12/10/2014 - Swans + Pharmakon @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 19/10/2014 da

A cura di Giovanni Mascherpa

Si dovrebbe chiedere di firmare una liberatoria. Non può essere un soggetto terzo a sobbarcarsi i rischi di una roba del genere. E’ giusto che chi osi partecipare si assuma consapevolmente ogni onere per quelle che saranno le sue condizioni di salute, fisiche e mentali, a fine concerto. Perché difficilmente non si avranno conseguenze da un’esperienza così sconvolgente. Gli Swans sono un raro esempio di gruppo diventato ancora più assurdo ed esagerato col passare degli anni: l’incanutimento non ha ammorbidito le intenzioni del sommo demiurgo Michael Gira, tutt’altro, ne ha amplificato le ossessioni, le follie; la sua mente ha preso a vagare nell’insensatezza con maggiore cocciutaggine, arrivando a concepire proprio negli ultimi anni due delle opere più lunghe, sperimentali e sfiancanti della discografia dei newyorkesi. “To Be Kind”, uscito a maggio, ha detto chiaramente che Gira è in uno dei suoi periodi creativi migliori, abbinando a una quantità di idee mastodontica la qualità del musicista all’apice dell’inventiva. Non sa cosa sia la stanchezza, la noia, non ama ripetersi e fronteggia il rumore col piglio del condottiero, riducendolo per quanto possibile a qualcosa di ordinato e (ir)razionale, almeno nella sua bizzarra ottica. La devianza a nome Swans raggiunge la sua condizione ottimale durante un concerto, e per questo tour sono ben quattro le date italiane previste per cotanto olocausto sonoro. Quella dell’Alcatraz è l’ultima della serie. E’ il palco piccolo del locale di Via Valtellina ad accogliere le esibizioni, e all’ingresso constatiamo con piacere un’affluenza molto elevata, insperata sia per il taglio atroce della musica da cui ci si farà schiavizzare, sia perché quattro date consecutive potevano disperdere in più rivoli il fiume di devoti. Siamo salutati dai primi stridii provenienti dal palco, Pharmakon inizia a gorgheggiare circondata da synth e manopole assortite. Che la strage neuronale abbia inizio!

 

Swans - foto band 1 - 2014Swans - To be Kind immagine report - 2014
PHARMAKON

Urla Pharmakon, all’anagrafe Margaret Chardiet. Urla senza sosta, corrompendo le corde vocali in uno strazio svitato e senza pace. Sola, persa nel suo mondo, sopra un piccolo container per strumenti, la bionda terrorista americana ha adagiato un discreto campionario di effetti, con cavi che escono da ogni dove; un guazzabuglio di oggetti di varia natura e funzione che emettono loop, stridori, distorcono i latrati della musicista, già di per sé completamene isterici. Ambient, noise, elettronica, dissennatezza da camicia di forza, percussioni impulsive, si alternano e si deturpano a vicenda, davanti agli sguardi interessati, e interrogativi, dei presenti. Continuando a cantare, insensibile a chi ha vicino, presa solo da un immotivato – per gli altri – impeto interiore, Margaret scende dal palco e va via dritta, accovacciata, tra la folla. Poi ritorna, circonda col cavo del microfono due ragazzi e li tira verso di sé; quindi li lascia andare e prosegue nella sua passeggiata concentrica per la venue. I vocalizzi diventano sempre più brutali, le tonsille premono per essere sputate fuori e non subire oltre vibrazioni così fastidiose. Rimanendo assente e menefreghista rispetto a chi le sta attorno, la performer si arrampica nuovamente sullo stage e termina con un’altra improbabile scarica di caos e alienazione. La cesura è secca, parrebbe non definitiva, e invece Pharmakon raduna le sue cose ed esce di scena. Abbiamo poca esperienza di questi suoni e fatichiamo quindi a darvi un giudizio ragionato e compiuto, ma per quello che abbiamo ascoltato ci siamo sentiti attratti da una proposta che, con molta della musica di solito trattata sul nostro portale, ha in comune il nichilismo selvaggio e la voglia di superare limiti e sbarramenti, per annegare nella follia.

SWANS
Gira compare pochi istanti dopo la fine del set di Pharmakon, suscitando un primo coro di ovazioni. Non è l’inizio del concerto, solo un’ultima regolazione della strumentazione. L’uscita di scena dura comunque poco, nel giro di una decina di minuti si è pronti a partire. Ora, è normale credere che dopo aver pubblicato nel giro di cinque anni tre album monstre, nella durata e nella ricchezza di contenuti, come “My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky”, “The Seer” e “To Be Kind”, e avendo alle spalle trent’anni di carriera, si faccia abbastanza fatica a mettere giù una scaletta che possa accontentare tutti i palati. Allora Gira cosa fa? Semplice: propone roba che nessuno ha mai sentito. “Frankie M” è un inedito, che si apre alla maniera degli Swans: sfiancando e allargando a dismisura i confini dello scibile. I primi dieci minuti vedono impegnati i soli Thorr Harris e Phil Puleo, il primo intento a fare le fusa al gong con spazzolate leggere, il secondo impegnato a deturpare i piatti in una fragorosa cacofonia. L’entrata in scena degli altri musicisti avviene alla spicciolata, con Christoph Hahn che siede sul lato sinistro dinnanzi alla sua spaziale chitarra lap steel ruminando un chewing-gum, quasi ignaro di chi gli stia attorno, Christopher Pravdica  e Norman Westberg che si mettono davanti agli ampli, sul lato destro, con molta deferenza, e il leader incontrastato che si installa al centro dietro al microfono, salutato da nuove calorose urla. Il viaggio nell’allucinazione inizia qui, la sua introduzione ha posto le menti in condizioni ideali per accogliere il messaggio controverso degli Swans e si può ora fare posto all’inimmaginabile senza frapporre alcuna resistenza. I volumi sono pazzeschi, celebrano il funerale del timpano e del sistema uditivo tutto, per la gioia degli otorini che crediamo siano stati consultati a frotte nei giorni successivi al concerto. E’ incredibile che sera dopo sera la band riesca a mettere in scena uno spettacolo del genere, che trascende l’idea del concerto rock e sfocia nell’avanguardismo più intransigente, configurandosi come un incastro impossibile di mille generi e stati umorali antitetici. La costruzione dei pezzi mischia scienza rigorosa e impulsività; si possono passare infiniti minuti a sentire il gruppo tessere meccaniche reiterazioni, in un crescendo emozionale trapanante, e poi vedersi squagliare l’intera impalcatura sonora come fosse un ghiacciolo in una fornace, per ripartire con qualcos’altro, che può essere un delicato passaggio country o blues, oppure una bomba atomica fra l’industrial e il doom. Gira, gran maestro di cerimonie, dà sfogo ai suoi demoni, balbettando astruse e sconnesse litanie, oppure allietando coi toni del country man degli Stati del Sud; non c’è nulla che non gli riesca meravigliosamente, vocalmente è in condizioni eccellenti e la sua chitarra ha una gamma di distorsioni ed effetti sconcertante. Le parti pesanti hanno una fisicità prepotente che annichilisce il 95% del metal estremo in circolazione e riducono Nine Inch Nails, Godflesh e Yob sotto un unico comun denominatore. Donde derivino, in parte, le idee degli act nominati, potete quindi immaginarlo. Oltre al mastermind, il mattatore è il polistrumentista Thorr Harris: suona di tutto, da un mini-set di batteria al dulcimero, dalla tromba al clarino, fino a un particolare strumento a corda intagliato un po’ rusticamente nel legno, che sembra un violino spolpato di quasi tutta la materia, per farne restare solo il corpo centrale. I loop di Christoph Hahn attraversano le orecchie come corpi celesti affilatissimi, e si dividono il ruolo di solleticatori del dolore con le bordate del basso di Christopher Pravdica, vere e proprie mattonate sui denti, chirurgiche e ossessive. Si schiudono universi d’ambivalente tipologia alle nostre orecchie; peregrinazioni fra l’ambient e il drone, esplosioni improvvise di rumore, stati catartici, sfoghi entropici e sbocchi nella linearità rock che, possibilmente, creano più disagio di tutto il resto, perché si sa che non potranno durare a lungo e ci si immagina cosa possa accadere di terrificante appena svoltato l’angolo, e avuto contezza di quale nuovo mostro ci si pari davanti.  I brani già ascoltati su disco – tre e mezzo su sei – sono colpiti da un approccio più sordido e dissennato, e perdono quel poco di organicità per imbizzarrire del tutto. In sala si respira un’aria strana, non ci si sa nemmeno come comportare. Chi fa headbanging, chi va in trance, chi osserva con occhio sgranato, chi si guarda attorno disorientato: a tratti l’attenzione, quando l’astrattismo domina incontrastato, cala leggermente, ma a fronte della durata dello show – due ore e mezza – possiamo dire che non ci è si è proprio annoiati. Superata la vertigine di fine concerto e ripreso il contatto col mondo reale, buona parte dei presenti si fiondano al banco del merchandise, razziandolo, e facendosi apporre contestualmente un autografo da Gira, messosi con molta pazienza dietro al bancone ad apporre il suo scarabocchio su qualsiasi oggetto gli venisse posto di fronte. Anche da queste piccole cose si misura la statura di un musicista.

Setlist:
Frankie M
A Little God In My Hands
The Apostate
Just A Little Boy
Don’t Go
Bring The Sun / Black Hole Man

1 commento
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