il macello nel pit del Party Stage, spianando la strada ad una setlist che si rivelerà presto azzeccatissima. Dalle destabilizzanti voci pulite di “Lion Devours Both Dragon Child” alla furia nichilista di “Pandemonic Hyperblast”, i Nostri non risparmiano un briciolo della propria energia per sconquassare la platea, annichilita dopo solo una manciata di brani ed incoraggiata da un V.I.T.R.I.O.L. in grande spolvero, nonostante un infortunio alla gamba. Tra gelide rasoiate black metal, terrificanti ripartenze grindcore e senza alcuna sbavatura a livello esecutivo, la performance prosegue per una cinquantina di minuti, ribadendo (qualora ve ne fosse stato il bisogno) lo status encomiabile raggiunto da questa formazione dopo quattordici anni trascorsi sulle scene. Per chi scrive, i migliori della giornata. Grandissimi.
(Giacomo Slongo)

Setlist:
Drug-Fucking Abomination
Bellum Omnium Contra Omnes
More Of Fire Than Blood
Submission Is For The Weak
Lion Devours Both Dragon Child
In The Constellation Of The Black Widow
The Final Absolution
Blood Eagles Carved On The Backs Of Innocents
Do Not Speak
Pandemonic Hyperblast

ENTRAILS
Inizia a farsi veramente tardi quando gli Entrails salgono sul Party Stage per intrattenere gli ultimi death metaller presenti nell’arena. Grazie all’ottimo lavoro svolto dalla F.D.A. Rekotz, il gruppo svedese ha riscosso un notevole interesse in Germania, tanto da riuscire recentemente a strappare un contratto alla nota Metal Blade Records. Non è un caso, quindi, che, nonostante siano ormai le due di notte, il quartetto riesca ad esibirsi davanti a una folla niente male, che, tra l’altro, pare conoscere bene il repertorio. I quattro svedesi godono di suoni praticamente perfetti durante l’esibizione e ciò amplifica a dismisura il tiro di brani estremamente catchy come “Crawling Death”. Brutti, sporchi, incazzati e, soprattutto, coesi e concreti, gli Entrails devono fare poco per coinvolgere il pubblico: il loro death metal vecchio stampo è pieno di cliché, ma i riff sono ispirati e le strutture dei pezzi ben curate; a chi stravede per questo tipo di sonorità serve poco altro e, infatti, il tendone pare traboccare di energia nonostante il sonno e la stanchezza accumulati nelle giornate precedenti. Probabilmente nemmeno gli stessi Entrails si aspettavano un tale responso, ma i loro brani semplici e ‘orecchiabili’ hanno effettivamente fatto breccia nel cuore di parecchi appassionati di underground, e questa sera vengono colti i frutti del buon lavoro svolto in studio e in sede di promozione. Non saranno mai un nome da copertina, ma per una mezzora abbondante gli Entrails entrano a far parte degli eroi del Summer Breeze 2012.
(Luca Pessina)

HATESPHERE
Onestamente, non sappiamo più con esattezza chi faccia parte degli Hatesphere al giorno d’oggi. A parte il leader e chitarrista Peter “Pepe” Lyse Hansen, il gruppo ha cambiato lineup mille volte, soprattutto negli ultimi anni, e le facce che vediamo sul palco non ci dicono nulla. Sono le tre di notte passate, ma per fortuna c’è ancora un discreto nugolo di persone presente sotto il tendone del Party Stage. La band ci tiene a concludere l’edizione 2012 del Summer Breeze in bellezza e, in effetti, porta a termine il compito con insperata efficacia. Il nuovo paffuto frontman non ha la stessa potenza o lo stesso carisma di Jacob Bredahl, ma questa sera riesce a fare il suo dovere senza troppe pecche: i suoni sono ottimamente calibrati ed esaltano il lavoro delle due chitarre, mentre la sezione ritmica pesta con estrema linearità ed ignoranza. L’ultima, a dir poco insipida, prova in studio viene relegata al ruolo di mera comparsa e la setlist prende presto le sembianze di un piccolo best of, con brani estratti da praticamente ogni disco sin qui pubblicato dai thrasher danesi. Si parte con la vecchia “Hate”, proveniente dal debut album, e si chiude con la title track del fortunato “The Sickness Within”; nel mezzo, altri pezzi divertenti come “500 Dead People” o “Kicking Ahead”. Ci voleva un gruppo rabbioso e poco cervellotico per concludere al meglio questa edizione del festival e, alla fine dei conti, gli Hatesphere si sono rivelati una scelta azzeccata. La band, almeno in studio, appare decisamente in declino, ma sulle assi di un palco sembra ancora in grado di dar vita a degli show piacevoli.
(Luca Pessina)

Setlist:
Hate
500 Dead People
Floating
Ressurect With A Vengeance
Oceans of Blood
Reaper of Life
Kicking Ahead
The Coming of Chaos
Sickness Within

 

PILLOLE DI SUMMER BREEZE

TANKARD
I Tankard alla serata di inaugurazione del Summer Breeze sono la quintessenza del metal party. Concerti del genere non avrebbero neppure bisogno di commenti, tuttavia ci piace sottolineare come quasi ogni singola persona presente allo show dei padroni di casa sia stata a cantare a squarciagola ogni brano estratto dal lungo repertorio della band, oramai quasi trentennale. Insomma, il divertimento è garantito: i Tankard divertono e si divertono, portando on stage la propria classica esibizione festaiola e senza troppe pretese, se non quella di far muovere le chiappe ad un’audience completamente infoiatà e gia piuttosto alticcia. Per tutto il resto, pezzi come “Chemical Invasion”, “Zombie Attack”, “The Morning After” e la conclusiva “(Empty) Tankard” oramai sono tanti fatti (e birra) e poche parole. Simpatici e coinvolgenti, come sempre.
(Thomas Ciapponi)

DARKEST HOUR
I loro ultimi due album sono usciti un pochino in sordina, ma dal vivo i Darkest Hour mantengono il fascino e l’impatto di una band che è ormai una certezza. Si esibiscono nel primo pomeriggio, sotto un sole cocente, ma riescono nell’intento di animare una folla ancora un po’ addormentata. Decisamente metal nell’aspetto, con barbe e capelli lunghi, i ragazzi americani smontano per l’ennesima volta gli erronei e ormai triti accostamenti al filone metal-core con uno show dal taglio aggressivo e thrasheggiante, che culmina in un’ottima riproposizione di “Doomsayer”.
(Luca Pessina)

EVERY TIME I DIE
Anche quest anno l’hardcore pare diventato un vero e proprio figlio adottivo del Summer Breeze, eppure gli Every Time I Die faticano a essere presi troppo sul serio ad un festival comunque prettamente metal. Subentrati in scaletta in seguito alle defezione di Deicide e Architects, gli americani sembrano proprio dei pesci fuor d’acqua con il loro look da hipster e le loro piegatissime camicie di flanella, tant’è che la loro performance viene bistrattata da gran parte dei presenti, ancora decimati visto il cattivo tempo con cui ci ha accolto il giovedi mattina. Noi ci godiamo lo show dalle retrovie in compagnia di un disgustoso piatto thailandese, uno show di certo non privo di energia e buoni intenti, che vede nel frontman Keith Buckley il vero e proprio mattatore, con i suoi continui movimenti al limite dell’agitazione e con le sue lunghissime liriche semi-cantate. Insomma buone cose ma, come abbiamo gia scritto, vista la presenza in cartellone di parecchie band hardcore/metalcore, l’esibizione della combo di Buffalo finisce per diventare “una della tante”. Godibile, sì, ma nulla di particolarmente memorabile.
(Thomas Ciapponi)

ALCEST
Arriviamo sotto il Party Stage giusto in tempo per vederci i pezzi conclusivi degli Alcest del sempre più conosciuto polistrumentista Neige. Tra vecchi amori e nuove conferme, il nostro istinto ha preferito la prima scelta, concentrandoci infatti sullo show dei Napalm Death e, in secondo luogo, sulle battute finali dei francesi. Niente demeriti dunque, solo una decisione presa all’ultimo, dettata anche dal fatto che non è certo un festival open air l’habitat ideale per la proposta dei cugini d’Oltralpe. Da quanto abbiam potuto vedere, i ragazzi non se la sono comunque cavata male, supportati da un’audience in fermento e ben ripagata con le buonissime riproposizioni di due tra i pezzi migliori del repertorio del gruppo, “Percées De Lumière” e “Summer’s Glory”. Non facile, in un contesto del genere, scendere nell’intimità necessaria, come non è facile nemmeno riuscire a sentire in maniera netta le gia sussurrate liriche armoniose di Neige, fattori che già avevamo messo in considerazione e che, piaccia o non piaccia, finiscono per ripercuotersi minimamente sull’esibizione stessa. Non adatti, ma comunque usciti in maniera più che dignitosa.
(Thomas Ciapponi)

BORN FROM PAIN
Il Party Stage oggi è l’ambiente maggiormente adatto ad ospitare uno show dei Born From Pain. La band non gode più di grande popolarità, ma le dimensioni ristrette del palco e il favore delle tenebre contribuiscono a ricreare un’atmosfera da concerto in un club, atmosfera che agevola non poco la riuscita dello show della hardcore band olandese. Il frontman Rob Franssen appare in forma e, nonostante dei suoni un po’ deboli, il gruppo si lancia in una performance intensa e divertente, che passa in rassegna tutti i piccoli classici del repertorio (“Rise Or Die”, “Behind Enemy Lines”, “Day Of The Scorpio”).
(Luca Pessina)

BLEED FROM WITHIN
I Bleed From Within sono giovani, sono scozzesi, hanno il cantante frangiato e fanno deathcore. La cosa vi basta? Certo, non si può dire che la loro performance sia risultata imbarazzante o insufficiente a livello esecutivo, tuttavia, ci duole ammetterlo, la loro proposta finisce per stancarci dopo pochi pezzi, essendo fautori di un genere che, oramai, è diventato un habitué trito e ritrito delle formazioni che solitamente figurano tra i primi nomi di un grosso festival. E non bastano le sbandierate t-shirt di Converge e l’accennata cover di “Walk” dei Pantera: di appunti degni di nota, qui, non ce ne sono proprio. Onesti e solo per ragazzini senza pretese, niente di più.
(Thomas Ciapponi)

DEW-SCENTED
Passano gli anni e cambiano i membri della lineup, ma i concerti dei Dew-Scented risultano sempre uguali. Li abbiamo già visti esibirsi su grandi palchi svariate volte e quest’oggi la sensazione di déjà-vu è decisamente forte, anche se non troppo fastidiosa. Del resto, il gruppo di origine tedesca sa come imbastire uno show divertente a base di thrash-death ignorante. Tutte le hit trovano spazio nella setlist e, nonostante l’afa, i fan scapocciano in allegria, accogliendo con discreto trasporto anche le tracce provenienti dal nuovo “Icarus”. Tutto sommato, uno show di routine per band e pubblico, né più né meno.
(Luca Pessina)

UNEARTH
Gli Unearth sono sempre una sicurezza dal vivo e, in questo pomeriggio di seconda giornata di Summer Breeze 2012, ne danno ulteriore conferma, sciorinando un’ora piena di performance con dimestichezza, freschezza e bravura, consci e consapevoli del valore insito nell’esperienza accumulata in anni on the road. I chitarristi Ken Susi e Buz McGrath sono e restano l’anima propulsiva del combo di Boston e, nonostante gli Unearth abbiano anche loro imbarazzanti momenti di pessime clean vocals, si può rimproverare pochissimo alla band, che fa muovere il pit del Main Stage in lungo e in largo. Noi ci siamo azzardati nell’avanguardia solo per l’opener e masterpiece “The Great Dividers”, ma vi assicuriamo che c’è stato proprio un discreto massacro. Colonne portanti del metal-core.
(Marco Gallarati)

BEFORE THE DAWN
Mentre sui palchi principali è il momento di Six Feet Under e Within Temptation, facciamo un breve salto al Party Stage per vedere qualche spezzone dello show dei finnici Before The Dawn. L’iper-prolifico Tuomas Saukkonen è da poco sceso da questo stesso palco dopo aver guidato dal drumkit i Black Sun Aeon e ora si trasforma in frontman e chitarrista dei più noti e più melodici Before The Dawn. Il melo-death puro e potente del gruppo scandinavo non fa fatica ad insinuarsi per bene tra gli astanti, fra l’altro a breve attesi da un vero tour de force del (sotto)genere, con subito dopo gli Insomnium e di fila i Dark Tranquillity in zona palchi maggiori! Saukkonen & Co. alzano un bel muro di suono, restando però sempre un po’ freddi nell’approccio allo stage e dando l’impressione di non poter mai riuscire ad andare oltre la sempre precisa e discreta performance. E’ comunque del tempo speso bene, quello passato a sentire le melodie crepuscolari e nostalgiche del combo di Nastola.
(Marco Gallarati)

INSOMNIUM
Il pomeriggio/serata prosegue all’insegna della buona musica con la proposta dei finnici Insomnium, formazione che, con gli ultimi convincenti album in studio, non ha più intenzione di passare per una semplice seconda scelta ai vari Dark Tranquillity, Amorphis e compagnia bella. Per incoraggiarli, vengono ripagati da un pubblico numeroso e particolarmente entusiasta, nonostante l’infelice e parziale sovrapposizione proprio con la band di Mikael Stanne, salito sul palco come ospite alla voce durante l’intera “Weather The Storm”, prima di correre al Main Stage per cantare con il suo gruppo. Un concerto onesto e qualitativamente elegante, dal quale si stagliano momenti epici come “Down With The Sun” o la più veloce “Only One Who Waits”, sufficienti per strapparci ben più che un applauso e segnarci la crescita artistica di questa formazione, in prospettiva di un concerto dal maggiore minutaggio. Ma la fame chiama per tutti…
(Thomas Ciapponi)

DARK TRANQUILLITY
I Dark Tranquillity ‘portano a casa la serata’ con un concerto onesto ma prevedibilissimo. Gli svedesi sono immobili sulla stessa setlist da diversi anni ormai, ma specialmente questa sera il pubblico non pare badarci troppo: l’orecchiabile “Misery’s Crown” scatena cori d’altri tempi e da lì la performance si sviluppa con il pilota automatico, concedendo una piccola sorpresa solo all’altezza di “The Sun Fired Blanks”, episodio meno sfruttato che dal vivo acquista sempre un bel tiro. Per il resto, è il solito show dei Dark Tranquillity degli ultimi anni: curato splendidamente sotto l’aspetto formale, dal mood positivo, ma terribilmente scontato nel suo svolgimento.
(Luca Pessina)

TERROR
E’ il compleanno di Scott Vogel e, forse anche per questo, il concerto della hardcore band statunitense prende subito una piega ancora piu’ energica del solito. Il gruppo dal vivo è una garanzia e oggi non fa prigionieri: setlist equilibrata tra vecchi e nuovi classici, grande trasporto fisico ed emotivo, suoni adeguati. Naturalmente non mancano nemmeno le sparate di Vogel, che, nel suo solito ‘spettacolo dentro lo spettacolo’, si fa gli auguri da solo, se la prende con nazi, poser e fan poco attivi sul fronte stage dive e infine urla ogni strofa sino a quasi rischiare il collasso. Applausi ai Terror, divertenti sempre e comunque.
(Luca Pessina)

THE UNGUIDED
Memorie di questa band risalgono in mente quando, a capeggiare dietro lo stage, è la gigante flag raffigurante il loro debut album, una sorta di fusione tra Illidan e Arthas versione Lich King (e chi ha giocato alla saga di Warcraft sa a cosa ci stiamo riferendo). Per curiosità assistiamo al concerto di questi svedesi sotto il Main Stage, una scelta che potevamo evitare e che di certo non ripaga le aspettative dovute all’inganno dell’artwork. Il melodic death/metalcore di questi ragazzi, seppur in possesso di un un buon tiro, non ci sorprende più di quel tanto, finendo presto per annoiarci e confondersi con tante altre proposte sentite nel corso del festival. Speriamo che la giovane età possa servir loro come punto di partenza per poter fare di meglio. E sì, le apparenze ingannano.
(Thomas Ciapponi)

SEPULTURA
Il destino dei Sepultura è ormai segnato: dividere. I fan dell’incarnazione con Max (e Igor) Cavalera dovrebbero averli ormai abbandonati a se stessi; gli adepti fedeli anche all’avvento di Derrick Green e alla testardaggine di Andreas Kisser hanno imparato a fare buon viso a cattivo gioco. E’ però innegabile, anche per i più acerrimi detrattori, che “Kairos”, ultimo lavoro dei carioca, sia davvero un buon album. Con queste premesse a lungo raggio ed essendo reduci da un pomposo show speciale al Wacken Open Air, i Sepultura attaccano senza remore il parterre del Summer Breeze. La bontà di “Kairos” è evidente dall’esecuzione trascinante della title-track e di “Mask”, mentre l’apertura affidata all’apoteosi di “Beneath The Remains” lascia tutti annichiliti, anche perché si fa un po’ fatica a riconoscerne i riff, confusi in un wall-of-sound da correggere. Il valore aggiunto della band quest’oggi si chiama Eloy Casagrande, un drummer realmente impressionante e che può dare davvero solidità e vigore al futuro di Kisser e soci. Il finale assurdo con, nell’ordine, “Territory”, “Arise”, “Ratamahatta” e “Roots Bloody Roots” ha fatto contenti tutti, perlomeno quelli ancora non abbrustoliti sotto il Sole massacrante. Dal vivo, nonostante tutto, una garanzia.
(Marco Gallarati)

PARADISE LOST
Gli storici Paradise Lost messi nelle Pillole non certo per demerito: trattati veramente parecchio sul nostro portale negli ultimi anni, abbiamo deciso di sacrificarli in favore di maggior spazio a band meno conosciute, non certo un dramma. A complicare la situazione ci si mette una setlist non certo piena di grandi novità, se non fosse per qualche estratto dal nuovo “Tragic Idol”, ben accolto anche sotto il Sole al crepuscolo della terza giornata di festival. Quindi, salvo l’esecuzione di pezzi nuovi come “Honesty In Death” o “In This We Dwell”, alle solite “Forever Failure”, “As I Die” e “Say Just Words” è toccato rappresentare il passato multistilistico della band, attenta nel non dimenticare anche episodi di successo più recenti come “The Enemy” o la titletrack dello scorso “Faith Divides Us – Death Unites Us”, presentata in maniera piuttosto confusa da un Nick Holmes forse in balia di un qualche bicchierino di troppo, o semplicemente in vena di sfoggiare tutto il suo discutibile umorismo inglese. Per il frontman prova vocale leggermente meglio delle recenti prove sottotono, ma ancora decisamente lontano dalla perfetta forma. Per il resto, uno show onesto e apprezzato, ma anche ordinario.
(Thomas Ciapponi)